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Clandestini
Da QUI
Faccio un post con due commenti, quello di Janula che ci porge il video e quello di Luca Tedoldi che parla dei clandestini ... dimenticandosi però di citare tra le vergogne il tg1 di Minzolini che è diventato il tg più indegno della televisione italiana (forse europea) vincendo la palma del bacia-veline. E naturalmente non parlo delle graziose e avvenenti delizie del papi nazionale, ma proprio delle veline tipo agenzia Stefani sotto il fascismo (georgia)
Legge Sicurezza
Geo, abbiam parlato stamattina di Eco. Ora mi permetto di lasciarti un breve pezzo sulla legge-sicurezza. Luca Tedoldi
Se questo governo ha le mani libere nel disumanizzare gli stranieri e convalidare disposizioni paranaziste, se la folla non invade le piazze per gridare contro il razzismo di stato, se il popolo non accerchia Montecitorio per respingere l’abominio di un governo che lede i diritti umani, questo accade perché viviamo in un paese senza verità. Il 70 % degli italiani vota dopo aver visto il Tg, a detta del Censis. Telegiornali nei quali è impossibile farsi un’opinione di ciò che accade in politica, a causa dell’assenza di argomentazioni e riflessioni, a meno che non si spacci per razionale il continuo martellare sulle consuete categorie prese di mira: non-italiani inevitabilmente ubriachi assassini stupratori criminali. Ai notiziari piace mostrare un’Italia sommersa dalla criminalità, per lo più di origine straniera, a dispetto della massiccia e capillare infiltrazione delle diverse mafie nell’economia e nella politica, taciuta e sempre sottovalutata. Ma niente, dai vari Studio aperto, Tg2, TG5 etc. appare solo la pressante emergenza della paura dei cittadini imprigionati in quartieri assediati. Non contano le reali statistiche, i telegiornali sono la realtà, la sociologia non esiste, nessuno sa che i morti uccisi dal mancato rispetto delle norme della sicurezza sui luoghi di lavoro sono il doppio di quelli della delinquenza ordinaria. La piccola miserabile sicurezza sui cantieri non vale quanto quella sbandierata dai telegiornali pro-partitici.
Conta solo la Sicurezza, quella degli indigeni accerchiati dagli immigrati invasori. Le elezioni vengono vinte grazie alla barbarie della guerra di civiltà, ed a quei tredici milioni che hanno votato Lega e Pdl non importa il fatto che è stata approvata anche una legge che scoraggia l’uso delle intercettazioni, una vera e propria legge-attentato alla reale sicurezza dei cittadini. Le intercettazioni (ma cosa avranno fatto per temerle così tanto?!) saranno autorizzate per i reati per i quali sono stabilite pene superiori a 5 anni, e quando ci sono evidenti indizi di colpevolezza (bisogna già sapere chi è colpevole prima di intercettarlo!!!). Né mancano obblighi paradossali: se la magistratura ha una notizia di reato riguardo ad un prete, supponiamo violento nei confronti dei suoi piccoli chierichetti, deve prima avvisare il suo vescovo, che ovviamente potrà scavalcare la giustizia avvertendo il suo sacerdote. Le carte di ogni inchiesta e di ogni sentenza non devono più apparire pubblicamente, non possono più essere lette dai cittadini. Non è più possibile informare i lettori dei procedimenti in corso. Non è un paradosso: è tutto scritto nella legge. Qualcuno potrebbe forse pensare che è giusto anche tutelare la privacy dei criminali! Da precisare che la legge è stata approvata non da una banda di lestofanti favoriti dai crimini dei colletti bianchi, ma dai parlamentari!
Che oggi esultano per aver approvato un disegno di legge per cui è reato non un’azione ai danni di terzi, ma la semplice condizione di chi non ha i documenti validi. Così dicono (Bricolo su “La Padania”, 3 luglio) di aver superato il “buonismo di stato” (intende il rispetto dei diritti dell’uomo), di aver deciso che gli stranieri sono solo “ospiti”, che si devono “adeguare al nostro modo di vivere” e non possono più essere dei privilegiati: “Al Nord, in Padania, ma anche nel resto del Paese, la gente è stanca di pagare tasse, bolli, ticket e vedere che per gli extracomunitari è sempre tutto gratis e tutto dovuto.” E comunque, meglio che stiano a casa loro: “Il nostro Paese non ha bisogno di nuova forza-lavoro straniera”. Il reato è la stessa esistenza dello straniero, discriminato e reso inferiore per legge. Tra l’altro si tratta non solo di un’aggressione alla cultura cristiana, illuminista e democratica, ma anche di una palese contraddizione di una sentenza della Corte costituzionale che, nel 2007, aveva già escluso (anche l’ovvietà oggi necessita di conferme) che lo stato d’irregolarità potesse essere considerato come segno di pericolosità sociale. Questo governo ha deciso di punire non un’azione, ma uno stato di nascita, una condizione naturale, evidentemente non imputabile. L’assurdità è reale, l’inciviltà è civile, il razzismo è la norma. Con il pretesto di evitare le nozze di convenienza vengono proibiti i matrimoni tra gli stranieri irregolari e gli italiani (ed hanno il coraggio di affermare che la norma non reintroduce il divieto dei matrimoni misti). Chi non ha il permesso deve pagare una multa che può arrivare ai diecimila euro! Assisteremo poi a retate quotidiane e ad un’esplosione degli istituti penitenziari perché chi affitta agli irregolari, e perfino chi oltraggia un pubblico ufficiale, prende tre anni di carcere! Questo è possibile perché la falsità è reale, prodotta da un’informazione genuflessa ai partiti, mezzo di propagazione delle menzogne e degli allarmi che servono a rendere normale l’imbecillità e la spietatezza.
Commento #1
L'Amore tra uguali
non è così diverso
Da QUI
Gay Pride, musica e luci in fiera. Genova, città amica dei diritti
(Secolo XIX)
Prima di tutto la notizia della sentenza storica in India: l'omosessualità non è più reato: Ansa, Unità, Agoravox.
- E poi il commento che ci ha lasciato Marcello Marini che è andato al Gaypride di Genova.
Ciao Georgia, approfitto del tuo blog, anche se siamo fuori tempo ed anche se la notizia sconfortante di attualità di questi giorni è l'incredibile incidente di Viareggio.
Volevo, comunque diffondere un sentito ringraziamento ad una straordinaria e bellissima città, qual è Genova, col suo bellissimo centro storico,ai suoi abitanti ed alla loro sindaca, Marta Vincenzi, che ci ha fatto sentire a casa ed ha accolto il Gay Pride come non è mai successo in questi anni.
La gente applaudiva per le strade, cose che nei Gay Pride Parade europei succede solo ad Amsterdam. Non entro nelle solite polemiche di ogni anno, se la manifestazione era volgare o no. Di volgarità non è ho visto, tranne il giorno dopo sui giornali (che riescono sempre a trovare qualche sedere scoperto).
Il discorso di Marta Vincenzi ha colpito ognuno di noi presenti e la piazza è rimasta ammutolita e commossa. Le sue parole erano vere e bastavano i suoi occhi inquadrati dalle telecamere a dire tutto.
Genova si è dimostrata una vera città dei diritti e noi non dimenticheremo facilmente e, se ci sarà l’occasione, a tempo debito, tutta la comunità LGBTQ italiana saprà ricambiare.
Nel frattempo, naturalmente, ricambiamo l’abbraccio e ringraziamo.
Marcello Marini nel commento #3.
Iran
Se li conosci li eviti
e l'Eketaf generale


Foto da QUI (Repubblica)
In queste immagini, che circolano su diversi siti e blog internazionali
vengono individuati e identificati i diversi gruppi di poliziotti,
pasdaran e basiji protagonisti della feroce repressione.
I giovani partecipanti alla protesta fanno circolare informazioni
e particolari per riconoscerli ed evitarli.
La rivolta iraniana si caratterizza sempre di più per l'uso di internet
per scambiarsi notizie, far arrivare all'estero informazioni ed evitare,
per quanto possibile, la repressione
(Repubblica e QUI)
Vi segnalo alcuni articoli (georgia)
- Prima di tutto vi segnalo le riflessioni intelligenti di Giuditta sul video della morte di Neda, riflessioni che ho letto solo ora.
- Bernardo Valli, L'Inghilterra è un bersaglio provvisorio, nell'attesa che si chiariscano gli equilibri tra le varie correnti. Iran, è una lotta fra ayatollah. Khamenei e Ahmadinejad agitano polverosi fantasmi capaci di accendere l'immaginazione popolare, La Repubblica, 29 giugno 2009.
- Christian Elia, Sciopero generale. Dopo qualche giorno di silenzio, torna in campo l'opposizione in Iran, PeaceReporter, 2 luglio 2009.
- Fatemeh Karimi, Dal 6 all'8 luglio, la protesta iraniana contro il voto darà vita all'astensione dal lavoro. Ma lo farà rispettando tempi e modi della legge. I centri di raccolta saranno le moschee. "Etekaf", lo sciopero islamico. Così ci fermeremo secondo le regole. Gli scioperanti digiuneranno dall'alba al tramonto come durante il Ramadan, La Repubblica, 2 luglio 2009.
- Tam-tam su twitter e sui blog, l'agitazione sembra confermata.E il leader moderato chiede di liberare i "bambini della rivoluzione". Iran, "sciopero generale dal 5 all'8 luglio". Moussavi attacca: "Governo illegittimo". Con il capo della "Rivoluzione Verde" anche Karroubi e Khatami. In rete raccontate le sevizie: "Bastoni, pistole elettriche, violenze"; La Repubblica, 1 luglio 2009
- Iran, Mussavi: governo illegittimo. Ahmadinejad: vittoria contro imperialismo. Il leader riformista chiede di liberare i "figli della rivoluzione". Jerusalem Post: impiccati sei sostenitori dell'ex candidato, Il Messaggero, 1 luglio 2009
- Blogger: «Ecco come torturano nelle prigioni iraniane», Il messaggero, 1 luglio 2009 e QUI il blogger, Revolutionari Road, che ne parla.
- Francesco, Scende il buio sull'Iran, Agoravox (articolo pieno di link).
- Geo-riflessione
Poi voglio segnalarvi uno scritto postato da Megachip che proprio non condivido. Però per capire bisogna leggere anche la destra e poi, a mio giudizio, rifiutarla in blocco (dispiace che sia stata megachip a postare 'sta robaccia) Quindi leggiamoci Galoppini di Eurasia, le cui idee in rete tutti conosciamo anche se certi antiamericanisti a prescindere lo considerano un compagno di viaggio. Quello che mi ha colpito di più nelllo scritto è stato il livore nei confronti dei Mujahidin del Popolo iraniani.
"Tra tutti i motivi messi in giro dalla macchina disinformativa ci ha colpito in particolare quello di chi è giunto – in una sede considerata "autorevole", gestita da "accademici" - a definire "resistenza" un'organizzazione come quella dei "Mujahidin del Popolo" resasi responsabile di una catena ininterrotta di attentati in tutto l'Iran".
Ora Mujahidin del Popolo, per quanto ne so io, credo si chiamano quasi tutti i movimenti di resistenza all'interno dei paesi musulmani e non escludo che qualcuno, con quel nome, possa essere davvero terrorista (ed avere contatti con Al Qaeda anche se la sigla al qaeda ormai è usata per ogni minimo dissidente e disturbatore del guidatore).. Fatto sta che quelli dell'Iran del '79 erano la resistenza, contro lo scia prima, e contro il regime clericale dopo. Parlavo l'altro giorno con una persona che conosceva la situazione di allora: All'inizio della rivoluzione di Khomeini (che fu, è vero, una cosa grandiosa e interessante. E interessante rimane oggi) c'erano, come accade in ogni rivoluzione, tutte le componenti, comunisti compresi. Ma ben presto furono fatte fuori tutte le componenti non religiose e fra queste i comunisti (socialisti ecc.) che da allora sono in esilio o clandestini, naturalmente i soli sopravvissuti, perché moltissimi furono uccisi, fra cui anche alcuni studenti che studiavano in Italia e che al momento della rivoluzione contro lo scia tornarono in Iran per parteciparvi e che nessuno ha mai più visto tornare, né ne ha mai saputo più nulla, ragazzi intelligenti, colti, idealisti, utopisti e tutto fuorché terroristi ... ora Ahmedinajad tuona un giorno sì, e l'altro pure, contro quei terroristi dei Mujahidin (a cui addossa ogni colpa immaginabile), ma come al solito più che terroristi sono semplicemente resistenti, naturalmente ogni paese ha la sua resistenza con cui ci si può trovare più o meno d'accordo, ma ci andrei sempre cauti con la frase terroristi ;-).
Naturalmente va sottolineato che contro i Mujahidin del Popolo ci hanno dato sotto tutti, nell'Iran komeinista, Moussavi compreso, ma alle volte le alleanze cambiano in momenti rivoluzionari..
Tra l'altro la la Mujahideen Khalq che si è opposta, al regime iraniano, dall'Iraq (poi buttata fuori) è stata dichiarata terrorista dagli Stati Uniti di Bush. A riprova che i punti in comune, tra l'Iran di Khamenei e di Ahmedinajad e gli Usa neocon, non sono poi del tutto inesistenti (georgia).
Tornano le leggi razziali

Enzo Apicella, 3 giugno 2009
Il testo sulla sicurezza approvato con la fiducia
Repubblica, L'Unità, Agoravox, Corriere(e QUI),
Firma su MicroMega
Tiziano Scarpa
vince lo Strega

Repubblica, L'Unità, Messaggero
Un grazie a Carlo Capone che ce l'ha segnalato
- Francesco Raiola su Agoravox.
- Francesca Valentini, su Carmilla
Foucault
la realtà messa a nudo

Francis Bacon, Il cardinale, 1953
(un grazie a Giuseppe per il consiglio per l'immagine)
Un testo di Michel Foucault sulla tradizione dell'occidente
L'arte di vivere senza verità. Perché oggi ha vinto il cinismo
Michel Foucault
C’è una ragione che ha portato l’arte moderna a farsi veicolo del cinismo: parlo dell’idea che l’arte stessa, che si tratti di letteratura, di pittura o di musica, deve stabilire con il reale un rapporto che vada al di là del semplice abbellimento, dell'imitazione, per diventare messa a nudo, smascheramento, raschiatura, scavo, riduzione violenta dell’esistenza ai suoi elementi primari. Non c’è dubbio che questa visione dell’arte si sia andata affermando in modo sempre più marcato a partire dalla metà del XIX secolo, quando l’arte (con Baudelaire, Flaubert, Manet) si costituisce come luogo di irruzione di ciò che sta in basso, al di sotto, di tutto ciò che in una cultura non ha il diritto o quanto meno non ha la possibilità di esprimersi. A tale riguardo, si può parlare di un antiplatonismo dell’arte moderna. Se avete visto la mostra su Manet, quest´inverno, capirete quello che voglio dire: l’antiplatonismo, incarnato in maniera scandalosa da Manet, rappresenta a mio avviso una delle tendenze di fondo dell´arte moderna, da Manet fino a Francis Bacon, da Baudelaire fino a Samuel Beckett o a Burroughs, anche se non si identifica attualmente come elemento caratterizzante di tutta l´arte possibile. Antiplatonismo: l’arte come luogo di irruzione dell´elementare, come messa a nudo dell´esistenza.
Di conseguenza, l’arte ha stabilito con la cultura, le norme sociali, i valori e i canoni estetici, un rapporto polemico, di riduzione, di rifiuto e di aggressione. È questo l'elemento che fa dell'arte moderna, a partire dal XIX secolo, quel movimento incessante attraverso il quale ogni regola stabilita, dedotta, indotta, inferita sulla base di ciascuno dei suoi atti precedenti, è stata respinta e rifiutata dall’atto successivo. In ogni forma d´arte si può trovare una sorta di cinismo permanente nei riguardi di ogni forma d´arte acquisita: è quello che potremmo chiamare l’antiaristotelismo dell´arte moderna.
L’arte moderna, antiplatonica e antiaristotelica: messa a nudo, riduzione all'elementare del l’esistenza; rifiuto, negazione perpetua di ogni forma già acquisita. Questi due aspetti conferiscono all´arte moderna una funzione che in sostanza si potrebbe definire anticulturale. Bisogna opporre al conformismo della cultura il coraggio dell´arte, nella sua barbara verità. L’arte moderna è il cinismo nella cultura, il cinismo della cultura che si rivolta contro se stessa. Ed è soprattutto nell´arte, anche se non solo in essa, che si concentrano nel mondo moderno, nel nostro mondo, le forme più intense di quella volontà di dire la verità che non ha paura di ferire i suoi interlocutori.
Restano naturalmente molti aspetti ancora da approfondire, e in particolare quello della genesi stessa della questione dell’arte come cinismo nella cultura. Si possono vedere i primi segnali di questo processo, destinato a manifestarsi in modo clamoroso nel XIX e nel XX secolo, ne Il nipote di Rameau e nello scandalo suscitato da Baudelaire, Manet, (Flaubert?). Ci sono poi i rapporti tra cinismo dell´arte e vita rivoluzionaria: affinità, fascinazione reciproca (perpetuo tentativo di legare il coraggio rivoluzionario di dire la verità alla violenza dell’arte come irruzione selvaggia del vero); ma anche il loro non essere sostanzialmente sovrapponibili, dovuto forse al fatto che, se questa funzione cinica è al cuore dell’arte moderna, il suo ruolo nel movimento rivoluzionario è solo marginale, almeno da quando quest´ultimo è dominato da forme di organizzazione, da quando i movimenti rivoluzionari si organizzano in partiti e i partiti definiscono la "vera vita" come totale conformità alle norme, conformità sociale e culturale. È evidente che il cinismo, lungi dal costituire un legame, è un motivo di incompatibilità tra l’ethos dell’arte moderna e quello della pratica politica, sia pure rivoluzionaria.
Si potrebbe formulare lo stesso problema in termini diversi: perché il cinismo, che nel mondo antico aveva assunto le dimensioni di un movimento popolare, è diventato nel XIX e nel XX secolo un atteggiamento elitario e marginale, anche se importante per la nostra storia, e il termine cinismo viene utilizzato quasi sempre in riferimento a valori negativi? Si potrebbe aggiungere che il cinismo ha molti punti di contatto con un´altra scuola greca di pensiero: lo scetticismo – anche in questo caso, uno stile di vita, più che una dottrina, un modo di essere, di fare, di dire, una disposizione a essere, a fare e a dire, un´attitudine a mettere alla prova, a esaminare, a mettere in dubbio. Ma con una grandissima differenza: mentre lo scetticismo applica sistematicamente al campo scientifico questa attitudine, trascurando quasi sempre l´esame degli aspetti pratici, il cinismo appare incentrato su un atteggiamento pratico, che si articola in una mancanza di curiosità o in un´indifferenza teorica, e nell´accettazione di alcuni princìpi fondamentali. Ciò non toglie che, nel XIX secolo, la combinazione tra cinismo e scetticismo sia stata all´origine del "nichilismo", inteso come modo di vivere basato su un preciso atteggiamento nei confronti della verità. Dovremmo smetterla di considerare il nichilismo sotto un unico aspetto, come destino ineluttabile della metafisica occidentale, a cui si potrebbe sfuggire solo facendo ritorno a ciò il cui oblio ha reso possibile questa stessa metafisica; o come una vertigine di decadenza tipica di un mondo occidentale divenuto ormai incapace di credere ai suoi stessi valori.
Il nichilismo deve essere considerato in primo luogo una figura storica particolare appartenente al XIX e al XX secolo, ma deve anche essere inscritto nella lunga storia che l´ha preceduto e preparato, quella dello scetticismo e del cinismo. In altre parole, deve essere visto come un episodio o, meglio, come una forma, storicamente ben definita, di un problema che la cultura occidentale ha cominciato a porsi già da molto tempo: quello del rapporto tra volontà di verità e stile di esistenza.
Il cinismo e lo scetticismo sono stati due modi di porre il problema dell’etica della verità. La loro fusione nel nichilismo mette in luce una questione essenziale per la cultura occidentale, che può essere formulata in questo modo: quando la verità è rimessa continuamente in discussione dallo stesso amore per la verità, qual è la forma di esistenza che meglio si accorda con questo continuo interrogarsi? Qual è la vita necessaria quando la verità non lo è più? Il vero principio del nichilismo non è: Dio non esiste, tutto è permesso. La sua formula è piuttosto una domanda: se devo confrontarmi con il pensiero che "niente è vero", come devo vivere? La difficoltà di definire il legame tra l’amore della verità e l´estetica dell´esistenza è al centro della cultura occidentale. Ma non mi preme tanto definire la storia della dottrina cinica, quanto quella dell´arte di esistere. In un Occidente che ha inventato tante verità diverse e che ha plasmato tante differenti arti di esistere, il cinismo serve a ricordarci che ben poca verità è indispensabile per chi voglia vivere veramente, e che ben poca vita è necessaria quando si tenga veramente alla verità.
traduzione di Stefano Salpietro
IL TESTO di Michel Foucault (1926-1984), di cui pubblichiamo un estratto, compare nel numero 100 di Lettera Internazionale in edicola e in libreria in questi giorni. Nell' edizione italiana di questa rivista europea si trovano anche testi di Marshall McLuhan, Dario Fo, Regis Debray, Franco Ferrarotti su tema dei media di oggi. E ancora, Brecht, Canfora, Derrida, Cerami e tanti altri.
La Repubblica, 1 luglio 2009, p 43
Coriandoli.info

Umberto Eco, La verità? È solo nella finzione; La repubblica, 30 giugno 2009, pp. 1, 43. ( e QUI). E' stato segnalato da Carlo Capone.
Corrado Bologna, Ezra Pound, Il manifesto, 30 giugno 2009, p. 11 (e QUI in pdf)
Intervallo
Jim Morrison improvvisa un'ode a Nietzsche
Il 1° settembre 1968, poco prima di un concerto a Saratoga
(contea di New York), Morrison si siede a un pianoforte a coda
che si trova nei camerini e improvvisa un'ode a Nietzsche
che comprende una ricostruzione semiseria della prima crisi di follia
del filosofo: imbattendosi in un cavallo fustigato a sangue dal cocchiere,
Nietzsche abbraccia l'animale e piange, per poi buttarsi a terra
e urlare in preda agli spasmi. Da QUI
Questa autentica chicca l'ha postata Treno a vapore di cui lo ringrazio. Notate anche gli spettatori d'eccezione: John Lennon e Yoko Ono che però .... come mi fa notare Francesco nei commenti (cosa di cui lo ringrazio molto) non sono loro:
"la coppia spettatrice non è John Lennon e Yoko Ono, bensì Ray Manzarek (tastierista dei Doors) con la sua compagna (anch'ella orientale)".
Inoltre Francesco nota una cosa interessante: "Ripensando a quell'episodio della fustigazione del cavallo e della crisi di pazzia di Nietzsche, e guardando questo video, mi è tornato in mente il verso conclusivo di una celebre canzone dei Doors, The Soft Parade: "When all else fails, we can whip the horses eyes and make them sleep and cry". A questo punto credo proprio che ci sia un nesso". (georgia)
Pina Baush
1940-2009

Repubblica
foto
VIDEO dal film di Almodovar, Parla con lei
Intervallo
Michael Jackson
In alto: Human Nature, preso da QUI
in basso: Billie Jean, preso da QUI, con la mitica moonwalk.
Tutto avrei pensato fuorchè dedicare un mio intervallo a Michael Jackson e invece lo faccio :-)
Ho scelto per voi una canzone che mi piace e il video dove si vede la sua famosa moonwalk, camminata lunare. Poi vi segnalo due articolo usciti sulla Repubblica. (georgia)
P.S.
Inoltre postandovi questo piccolo pezzo vi segnalo che il Manifesto il 27 gli ha dedicato parecchi articoli.
Roma 1988
Snodabile perfezionista assoluto del moonwalk
«In Michael Jackson tutti gli estremi si incontrano - sostiene l'intellettuale afroamericano Nelson George - bianco e nero, uomo e donna, adulto e bambino. È una taglia unica che ha qualcosa di magico e molto d'inspiegabile». Un pizzico di polvere di stelle ha avvolto da sempre il ragazzino riccioluto poi diventato trentenne superstar e infine elephant-man del bisturi. Difficile non restare colpiti dal talentuoso showman in quella straordinaria esibizione romana, il 23 maggio 1988, allo stadio Flaminio, muovendosi come un indiavolato licantropo toccato dalla grazia divina. Camicia bianca e jeans nero, ogni suo scatto era una scarica elettrica da mille volt. Nei dodici anni d'oro della sua carriera, approssimativamente dall'84 al '96, ogni videoclip o canzone è stata una cascata di dollari sonanti, gli sponsor firmavano contratti a nove zeri per il perfezionista del moonwalk, quel passo di break dance col corpo snodabile che simula una gravità ridotta, scivolando all'indietro. Il suo Dangerous World Tour del '92 è stata una trionfale passeggiata planetaria, vista da milioni di persone in 125 paesi. I due matrimoni, il primo con Lisa Presley, il secondo con Deborah Rowe, la sua infermiera, e i due figli Prince Michael e Paris Katherine e poi una pericolosa china senza fine.
Si chiama moonwalk perchè ci si sposta all'indietro creando l'illusione ottica di camminare in avanti come in assenza di gravità, insomma, come sulla luna.
Per questo è chiamato Moonwalk e fu mostrato dal grande Jackson durante il concerto per i 25 anni della motown
Il manifesto, 27 gougno 2009, p.3
Fragile icona globale
Francesco Merlo
DAVVERO nessuno può ancora fingere di stupirsi che il suo ' Thriller" sia la musica, anzi la videomusica più venduta nel mondo, più delle canzoni dei Beatles, forse più della Bibbia. Michael Jackson infatti è l' Ovidio dei nostri giorni.
È l'artista delle Metamoforsi, che sono tipiche delle civiltà imperiali, della Roma degli Augusti come dell' America dei Presidenti, delle globalità dove ogni cosa passa in un' altra, si tramuta nel suo contrario.
Non lo diciamo per fare arricciare il naso a qualcuno: Jackson è l' evoluzione dei Lumumba, dei Senghor e dei Franz Fanon, ma anche dei Lin Piao. È infatti la rivoluzione che diventa confusione perché toglie l' identità certa all' Oriente e all' Occidente e li con-fonde. Ma se ormai ci inorgoglisce il nostro "andare verso" - verso oriente, verso l' Africa, verso gli altri - ancora ci stordisce la direzione opposta, ci turba che vengano verso di noi. Diciamo la verità: quando si fanno bianchi come noi ci sembrano mostruosi: non sopportiamo un' africana coni capelli rossie gli occhi chiari, e ci faceva pena quel cantante matto che voleva a tutti i costi somigliare a noi.
Ecco perché Jackson era un bellissimo spavento. Era l'icona del futuro sì, ma di un futuro non più nostro, questo Tarzan alla rovescia che sempre ci mostrava che non è vero che la storia siamo noi: noi occidentali, noi ricchi, noi rock. Non era infatti la confortante banalità meticcia del bianco che diventa nero pur restando bianco, ma la magnifica paura che alla fine del "Thriller" sarà il nero a diventare bianco pur restando nero. Insomma, Michael Jackson è la prova che la storia sono loro: loro afro asiatici, loro poveri, loro rap.
E infatti, ora che è morto, ora che la morte ce lo restituisce vivo, Jacko entra nella storia come il capostipite di una nuova nobiltà meticcia: non l' uomo che assorbe il gorilla con l' urlo di Tarzan, o la donna Jane che abbandona Londra per tarzanizzarsi nella giungla, ma il leone che assume sembianze umane trasformando il ruggito in canto, la giungla di alberi e liane che diventa metropoli di cemento, di titanio e di spaesamento.
Michael Jackson è l'Oriente che si fa Occidente, è il Pavone dello Zoroastrismo che assimila la Croce di Roma, è il Ramadan che diventa banchetto pasquale, è il latte di cammella che si tramuta in succo di vite, è il burqa trasparente sul corpo di Venere, è Fatima, figlia di Maometto, che prende le fattezze di Maria, madre di Cristo. Metamoforsi ovidiana e jacksoniana è la Cina che da colonia ridiventa impero ed esportai propri capitali in America, acquistando titoli di Stato. Metamorfosi ovidiana è il magico ballerino che danzando diveniva un robot.
Metamorfosi è quella voce che si faceva strumento a fiato per fluide durezze. È il bimbo poverissimo che, per sottrarsi alle violenze del padre decide di diventare Pinocchio e cerca un Geppetto, come in un' adozione, che è la fierezza del meticciato culturale, un istinto che nella storia è sempre stata un privilegio delle comunità forti e crudeli, dai Romani a Maometto, da Cesare alla Hollywood di Jacko e sinanco al Marlon Brando Vito Corleone che affidò "la famiglia" al figlio adottivo Tom Hagen. Ancora una volta però in Michael Jackson è un' adozione alla rovescia, il figlio cerca infatti un padre falegname che lo smonti: metamoforsi è quel diavolo di bimbo nero che finalmente si fece aggraziato e armonioso burattino bianco.
Anche se è arrivata all’improvviso, la sua morte è stata orribile, una lunga agonia che egli ha percepito e vissuto da mostro, su una sedia a rotelle, sotto una montagna di debiti, gonfio di disperazione e di farmaci, umiliato dalle accuse di pedofilia.
E però questa morte, come la morte dei santificati, è una resurrezione perché definitivamente lo sottrae ai suoi pensieri e alle sue ossessioni di sconfitto, alle umiliazioni beffarde, alle fobie e agli orrori della mente, e lo riconsegna ai territori nei quali Michael doveva e deve stare, quelli dell' arte e dell' antropologia, della poesia e dell' amore.
Ora che è morto, Michael non è più un' icona fragile come una farfalla e feroce come un orso ferito. Torna ad essere valore, simbolo, punto cardinale, l' astrazione concreta che manda in tilt il web, fa piangere non solo Madonna e Steven Spielberg, che hanno la lacrima facile e sospetta, ma i giovani di tutto il mondo, quelli che presto abiteranno il tempo che lui ha anticipato.
Ecco: la vera battaglia contro il razzismo si compie lì, nel rendere naturale l' artifizio tentato dai chirurgi ai quali si è sottoposto Michael, nella confusione come valore, che è molto più scandalosa della contrapposizione. La vita di splendori infelicissimi di Jackson ci ribadisce infatti che il meticciato che ci attende non sarà così poetico e così semplice e che il suo valore salvifico dovrà passare attraverso scontri e feroci conflitti etnici e razziali, attraverso guerre di faglia: Serbie e Croazie, Irlande, Palestine, Sciiti e Sunniti, Algerie, Macedoni, Traci, Grecortodossi, Turchie Ciprioti, Greci, Ceceni, Armeni, Curdi... E tuttavia sarà dei nipotini di Jackson il compito di far diventare l' Europa quel che era, di farla tornare persiana e fenicia, una babele variopinta dove ci chiederanno di ragionare con più teste, di pregare più di un dio, di accettare le più diverse abitudini sessuali, di saper camminare in posizione eretta e tuttavia, quando è il caso, di trascinarci su una sedia a rotelle. Grazie all' inquietudine, questa volta il solito, perfetto prodotto dello star system americano è un valore da coltivare, fosse pure da intrusi, com' era diventato lo sbiancato Jackson nel mondo dei bianchi che si anneriscono. -
Francesco Merlo
La Repubblica 27 giugno 2009, p. 1, 37 (QUI in pdf)
Il paradosso razziale
Vittorio Zucconi
NELL' ANNO trionfale del nero autentico, il bianco finto si consuma e muore. La stella «black» che cercò per tutta la vita di diventare «white» si spegne proprio mentre si alza nello zodiaco del potere il segno prepotente di un afroamericano vero e orgoglioso di esserlo.
Dietro gli orrori della chirurgia plastica abusata, la bizzarria disperata della sua solitudine e la maledizione di un favoloso talento, la morte per arresto cardiaco di Michael «Wacko Jacko» Jackson a 50 anni sembra volerci dire che di lui, e della sua impossibile traversata della barriera razziale, non c'era più bisogno, nel tempo e nella nazione che ha visto crollare per sempre anche il muro del colore, con Barack Obama che proprio ieri lo ha definito «un'icona della musica dalla vita triste e tragica».
Possiamo essere certi che nel mare del giornalismo tabloide, quella diagnosi così banale di «arresto cardiaco» che significa ben poco senza conoscerne la causa, scritta sul certificato di morte all'ospedale dell'Università UCLA a Beverly Hills dopo tre quarti d'ora d'inutile rianimazione, mentre nei corridoi la gente gridava «salvatelo, salvatelo», diventerà oggetto di insinuazioni e teorie complottiste e già le accuse ai medici sono partite. Beverly Hills rimane il luogo dei misteri in technicolor, dal massacro di «Satana» Manson al suicido di Marilyn Monroe. Quella « Norma Jean» che «Wacko», Jacko lo Svitato, aveva tentato di imitare nel falsetto seducente di una voce che lui aveva mantenuto infantile, con iniezioni di ormoni femminili. Eppure Michael Jackson, nonostante le almeno cinque «rinoplastiche», le modifiche di naso ripetute fino all'ultima fatta da un chirurgo tedesco, il doktor Mang, utilizzando la cartilagine di un orecchio, è stato molto più del King of Pop che aveva inventato la «camminata lunare» sul palcoscenico e aveva ripreso le mosse pelviche da Elvis Presley aggiungendo di suo la presa a piena mano del «pacco» nei calzoni per far gridare le ragazzine di ogni età. Proprio come Elvis, morto a 42 anni, anche lui in circostanze che ancora gli irriducibili non vogliono accettare, il quinto dei sette figli di «Joe» Jackson l'operaio e di Katherine Scruse venuti al mondo nell'Indiana, anche lui ha rappresentato un periodo di passaggio, di confusione, dunque di transizione per quella parte così sensibile dello spirito del tempo raccontata dalla musica popolare. Un uomo confuso per un tempo confuso, nel quale anche i suoi «brothers» di pelle oscillavano tra il rivendicarlo come appartenentea loro, nella celebrazione solenne all'Apollo di Harlem, sacrario della musica e dell'intrattenimento afroamericano, e il disconoscimento come traditore. Sempre capito, tuttavia, nella sua angoscia di essere «altro» da ciò che mamma aveva fatto.
Mentre Elvis trasportava nel mondo dei bianchi le mosse,i ritmi, le tonalità e le allusioni scandalose della musica nera, e i Beatles cantavano le ballate della generazione dei «ribelli senza una causa», «Jacko» viveva quindi attraverso il proprio corpo la metamorfosi razziale e la confusione di un'America che lottava contro se stessa, per accettare il fatto di essere sempre più multietnica. La sua musica, dai facili coretti dei primi successi con la band di famiglia, i Jackson 5 che i critici licenziavano come «Bubblegum», gomma dolciastra da masticare, fino all'ultimo album che avrebbe dovuto presentare nel suo sfiancante tour della resurrezione con 50 concerti in Inghilterra, non aveva mai cercato, neppure negli anni del successo con Thriller, sfide e provocazioni al commercialismo. Né aveva avuto gli accenti aggressivi dell'hip hop, del rap scritti per i ghetti dai ghetti.
La provocazione erano lui, la sua fisicità mutante e in fondo tenera di creatura senza identità, l'Uomo Confuso, nero, cappuccino, bianco latte, chiazzato (nella «vitiligo», la depigmentazione patologia della pelle) rosa shocking, verdolino, clownesco, tragico, con il naso mutevole come la polena di una nave senza rotta. Jacko era una società multietnica ambulante, tutta contenuta in una sola persona, con sottotoni d'incertezza di genere e di sessualità, nonostante le due mogli, Eva Marie Presley, sposata per assorbire qualcosa del padre, e poi Deborah Rowe, l' infermiera di un dermatologo, dalla quale ebbe due figli, Michael Prince, il neonato che espose nel vuoto da un balcone d'albergo facendo inorridire il mondo, e Paris Michael Katherine. Di lui, si diceva che fosse il primo caso di «un uomo nato maschio nero e diventato donna bianca». E che soltanto in America potesse accadere.
Infatti soltanto in America, dove i simboli sono realtà e la realtà si traduce sempre in simboli, la metamorfosi collettiva di una società poteva diventare la pubblica metamorfosi di un essere umano. Piaceva, mentre faceva orrore, questo suo essere tutti e nessuno, sempre al suono dei pezzi che versavano milioni di dollari sopra i suoi capelli stirati e strinati, come i 95 milioni di dollari che la Sony gli pagò soltanto nel 1995 per i diritti sulle sue future canzoni. E nella «horror story» di un uomo talmente visibile da essere divenuto inguardabile, l'accusa di turpitudine sessuale contro i bambini, attirati nel «lettone grande» del suo Paese del Balocchi, la «Terra del Mai», la Neverland, dove pagò addirittura 20 milioni di dollari per tacitare una famiglia che lo aveva denunciato per molestie, apparve quasi inevitabile, come se ormai lui avesse attraversato il confine delle terre dove soltanto i Peter Pan possono volare.
Fu scagionato, ma nessun tribunale avrebbe mai potuto assolverlo da se stesso. Lo avevano abbandonato tutti, i suoi addetti stampa, i succhiasangue interessati, le prime e seconde mogli che pur di non vederlo più avevano rinunciato a vedere anche i figli («sono suoi e se li tenga lui» aveva dichiarato al giudice l'ex infermiera) persino gli amici disinteressati, come Steven Spielberg, offeso dalle liriche di una sua canzone che rimava «Hey Jew, you can sue», senti Ebreo, se vuoi, querelami. Ma ancora difeso da una legione di fedeli, soprattutto fuori dall'America, affezionati alle melodie che avevano accompagnato, con i magnifici arrangiamenti di Quincy Jones, le loro adolescenze, il tempo della loro confusione.
Era scontato che s'imbottisse di Valium, Xanax, Ativan, benzodiazepine a gogo e analgesici per resistere all'essere, in senso questa volta reale, un uomo che sapeva stare nella propria pelle. Perché sia morto forse lo dirà l'autopsia, visto che almeno il cuore, nel proprio colore, non ha incertezze.
Vittorio Zucconi,
La Repubblica, 27 giugno 2009, pp.1, 36-37(e QUI)