
quella della foto non sono io ma potrebbe essere la mia anima su cui pattino, tracciando strappi di parole, alla ricerca della superficie proibita che il potere nasconde in false profondità.
[è chiaro che la foto a cui mi riferivo ora non c'è più, è scomparsa per motivi tecnici di splinder e ora che lo spazio per la foto è diventato troppo piccoli inutile rimetterla perchè si vede malissimo. Prima o poi cambierò anche il commento]
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Foto dall'università di Torino
La destra
o il mondo rovesciato

Luigi Malerba
alias Luigi Bonardi
1927-2008

Morto lo scrittore Luigi Malerba
ROMA - E' morto nella notte a Roma lo scrittore e giornalista Luigi Malerba. Nato a Berceto (Parma), Malerba aveva 81 anni. L'esordio risale al 1963, con la raccolta di racconti 'La scoperta dell'alfabeto'. Tra le sue opere i romanzi 'Il serpente', 'Salto mortale', 'Il pianeta azzurro', 'Fuoco greco', 'Le maschere'. I funerali si celebreranno domani alle 12 in Piazza del Popolo nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli.
Bandiere

Mi sembra un ottimo consiglio politico quello di Apicella: invece di bruciare le bandiere che, volenti o nolenti, è un messaggio violento e di distruzione simbolica, anche se sappiamo tutti bene che il fine è solo di avere una attenzione mediatica, visto che se qualcuno non brucia una bandiera i giornalisti guardano altrove ... invece di bruciare le bandiere, quindi, sarebbe bene portarsi dietro un catino, un buon sapone ecologico senza fosfati e improvvisare un bucatino simbolico (georgia)
Valerio Evangelisti
e il salone del libro

Il salone del libro contestato
di Valerio Evangelisti
[Questo intervento coinvolge solo chi lo firma. Altri redattori di Carmilla, con cui non è stato discusso, hanno forse punti di vista e opinioni divergenti.]
Il 10 maggio ci sarà, a Torino, una manifestazione nazionale contro il Salone del Libro di Torino. Credo che sia la prima volta che viene indetto un corteo contro una fiera letteraria. Eppure, prima di chiedersi se ciò abbia un senso, ci si dovrebbe domandare quanto di effettivamente letterario ci sia nel Salone del Libro, e quanto invece vi sia di politico.
La scelta della Salone del Libro di Torino di celebrare la nascita dello Stato di Israele, alla base della protesta, ha origini sospette e contenuti ambigui.
Non è normale che a proporre (imporre?) l'evento alla Fiera del Libro di Torino e al Salone del Libro di Parigi sia stato lo stesso governo israeliano. Di solito, eventi del genere sono proposti dal Ministero della Cultura di un paese, dall'associazione degli editori o da organi simili.
Non è normale che gli autori invitati, per partecipare al Salone di Parigi, abbiano dovuto sottoscrivere una dichiarazione con la quale si impegnavano a non criticare il loro governo (vedi qui). Non è normale fingere di ignorare che la data del 1948 celebra sia la nascita di Israele che la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi, con il terrore, dai luoghi in cui vivevano da secoli. Ciò è stato ampiamente documentato, tra gli altri, dallo storico Benny Morris (per inciso, israeliano e nazionalista) nel suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, Cambridge University Press, 2004, sulla base di una massa di documenti (si veda anche E.L. Rogan, A. Shlahim ed., The War for Palestine. Rewriting the History of 1948, Cambridge University Press, 2001). Celebrare un evento significa celebrare anche l'altro, concomitante.
Non è normale che la celebrazione della nascita di uno Stato - cosa abbastanza incongrua in una manifestazione letteraria - avvenga proprio mentre quello Stato, reduce dai bombardamenti sul Libano che nessuno ha dimenticato, attua su Gaza la più feroce delle sue azioni di strangolamento, tagliando l’elettricità, i rifornimenti alimentari, i medicinali e impedendo persino il transito delle ambulanze (già 130 palestinesi di ogni età, ammalati gravi, sono morti per questo).
Si dirà che a Gaza predomina Hamas. E' vero, ma proprio Israele ha incoraggiato la crescita di Hamas, quando le serviva per logorare le altre forze palestinesi. Si veda J. Dray, D. Sieffert, La guerre israélienne de l'information. Désinformation et fausses symétries dans le conflit israélo-palestinien, La Découverte, Paris, 2002, pp. 53 ss. La stessa azione ha svolto l'assieme dell'Occidente. Lo ha documentato, tra molti altri, Alain Gresh, in una serie di articoli su Le Monde Diplomatique - per esempio questo. Gresh, sia detto per inciso, è di origine ebraica.
Non è normale, anche se rientra nel novero della mera goffaggine, tirare uno schiaffo all'Egitto, ritirando all’ultimo momento l’invito che gli era stato rivolto, sia pure informalmente.
La storia dei governi di Israele successiva al 1948 non è tanto più gloriosa, malgrado l'epica che le è stata costruita sopra.
Da ragazzino fui ingannato anch'io, e credetti che la "guerra dei sei giorni" fosse stata combattuta dal Davide Israele contro un Golia rappresentato dai paesi arabi aggressori. Persino questa realtà un tempo certa appare dubbia, dopo il libro di Benny Morris Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001. Ed. Rizzoli, 2001. Ciò che seguì è noto e non sto a riassumerlo. Una serie ininterrotta di espansioni territoriali giustificate con l’invocazione di un perenne “diritto all’autodifesa”.
Mi preme solo sottolineare, perché poco nota, l’azione internazionale svolta dallo Stato di Israele in quadranti del mondo estranei ai conflitti in cui era coinvolto.
Israele ha sempre sostenuto i Duvalier di Haiti, padre e figlio. Ha inviato armi e consulenti in Guatemala, in Honduras e tra i contras che attaccavano il Nicaragua sandinista. Ha tuttora forze consistenti impiegate nella sanguinosa antiguerriglia del presidente colombiano Uribe. Per non parlare del costante sostegno israeliano al Sudafrica pre-Mandela e ad altri regimi reazionari africani.
Del resto il regime interno israeliano, malgrado le apparenti forme democratiche, somiglia tantissimo all'apartheid del vecchio Sudafrica. Nessun arabo palestinese inglobato fin dal 1948, pur avendo cittadinanza israeliana da decenni, è ammesso nell'esercito, per dirne una. Il resto lo lascio alla testimonianza di un israeliano coraggioso, Yoram Binur, che si finse palestinese e in un libro, Il mio nemico, ed. Leonardo, 1981, narrò la sua esperienza terrificante. Binur non è affatto un filo-palestinese, tutt'altro. Si limitò a raccontare la verità.
Una verità che non ha fatto che peggiorare. E' sotto gli occhi di tutti lo scandalo degli insediamenti di coloni ebraici in Gaza e Cisgiordania. Quanto più Israele si impegnava ufficialmente ad abbatterne, tanto più se ne costruivano. Ciò in nome del sempiterno richiamo al "diritto di Israele alla sopravvivenza", alibi per commettere crimini d'ogni tipo chiamati “autodifesa”.
E' vero che frazioni di palestinesi, nella loro storia, si sono macchiate e si macchiano di eccessi sanguinosi, però non è superflua la domanda: chi ha cominciato? La Seconda Intifada iniziò con ragazzini che tiravano sassi. Solo dopo che quasi cento palestinesi erano morti, inclusi molti bambini, cadde il primo israeliano.
Analogamente, il "terrorismo palestinese" su larga scala nacque verso il 1968, venti anni dopo il terrorismo israeliano sui palestinesi e lo svuotamento della Palestina dalla sua popolazione originaria.
Attualmente, oltre a strangolare Gaza e Cisgiordania, il governo di Israele ha cominciato a infierire anche sui palestinesi che hanno la sua cittadinanza.
Creato il nemico, spintolo all'integralismo islamico, riaffiorano i propositi di cancellarlo per sempre, proprio come etnia. Persino alcuni ministri israeliani ne parlano senza riserve.
E questo lo Stato cui il Salone del Libro di Torino intende rendere onore, celebrandone la nascita: una specie di apologia del colonialismo moderno.
E ora veniamo al tema degli scrittori. La protesta contro il Salone del Libro di Torino equivale a una condanna al rogo di autori e opere?
Già una selezione di scrittori imposta dal governo Olmert, dalle sue ambasciate e dai suoi uffici di propaganda, dietro sottoscrizione (almeno a Parigi) di un impegno a non criticare le proprie autorità nazionali, risulta sospetta.
Si obietterà che gli scrittori israeliani popolari in Europa sono notoriamente “dissidenti”. Grande abbaglio. I nomi più illustri circondati da tale fama, Grossman, Oz, Yehoshua, si sono pronunciati a favore dei bombardamenti sul Libano (Grossman con tardivi ripensamenti) e, nel caso di Yehoshua, a favore del "muro della vergogna". Quest'ultimo ha anzi dichiarato a un quotidiano italiano che non vorrebbe mai avere un arabo per vicino di casa. La loro indipendenza dal potere è una leggenda che circola solo dalle nostre parti. Non è un caso se altri importanti scrittori israeliani, come Benny Ziffer, responsabile del supplemento culturale del quotidiano Haaretz, non solo hanno denunciato l’atteggiamento di Grossman e compari, ma, per primi, hanno incitato a boicottare i Saloni di Parigi e Torino (vedi qui). Lo scrittore Jamil Hilal, di cui Ernesto Ferrero aveva preannunciato la presenza a Torino, ha replicato molto seccamente: “Non parteciperei in alcun modo a un evento che legittima l'occupazione coloniale di Israele e lo strangolamento dei palestinesi della Striscia di Gaza, e in un'occasione che segna la sottrazione della terra e la pulizia etnica del popolo palestinese.”
La cultura ebraica in tutto ciò non c'entra nulla. L'ebraismo non è una razza, bensì una religione con la serie di tradizioni che l'accompagnano. Se vogliamo “un popolo”, però alla luce di quelle tradizioni, non di connotazioni etniche. Gli ebrei, nel mondo, hanno posizioni molto diverse. Tanti israeliani spesso non hanno religione alcuna, e sono classificati come tali per via delle credenze dei genitori. Tel Aviv è una delle città più laiche al mondo.
Qui non si parla di ebraismo, bensì di geopolitica. Certo, contro chi critichi la politica del governo israeliano scatta regolarmente l’accusa di antisemitismo. Accusa che ha smontato con molta efficacia l’ebreo americano Norman G. Finkelstein in uno studio molto accurato: Beyond Chutzpah. On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History, University of California Press, 2005.
Al di là delle singole personalità partecipanti, la protesta che investe il Salone del Libro di Torino non è contro autori e opere, né tantomeno contro "gli ebrei", ma contro un'operazione propagandistica concordata tra governi.
Aggiungo alcuni elementi.
Di recente, lo storico e scrittore israeliano Ilan Pappé (di lui si veda, tra l’altro, A History of Modern Palestine, Cambridge University Press, 2004) è stato costretto, per le minacce che riceveva in Israele, a lasciare la cattedra che occupava presso l'università di Haifa e a trasferirsi in Inghilterra.
Propugnava la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi.
Potremmo dirlo fortunato. Se non altro si è salvato la vita. I vari governi israeliani hanno assassinato moltissimi scrittori, poeti, intellettuali palestinesi, da Ghassan Kanafani, a Wael Zwaiter, traduttore in italiano de Le mille e una notte (Alberto Moravia, che gli era amico, dedicò alla sua scomparsa uno dei suoi articoli migliori), a Naïm Khader, che era solo un uomo di pace. Più decine di altri, uniti dal torto di dare alla causa palestinese un’intelligenza.
Domanda: è giusto glorificare in un Salone del Libro uno Stato (non una "cultura", ma una successione di governi ispirati alle stesse linee) che esilia scrittori propri ed elimina, tramite sicari, scrittori appartenenti a una diversa etnia che si intende cancellare?
Io lo trovo disgustoso.
PS. Tutti gli autori citati nel mio pezzo, nessuno escluso, sono israeliani oppure ebrei, a volte di nascita e a volte di religione.
Pubblicato Maggio 5, 2008 04:52 AM su Carmilla
Ma siamo impazziti?

Fini, presidente della camera, dice che sia un reato più condannabile e grave bruciare una bandiera nazionalista che il fatto che un branco di naziskin, in fregola di vittoria, uccidano un ragazzo? Ma siamo matti? Da quando la vita di un essere umano vale meno di una bandiera?
Da quando ha vinto la destra evidentemente!
TRONK-ART






foto di georgia
Le patate di Turigliatto

Franco Turigliatto la vigilia elettorale l' ha trascorsa nei campi a piantar patate: «è un po' tardi, ma in campagna elettorale era impossibile e la luna nel fine settimana era propizia». cfr. Sara Strippoli, L'esordio di Turigliatto una scrivania in Regione, La repubblica, 30 aprile 2008, p.4

Aggiungo questa intervista a Sahar Khalifah di Roberto Carnero, «l'amore è impossibile nella palestina che soffre», L'Unità, 25 aprile 2008, p. 25
Sahar Khalifah
e il romanzo perduto

aggiornamento 1 maggio, ore 0,45
---------------------
Vi posto questo articolo interessante uscito sull’Unità nel gennaio del 1997 in occasione del premio Moravia per la letteratura straniera vinto ex aequo da Sahar Khalifah e dalla scrittrice israeliana Ida Fink.
L’articolo è interessante anche perché parla del primo romanzo di Sahar Khalifah, scritto nel 1972, che purtroppo è andato perso. Era un romanzo di 500 pagine che raccontava dei profughi palestinesi dopo la guerra del 1967.
Il manoscritto che lei stava portando all’editore, a Nazareth, le fu requisito, e mai restituito, dai soldati israeliani.
Chissà magari forse un giorno verrà recuperato.
A Sahar Khalifah ho dedicato altri post che potete leggere QUI e QUI (georgia)
«Affido alla penna la mia lotta per la Palestina»
Roma
«Dopo la nostra sconfitta, nel ‘67, sentii che c’era una contraddizione nell’aspirare aduna vita stabile in un mondo in crisi, dove tutto cadeva a pezzi: Avevo vent’anni, ero sposata, infelice, e vivevo ancora con mio marito a Nablus». Sahar Khalifah non rimase a lungo “sposata e infelice”. Ma nacque, come scrittrice forte e “combattente”, proprio da quel conflitto, da quella grande crisi collettiva che investì tutto il popolo palestinese: Fra le maggiori narratrici del mondo arabo, fortemente impegnata nella causa politica della Palestina e in quella delle donne del suo paese, è oggi una donna ancora molto belle, con grandi occhi neri e luminosi, i capelli corti tagliati alla maschietta ed una voce decisa, che spesso si prende il gusto di dispiegarsi in allegre risate. Al tempo della guerra arabo-israeliana, era da poco moglie di un uomo scelto da lei dai genitori, come voleva al tradizione: Andò sposa senza amore, che era un modo per dar vita ad una piccola fabbrica di infelicità. «La nostra casa stava al centro di un terreno molto grande, completamente vuoto – racconta la scrittrice – Dopo la sconfitta arrivavano dall’ovest masse di profughi sospinte dall’esercito israeliano, arrivavano con le loro povere cose, con i loro bambini, la loro grande sofferenza. Molti si fermavano intorno alla nostra casa. La notte li sentivo piangere e lamentarsi. Non avevano acqua né pane. Quello spettacolo fu per me, come per molti altri, un vero shock. La mia pena individuale mi sembrò molto piccola e molto banale. Cominciai a mettere in discussione le regole della nostra vita, a chiedermi chi le decideva e per che cosa. E mi domandai seriamente che cosa stessi facendo con quel mio stupido matrimonio».
Scelta di ribellione
Dovevano passare ancora cinque anni prima che Sahar decidesse di divorziare e di mettersi a scrivere. Ma già da allora, di fronte al disastro della sconfitta palestinese, cominciò uno dei suoi rovelli: imparare la pratica rivoluzionaria, non fermarsi alla semplice ribellione: Ciò significava educarsi ad avere chiaro l’obiettivo, imparare a capire la situazione in tutti i suoi aspetti, imparare l’attesa e la scelta del momento giusto per agire.
Cominciò presto a trarre un insegnamento positivo e pratico dalle lezioni che le venivano dalla vita. Fin dal 1972, quando scrisse un romanzo di cinquecento pagine, che poi andò perduto, e che raccontava la disfatta subita cinque anni prima come lei l’aveva vissuta, «inventando dei personaggi che vivevano in mezzo ai profughi». All’epoca Sahar Khalifah abitava in Libia con il marito, ma decise di portare il suo lavoro a Nazareth, sede dell’editore dei maggiori poeti palestinesi. «Arrivata al ponte del confine, gli israeliani mi chiesero cosa fossero quelle pagine scritte. “Una storia d’amore”, dissi. E loro “Vedremo se è una storia d’amore”. Ero all’aspetto una donna casalinga con due bambine. Mi lasciarono andare, ma tennero il libro». A casa dei suoi genitori, dove di solito passava i mesi estivi con le figlie, quell’anno si sentiva inquieta. Aveva paura a causa del libro. Decise di partire dopo una decina di giorni. «Tornai in Libia. Due giorni dopo la mia partenza vennero a cercarmi a mezzanotte soldati con i carri armati. Mia madre disse loro che ero partita, ma tornarono dopo altri tre giorni, non le avevano creduto». E così sparì il suo primo romanzo.
«Ma al suo posto mi sono rimasti due insegnamenti: il primo, di non tenere mai una sola copia, averne sempre molte. Il secondo: il mio romanzo non era stupido. Il fatto che fossero venuti a cercarmi per quelle pagine scritte significava che erano importanti. Che erano uno strumento di lotta. Io ne avevo dubitato. Succede sempre all’inizio: se da una parte si ha fiducia nel proprio talento, dall’altra c’è sempre un dubbio sulla capacità di esprimersi in modo da interessare la gente». Fu così che superò le esitazioni della principiante. E tornata a casa si mise a scrivere un nuovo romanzo. A metà stesura lo mandò a molti editori. Rispose uno solo. «Ma era il più importante, e mi chiedeva la seconda metà del libro, che non avevo pronta, e che mi misi a scrivere in fretta e furia. Ebbi il mio primo contratto, e finalmente avevo anche un’alternativa alla vita matrimoniale. Era il momento di aver coraggio e di decidere. Dissi “ciao ciao” a mio marito. Avevo trentadue anni».
Cominciò una lunga e felice carriera di scrittrice. Fra gli altri romanzi uscirono Il fico d’India nel ’76, Il girasole nell’80, che deportarono notorietà anche all’estero, con edizioni in molte lingue. Ma Il girasole fu seguito da molte polemiche. «In questo libro, poiché parlavo direttamente dei problemi delle donne, fui attaccata duramente. Le reazioni furono molto negative, perfino da parte delle donne di sinistra, delle democratiche, delle comuniste: mi accusarono di presentare le donne arabe in modo corrotto. Pensai che i tempi non erano ancora maturi per parlare dei problemi delle donne con verità. E così quando scrissi La svergognata, capii che non era il momento della sua pubblicazione».
L’oppressione delle donne
Sahar fece passare cinque anni.
Alla sua uscita il romanzo, che racconta la crisi di una palestinese oppressa dalle tradizioni che la vogliono chiusa in casa, fu un grande successo. Nel frattempo la scrittrice era andata negli Stati Uniti per studiare, grazie alla prestigiosa borsa di studio che aveva cinto, la Fullbrigth. «Ho vissuto negli Usa per sette anni e mezzo. Là ho imparato molto, tecniche, stili, l’uso del linguaggio e dell’ironia. Ho conosciuto la letteratura nera, molto ricca e interessante, e quella delle donne americane. Ma avevo perduto il contatto con la vita quotidiana della mia gente. E così alla fine sono tornata. Ho lasciato gli Usa all’inizio dell’Intifada, nel dicembre dell’87». Ora è impegnata, oltre che nel suo lavoro di scrittura, anche nell’organizzazione di centri per le donne. Ne ha fondato uno a Nablus, uno a Gaza ed uno ad Amman. «Studiamo la realtà delle donne sotto l’occupazione, e sui conflitti che si creano nella società in questa particolare condizione». Ne parla con entusiasmo, nonostante confessi un profondo pessimismo sul futuro della Palestina: E ridendo dice cose terribili: «Scherzo e rido, è vero, ma il mio è un riso amaro. Sono pessimista. Qualche giorno fa ho dato alle stampe il mio ultimo romanzo che è molto cupo, di un umorismo nero. E’ quel che succede quando si perde la fiducia e la capacità di penetrare l’oscurità, di vedere oltre. Dopo gli accordi di Oslo, per i palestinesi la situazione è molto peggiorata. Non vedo soluzioni: E credo che arriverà il giorno in cui israeliani e palestinesi dovranno pagare di nuovo un alto prezzo di sangue».
L’Unità, 8 gennaio 1997, p. 13