Serial killer
Nome in codice Kiappe d'oro

"Un video scabroso, girato in una palazzina legata ai servizi segreti,
un gruppo di Carabinieri che ricatta, un governatore che crolla,
un pusher che muore misteriosamente, un trans prima minacciato,
rapinato, picchiato e poi trovato carbonizzato.
Ma non è un thriller, è l'Italia.
È Roma, che sembra tornata ad essere quella
dei tempi della Banda della Magliana.
Anzi, peggiore. Più subdola e per questo più pericolosa.
La Brendona è il Mino Pecorelli del tempo tragico e farsesco
che stiamo vivendo, di una classe dirigente di una pochezza spaventosa,
nome in codice Chiappe d'Oro».
(mario adinolfi)
Misteri d'Italia, Brenda muore all'alba
Paola Bonatelli
Nella storia della giornata mondiale contro la transfobia, che si celebra oggi, 20 novembre, in tutto il mondo in memoria delle vittime transessuali assassinate, l'Italia verrà ricordata quest'anno per la morte di Brenda, 32 anni, trovata morta all'alba nel suo appartamento di Roma. La sua memoria sarà anche più pesante perché Brenda era una delle persone transessuali coinvolte nel cosiddetto scandalo Marrazzo. La giovane brasiliana, morta asfissiata in seguito ad un incendio sviluppatosi nella sua abitazione (pare proveniente da una borsa), giaceva seminuda sul soppalco della sua casa di via Due Ponti. Accanto a lei, una bottiglia di scotch, e intorno l'inquietante presenza non solo di alcune valigie già pronte ma del suo computer portatile immerso nell'acqua. Nonostante le recenti dichiarazioni di Brenda, che, dopo l'episodio di violenza in cui era stata coinvolta l'8 novembre scorso, durante il quale le era stato portato via il cellulare e da cui era uscita spaventata e pesta anche per le ferite che si era autoprocurata in ospedale, aveva detto di non poterne più e di vivere nel terrore di morire, nessuno crede all'ipotesi del suicidio. Anche perché è il secondo morto del caso Marrazzo, dopo Gianguarino Cafasso, di professione protettore/pusher. Cafasso sarebbe morto di overdose di cocaina ma la faccenda non ha convinto la procura di Roma, che ha ordinato ripetuti esami tossicologici sul corpo. Secondo i carabinieri, sarebbe stato lui il filmaker di via Gradoli.
La prima a non credere al suicidio di Brenda è appunto la procura capitolina, che ha disposto gli esami autoptici e tossicologici della vittima e il sequestro del suo computer. Non ci credono le sue amiche, che sostengono che Brenda l'hanno ammazzata, non ci crede Vladimir Luxuria, che ha detto "Brenda poteva essere vista come una persona scomoda, troppe cose mi lasciano perplessa sulla casualità di questa fine" e nemmeno il legale dell'ex presidente della Regione, Luca Petrucci, che, ricordando il famoso caso della Uno bianca, in cui i testimoni venivano messi a tacere, chiede protezione per Natalie, l'altra transessuale coinvolta nella vicenda Marrazzo. Ma le parole più dure sono di Mario Adinolfi del Pd, vicedirettore di RedTv, che su Facebook commenta: "Un video scabroso, girato in una palazzina legata ai servizi segreti, un gruppo di carabinieri che ricatta, un governatore che crolla, un pusher che muore misteriosamente, un trans prima minacciato, rapinato, picchiato e poi trovato carbonizzato. Ma non è un thriller, è l'Italia. È Roma, che sembra tornata ad essere quella dei tempi della Banda della Magliana. Anzi, peggiore. Più subdola e per questo più pericolosa. La Brendona è il Mino Pecorelli del tempo tragico e farsesco che stiamo vivendo, di una classe dirigente di una pochezza spaventosa, nome in codice Chiappe d'Oro». Ciao Brenda.
Comunicato di Take Back The Night
Stanotte a Roma una delle transessuali legate al caso Marrazzo è stata trovata morta, il cadavere bruciato.
Brenda era una delle tante sex workers che giorno e notte lavorano nell'illegalità, sfruttate ed umiliate, da un sistema omofobo, transfobico e repressivo.
Ogni giorno donne, lesbiche, omosessuali, transessuali, migranti vivono un'esistenza di marginalità e precarietà, nelle strade invase da ronde e picchiatori, diventano visibili solo quando salgono alla ribalta dei fatti di cronaca nera, picchiate, violentate, uccise.
Oggi 20 novembre, nella giornata mondiale in ricordo delle vittime di transfobia, un'ennesimo nome va aggiunto a questa lista: chiediamo che sia fatta luce su questa morte legata a doppio filo alla politica del potere, dei favori, delle mazzette.
Domani saremo in piazza: donne, lesbiche, migranti, transessuali in un corteo notturno per le strade di Roma, per riprenderci la notte, le strade della nostra città, per affermare l'autodeterminazione dei nostri corpi.
Verità e Giustizia per Brenda.
Appuntamento il 21 novembre a Piazza Vittorio, ore 18.30
Manifesto 21 novembre 2009
Donatella Papi
de gustibus non est disputandum
Questa è troppo carina (carina si fa per dire) e ve la devo passare. Dunque fra i suoi detrattori Roberto Saviano ha avuto anche Donatella Papi (giornalista del Giornale tanto per cambiare) che lo definì piccolo arrivista e tanti altri appellativi che ora non vi ripeto ... bene è la stessa Donatella Papi che oggi vuol sposare Angelo Izzo (l'infame delinquente del Circeo e che poi anni dopo, in libertà condizionale, ne ha ammazzate altre due) se ne è innamorata, perchè .... ha scoperto di avere molte affinità con lui ... beh ... de gustibus non est disputandum ... ma però ci si può sputare sopra... (georgia)
Web
Libertà d’impressione

Articolo 19 Dichiarazione dei diritti umani dell'Onu
Ogni individuo ha diritto alla libertà d'opinione e d'espressione,
il che implica il diritto di non venir disturbato
a causa delle proprie opinioni e quello di cercare,
ricevere e diffondere con qualunque mezzo di espressione,
senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee.
(Dichiarazione dei diritti Umani dell'Onu)
Uno school bus per la Rete
da L’espresso in edicola
di Alessandro Gilioli
Agli studenti di Shanghai Barack Obama lo ha detto a modo suo e senza girarci troppo intorno: «La libertà di accesso a tutti i contenuti on line ci rende migliori». Una frase semplice, che però nasconde una questione fondamentale per il futuro delle democrazie: il concetto di “libertà d’impressione”, che sta al XXI secolo come all’epoca illuminista stava il principio della “libertà d’espressione”.
A teorizzare la libertà d’impressione, “rovesciando” l’articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti umani dell’Onu, sono da anni due scienziati della politica canadesi, Marshall Conley e Christina Patterson, che hanno introdotto la formula sostenendo che «la Rete, facilitando la diffusione della conoscenza, incrementa la libertà d’espressione e il valore della cittadinanza». La possibilità di avere accesso al Web cioè accresce verticalmente la possibilità di farsi un’opinione e di manifestarla, grazie alla molteplicità di fonti, notizie e punti di vista frequentabili nel Web.
Quando arrivò sugli scaffali (nel volume “Human Rights and The Internet”, Macmillan 2000) la visione di Conley e Patterson pareva un po’ troppo pionierista, in un periodo in cui gli utenti del Web erano una dozzina di milioni in tutto il mondo.
Poi però le cose sono cambiate e oggi i cybernauti sono quasi un miliardo, con previsioni di raddoppio entro il 2013. Negli Stati Uniti sono on line otto persone su dieci, in Italia ci stiamo avvicinando a metà della popolazione. «E quindi si sta cominciando a capire che l’accesso a Internet è un corollario del diritto alla libertà individuale, perché fornisce quegli strumenti critici attraverso i quali ci si forma un’opinione», spiega Sebastiano Maffettone, filosofo e docente di Scienze Politiche alla Luiss.
L’accesso alla Rete insomma non è più visto come un lusso o un orpello, ma come una condizione per potere esercitare gli altri diritti, come appunto la libertà di opinione e di espressione.
Così quella che sembrava un’utopia da teste d’uovo ha iniziato a essere discussa nelle sedi istituzionali, come l’Internet Governance Forum, il “parlamento” mondiale della Rete collegato alle Nazioni Unite che il 18 novembre scorso si è riunito in Egitto proprio per arrivare a definire quello che il giurista Stefano Rodotà chiama un “Bill of Rights”, cioè una carta «che stabilisca gli elementi costitutivi della cittadinanza digitale». Non solo quindi «il basico diritto d’accesso, ma anche i diritti della persona in Rete, come quello all’oblio e alla gestione dei suoi dati personali». L’obiettivo, spiega Rodotà, «è arrivare nell’arco di un paio di anni, attraverso un processo condiviso in Internet, a un riconoscimento formale di questi diritti che poi potrebbero costituire una Convenzione da far firmare agli Stati».
Solo teorie? Mica tanto. Basta pensare che, seppur tirata per la giacca, anche la Corte costituzionale francese ha dovuto affrontare pochi mesi fa il problema. Colpa o merito di Nicholas Sarkozy e della sua battaglia contro i “pirati” di Internet, cioè gli utenti che scaricano musica e film in violazione del diritto d’autore: per contrastare il fenomeno, il governo francese aveva fatto approvare una legge (nota come Hadopi) che prevedeva la sospensione della connessione a Internet per i downloader recidivi. Approvata dal Parlamento di Parigi, la legge è stata cestinata dalla Consulta in base al principio per cui l’accesso alla Rete è «una componente della libertà di espressione» di cui non si può essere privati con un atto amministrativo e senza un regolare processo, altrimenti «si viola la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1789». [la legge viene poi ripresentata modificata al Parlamento n.d.gerorgia])
Così è stato ufficializzato per la prima volta l’accostamento tra diritti umani e accesso al Web. E quest’ultimo è stato accomunato ai diritti sanciti dalla Rivoluzione francese, come quello alla libertà personale e alla proprietà. In modo non dissimile, l’idea è stata fatta propria dal Parlamento europeo, quando nel maggio scorso ha stabilito tra l’altro che «non possono essere imposte limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet».
Ma mentre Onu e Ue tentano di stabilire dei principi, qualche paese d’avanguardia sta già andando avanti da solo. Come l’Estonia, che si è data una legge in cui l’accesso alla Rete viene definito “diritto dei cittadini”. Non essendo in Italia, alle parole sono seguiti i fatti: come la realizzazione del programma d’informatizzazione delle scuole e la digitalizzazione della burocrazia amministrativa, fino all’esperimento del voto on line alle ultime europee.
L’idea della Rete come diritto è poi passata dall’altra parte del Baltico e nell’ottobre di quest’anno è stata la Finlandia a stabilire per legge che la connessione dei suoi cittadini (a una velocità minima garantita di 100 Mb) deve essere fornita a tutti, compresi quelli che abitano nei più sperduti villaggi artici. Sottraendo la decisione se cablare o no un’area geografica all’arbitrio dei fornitori di connettività (quindi del mercato), il governo di Helsinki ha fatto suo il principio per cui la Rete non è solo un luogo di entertainment, ma è soprattutto uno strumento grazie al quale ciascun individuo può allargare le sue possibilità sia di conoscenza sia di crescita socio-economica, e quindi lo Stato deve offrire a tutti i cittadini – che vivano nella capitale o tra i licheni – le stesse opportunità di crescita, come previsto dalla Costituzione.
Il principio è quello – tutto kennedyano – degli “school bus” americani: cioè la conoscenza come diritto da distribuire a tutti, anche a spese dello Stato. Del resto anche nel linguaggio comune la Rete è un’autostrada digitale: e se per poterla percorrere è necessario uno “school bus” (cioè un accesso elettronico decente) la società ha il dovere di fornirlo. In altre parole: il digital divide nel XXI secolo è una forma di “discriminazione d’opportunità” inaccettabile come nell’America di Kennedy era inaccettabile che i ragazzini più poveri non potessero andare a scuola perché non c’erano gli autobus.
Come si vede siamo di fronte a due approcci entrambi moderni, ma un po’ diversi per concretizzare quel “diritto all’impressione” teorizzato dieci anni fa nelle università canadesi: da un lato quello francese e del Parlamento europeo, dall’altro quello estone e finlandese. Cascami, rispettivamente, delle due grandi correnti di pensiero dei secoli scorsi: nel primo caso la visione illuminista-borghese per cui va tutelato il diritto individuale all’accesso di chi ce l’ha e non può esserne privato; nel secondo caso l’impostazione d’ispirazione socialista secondo cui il diritto alla Rete va anche assicurato a chi non ce l’ha in quanto pari opportunità di sviluppo.
In altri termini, si è riproposto per Internet il dualismo tra diritti che lo Stato deve garantire passivamente, astenendosi dall’intervenire, e diritti per i quali invece lo Stato si fa parte attiva, sia in termini di spesa pubblica sia assicurando la neutralità della Rete (l’uguale accessibilità di tutti i contenuti del Web senza privilegiare le media company più potenti).
Lo stesso dibattito sulla natura di questo “diritto all’impressione” anima da tempo il Web italiano nei suoi contraddittori rapporti con lo Stato. Da un lato c’è la paura (non infondata) che il Parlamento intervenga con limitazioni alla libertà di navigazione e di espressione on line, attraverso i vari progetti di legge ammazza-Internet succedutisi di recente; d’altro lato si sente sempre di più la necessità che sia lo Stato a farsi parte diligente nell’espansione del diritto alla Rete, eliminando gli ostacoli di tipo tecnico e culturali alla sua diffusione negli strati di popolazione meno avanzati.
Così, da noi, la paventata (e poi blandamente smentita) abolizione dei supporti pubblici alla banda larga – dopo anni di generosa spesa per il digitale terrestre televisivo – costituirebbe alla fin fine la negazione di «un diritto sociale e di una conquista dell’umanità», come dice Gianluca Dettori, imprenditore della Rete e fondatore su Facebook di un gruppo chiamato appunto “Internet come diritto fondamentale”: «Le reti digitali (telefonia, dati, broadband) in una società moderna sono altrettanto essenziali dell’acqua in una società rurale. Ma in un paese gerontocratico come il nostro questo concetto fatica a passare».
Già, perché Internet non è soltanto un mezzo attraverso cui si esercita la libertà individuale, e non è nemmeno solo uno strumento di emancipazione sociale dei “left behind” digitali: è anche un formidabile elemento di integrazione nell’economia di mercato di individui e aziende che di questo mercato sono rimasti ai margini, o che comunque potrebbero entravi in modo molto più massiccio.
Quindi il superamento del digital divide non è solo interesse di chi si trova dall’altra parte del fossato elettronico, ma è anche un obiettivo dalle ricadute economiche per quelli che già sono infoalfabetizzati e per tutto il Pil di un paese.
Nonostante ciò, da noi Internet viene messo a rischio sia in quanto diritto liberale sia in quanto diritto sociale. Forse perché la “libertà d’impressione” è anche e soprattutto stimolo a ricevere e a cercare i messaggi politici e culturali più diversi, per poi consentire a chiunque di costruirsi un’identità d’opinione propria: un obiettivo che sta all’opposto esatto rispetto al modello di un paese omogeneo, conformista e povero di biodiversità culturale, dove pertanto va benissimo investire in tivù.
Dal blog Piovono rane
Sull'Espresso in edicola.
La vignetta del giorno
Gerusalemme ultimo atto

Enzo Apicella, 19 novembre 2009
AGGIORNAMENTO dai commenti (20 novembre)
- Israel defends its "illegal" settlement expansion, by Sameh A. Habeeb , in Palestine Telegraph, 19 novembre 2009
- Time to Admit Who the Real Victims Are, 1 November 2009, Sarah Price, Palestine Telegraph, 1 novembre 2009, preso da The Jerusalem Post 5 novembre.
Traduzione segnalatami da enzo Apicella e che è di Rete Eco, ebrei contro l'occupazione
E' ora di ammettere chi sono le vere vittime
Il rapporto per il numero di morti è di 1 a 100, a nostro favore. Per quanto riguarda le distruzioni, è molto, molto di più. A tutto’oggi, migliaia di persone a Gaza vivono in tenda perché non permettiamo di far arrivare il cemento per ricostruire le case che abbiamo demolito. Abbiamo fatto della Striscia di Gaza una zona sinistrata, una questione umanitaria, e la manteniamo in questo stato con il nostro blocco. Durante questo tempo, qui, dal lato israeliano della frontiera, non riusciamo a ricordare quando la vita sia stata così tranquilla e sicura.
Allora decidiamo: quali sono state le vittime dell’operazione Piombo fuso, loro o noi?
La questione non si pone, siamo noi. Noi, gli Israeliani, siamo stati le vittime e noi lo siamo sempre. In realtà, la nostra condizione di vittime peggiora di giorno in giorno. Il rapporto Goldstone è il vero crimine di guerra. Il rapporto Goldstone, i dibattiti all’ONU, Amnesty International, Human Rights Watch, la Croce Rossa, B’Tselem, i soldati traditori di Rompere il Silenzio e l’Accademia dei Rabbini – tutti questi sono i veri crimini contro l’umanità. Questo s’intende con «la guerra è un inferno». Siamo noi che abbiamo attraversato l’inferno della guerra a Gaza. Siamo noi che abbiamo sofferto. Gli abitanti di Gaza? Soffrono? Ma di cosa parlate? Non permettiamo loro di mangiare, no?
Questo monologo immaginario mostra in realtà come noi ci vediamo oggi. Abbiamo lanciato la guerra a Gaza, abbiamo scatenato una delle campagne militari più sproprozionate che si conoscano, ma noi siamo le vittime. Noi ci battiamo contro il mondo con l’Olocausto; lo provano le affermazioni del Primo ministro Binyamin Netanyahu all’ONU su Auschwitz. E il suo protetto, il ministro delle Finanze, Yuval Steinitz, che promette: «Non andremo al macello come agnelli un’altra volta» durante un dibattito a proposito del rapporto Goldstone. Auschwitz, gli agnelli che vanno al macello, l’operazione Piombo fuso. Per gli Israeliani oggi tutto ciò forma un tutto, un’unica storia, l’eredità ininterrotta di una virtuosa posizione di vittima.
La verità è che lo Stato d’Israele non è mai stato una vittima, e il fatto di assimilarci ai 6 milioni è stato imbarazzante sin dall’inizio – ma ora? Dopo quel che abbiamo fatto a Gaza? Con la presa di possesso che abbiamo su questa società, mentre noi viviamo qui liberi e tranquilli? Vittime? Agnelli al macello? Noi?
No, e questo è diventato molto più che imbarazzante, è assolutamente vergognoso.
E malgrado le nostre scuse, non è vero che siamo «traumatizzati» dal passato nella convinzione di essere sempre ebrei deboli, impauriti, impotenti, sul punto di essere condotti alle camere a gas. Molti sopravvissuti dell’Olocausto ne sono ancora convinti e, in una proporzione molto limitata, questo resto di paura occupa ancora l’animo israeliano. Ma ora, 64 anni dopo l’Olocausto, 42 anni dopo aver vinto con la guerra dei Sei Giorni, da quel punto noi siamo diventati forti, noi sappiamo - che lo ammettiamo o no - di non essere più le vittime. Sappiamo di non essere la continuità dei 6 milioni, anzi ce ne allontaniamo deliberatamente, puramente e semplicemente.
La ragione per cui ci diciamo e diciamo al mondo di essere le vittime, è perché sappiamo - che ne conveniamo o no - che la condizione di vittima rappresenta un potere. La condizione di vittima è la libertà. Non si può chiedere ad una vittima di contenersi. Una vittima che si batte per la sua sopravvivenza non può essere accusata di abusare del suo potere perché, dopo tutto, essa è con le spalle al muro, è disperata.
Guardando i fatti, è molto difficile convincere noi stessi, e a fortiori convincere gli altri, che Gaza e i suoi Qassam avessero messo la fortezza Israele con le spalle al muro, che fossimo disperati, che combattessimo per sopravvivere. Per convincerci e per convincere il mondo che era davvero così, facciamo due cose.
Primo: rifiutiamo di riconoscere il minimo fatto che contraddica quest’immagine che ci presenta come vittime, anzi ripetiamo continuamente tutto ciò che è conforme a quest’immagine. Noi parliamo unicamente delle migliaia di Qassam lanciati su Sderot; non menzioniamo mai le migliaia di abitanti di Gaza che abbiamo assassinato nello stesso tempo. Noi parliamo unicamente di Gilad Shalit; non menzioniamo mai gli 8 000 Palestinesi che teniamo in prigione. Non parliamo mai del blocco che manteniamo su Gaza, né della devastazione che provoca sulla sua popolazione.
La seconda cosa che facciamo per convincerci e per convincere il mondo che noi siamo sempre le vittime, è di non uscire mai, ma proprio mai, dall’Olocausto – perché è là che noi siamo stati veramente vittime. Vittime come nessuno ne ha mai avute, vittime un milione di volte peggio degli abitanti di Gaza. Auschwitz, gli agnelli che vanno al macello. Vi ricordate di noi, il popolo dell’Olocausto? Non la superpotenza del Medio Oriente che avete visto combattere a Gaza. Erano i 6 milioni. Allora, non potete biasimarci. Siamo immunizzati contro le vostre critiche. Noi siamo le più grandi vittime che il mondo abbia mai conosciuto. Siamo disperati, allora non parlateci di calcoli sul numero degli uccisi, né di uso sproporzionato della forza, né di punizione collettiva. Noi combattiamo per la nostra sopravvivenza.
E’ questo che diciamo a noi stessi e al mondo, e, visto quel che abbiamo fatto e che facciamo sempre a Gaza, ciò è diventato intollerabile. No, noi non siamo i 6 milioni. I 6 milioni erano degli ebrei impotenti, tre generazioni fa; non possiamo mascherare il nostro abuso di potere con la loro tragedia.
Invece, diamo uno sguardo, un vero sguardo critico su quel che abbiamo fatto e facciamo sempre a Gaza. Diamoci un vero sguardo critico alla specchio. E riconosciamo allora chi è la vera vittima, qui ed ora.
E, ancora più importante, chi non lo è.
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- L'Onu afferma: 'Mille palestinesi di Gerusalemme sono minacciati d'espulsione, infopal, 18 novembre 2009
- Casa Bianca contro Israele su Gerusalemme Est. Autorizzati 900 nuovi alloggi. Casa Bianca: 'costernati', Ansa.it, 17 novembre 2009.

Protesta Gerusalemme
Parlare di Edward Gorey non mi è facile. Non mi è mai facile parlare degli autori che amo.
E poi Goery non è facile inquadrarlo di suo perché quello che fa Gorey assomiglia a varie cose diverse ma poi non è nessuna di quelle cose lì. Per esempio ha spesso usato la forma del picture book, tipica di certa letteratura per l'infanzia anglosassone, ma non è un autore per l'infanzia anche se poi c'è chi dice che "è perfetto per i bambini" (e lo dice Maurice Sendak, mica il primo bischero che passa) poi c'è anche chi dice che i libri di Gorey i bambini non dovrebbero neanche prenderli in mano, ecco tra questi non escluderei che ci fosse anche il primo bischero che passa, però c'è chi lo dice. I libri di Gorey assomigliano all'horror, al melodramma ma alla fin fine, di preciso, assomigliano solo ai libri di Gorey.
Qui da noi non è molto conosciuto, ma altrove gode di vasta fama e la sua influenza su certi autori contemporanei è lampante. Per citare solo il più famoso, penso che molto dell'immaginario di Tim Burton semplicemente non sarebbe concepibile senza Edward Gorey alle sue spalle (se avete presente il libro di Burton "Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie" e già conoscete Gorey forse sapete già anche cosa voglio dire). Più ancora di Chas Addams Gorey ci ha regalato una forma tutta personale di immaginario gotico americano.
Poi si potrebbe parlare di quanto Goery assomigliasse a un personaggio di Gorey (o viceversa, ma la preferisco detta così) alto, secco, con la barba bianca, una pelliccia da uomo e le immancabili scarpe da ginnastca ai piedi. Con una casa delle meraviglie piena di innumerevoli oggetti trovati nei mercatini dell'usato o chissà dove, gatti, libri, dischi e peluche più o meno sinistri.
Credo che il primo a pubblicare Gorey in Italia sia stato Oreste del Buono, sulle pagine di Linus e in un bel libro Milano Libri Edizioni uscito nel 1973 dal titolo "Tirologia", il titolo allude alle tre storie che raccoglie: "The Other Statue", "The Guilded Bat" e "The Doubtful Gest". Lo scopersi solo una decina d'anni dopo la sua uscita. Me lo portò in dote la mia consorte, faceva parte dei libri della sua infanzia (che, evidentemente, i suoi la pensavano più come Sendak che non come quel bischero di passaggio).
Tra me e il bizzarro ospite della terza storia fu amore a prima vista (e quindi, di rimando, anche verso il suo autore). Battendo le librerie di Londra, negli anni '80 e '90, quello della "G" di Gorey era uno degli scaffali che non mancavo mai di visitare. Particolarmente ghiotte, per un ragazzo squattrinato quale io ero, erano le voluminose antologie in brossura che, periodicamente, raccoglievano i lavori del nostro. Il formato delle riproduzioni lì è ben più piccolo di quello delle deliziose edizioni singole, ma "Amphigorery" allora come oggi costa circa il doppio di uno dei volumetti con copertina rigida ma oltre a "The Doubtful Gest" ne conteniene altre quattordici, di storie.
Da noi invece niente. Per rivedere il nome di Gorey in una nostra libreria mi tocca aspettare il novembre del 1994 (e, credo, non per colpa della mia svagatezza) quando la Rizzoli pubblica il volume "L'Ospite sgradito e altri 12 racconti d'umorismo nero" un'idea encomiabile portata a compimento in modo dissenato: la stampa è infatti di una qualità canagliesca e, dato il fine tratteggio e il gioco sui buî dell'autore, stampare male Gorey e non stamparlo è meglio non stamparlo.
Poi più nulla per quasi dieci anni. Nel 2003 trovo - uscito per Adelphi - "Gattegoria" (opera per me un po' trascurabile, ma magari è solo colpa del fatto che a me il pelo dei gatti fa bruciare gli occhi) ma l'anno dopo esce "L'Ospite Equivoco" facendomi contento. Da allora l'Adelphi ha fatto uscire un paio di altri titoli e ormai non è più neanche l'unica ad averlo in catalogo.
Tirando le somme: di "The Doubtful Guest" esistono in italiano tre diverse edizioni e traduzioni. Le prime due sono ormai fuori catalogo e se per quella Rizzoli non c'è da versar lacrime quella di Milano Libri può valer la pena di cercarla nelle librerie dell'usato o su eBay: la carta è ottima, la stampa pure e la cura redazionale anche, tutti i testi poi sono impeccabilmente scritti a mano (da tal Franca Ferrazza) riproducendo il lettering originale dell'autore. Anche l'introduzione al volume è scritta così. Ma visto che, difficilmente, molti dei miei cinque lettori si metteranno davvero a cercare l'edizione Milano Libri (e poi, comunque, mica è detto che la trovino) e, in ogni caso, visto che la rete per me è soprattutto condivisione del sapere ho deciso di fare una cosa...
Domani posterò qui una sorta di edizione monstre di "The Doubtful Gest", ossia tutti i disegni (ma piccini eh, che questo è un blog mica un libro), il testo originale inglese (in tutto sono ventotto versi, non aspettatevi "Infinite Jest") e le tre traduzioni in italiano.
Voi però non prendetelo come un invito a non comperarvi il libro, che anzi è proprio il contrario. La mia fantasia è che guardandolo e leggendolo a video vi venga voglia di avercelo anche per le mani, che è una cosa bella e mica è difficile da fare. L'edizione Adelphi ha un formato un po' piccino ma è un oggetto delizioso che costa nove euro, la potete ordinare dal vostro libraio di fiducia che magari vi fa pure lo sconto, oppure potete comperarla con l'internet (tipo qui, qui, qui oppure qui dove al momento viene via per sette euro e venti). L'edizione originale poi c'è da Book Depository per soli cinque euro e settantuno (e questa è una libreria on-line inglese che non fa pagare le spese di spedizione quindi, non essendoci dogana, pagate proprio solo cinque ero e settantuno e ve lo portano pure a casa, che anche Play.com è inglese e non fa pagare le spese di spedizione, ma lì costa sei euro e quarantanove) se poi volete prendervi tutta "Amphigorey" vien via per undici euro e sessantasei. Dopo il continua a leggere i miei saluti, un piccolo omaggio e un paio di link.
Parlare di Edward Gorey non mi è facile e io per oggi ho scritto fin troppo. Chiudo copiandovi l'introduzione di Oreste del Buono al volume Milano Libri del 1973 (è questo l'omaggio), che io ci ho voluto bene davvero a Oreste del Buono e poi anche dalle sue parole si capisce che parlare di Edward Gorey non sempre è facile.
A domani,
a.
Confessione
Edward Gorey, l’autore di questa Trilogia, è addirittura più misterioso dei suoi disegni. Il che, ammettetelo, è sicuramente troppo. I risvolti dei suoi numerosi libri e libretti al massimo consegnano informazioni del tipo: Edward Gorey è nato a Chicago, Illunois Edward Gorey vive a New York City. E, badate, non tutt’e due insieme. No, una per volta, una per risvolto. È evidente che gli autori dei risvolti debbono venir colti da specie di capogiri, smanie, attacchi epilettici. Li capisco benissimo io, alle prese con lo stesso guaio. In particolare capisco quello tra loro che è decisamente impazzito e ha scritto, non solo per riempire un poco di spazio, ma anche per sfogarsi, a proposito dell’opera di Edward Gorey: remarkable funny appalling mad clever macabre pointless clean morbid antic singular innocent grisly sombre reckless etcetera… Lo capisco benissimo, come se non lo capisco.
Richiesto di un supplemento di notizie su di sé Edward Gorey non risponde; ririchiesto, non risponde, e le non risposte prolungate finiscono per suggerire prima o poi un sospetto di inesistenza. Esisterà davvero Edward Gorey, nato a Chicago, Illunois Edward Gorey vivente a New York City? A questo punto, però, ci arrivo anch’io, voi ci sarete già arrivati da un pezzo, alla conclusione voluta da Edward Gorey, che probabilmente si è scritto tutti i risvolti ai suoi numerosi libri e libretti, spingendosi persino a simulare la pazzia del risvoltista in imbarazzo per mancanza di dati. La conclusione è che non importa affatto che Edward Gorey ci sia, qualsiasi origine e qualsiasi residenza abbia. Importa solo, questo sì che importa, importa moltissimo, che continuino a esserci, che ci siano sempre di più, i suoi straordinari disegni. Straordinari sul serio. Su questo sono convinto che non sussistano dubbi tra di noi. Io, guardate, trovo senz’altro l’opera di Edward Gorey: remarkable funny appalling mad clever macabre pointless clean morbid antic singular innocent grisly sombre reckless etcetera…
Non trascurate l’etctera, vi prego.
Odibì
PS: in realtà parlare di Gorey, e bene, non è impossibile. Matteo Codignola (il traduttore dell'edizione Adelphi di "The Doubtful Gest") nel 2003 ha scritto un articolo lungo e documentato sull'argomento (lo si trova QUI, occhio che è un pdf) probabilmente in trent'anni qualche notizia in più sull'autore deve essere trapelata, con buona pace di Odibì. Per chi mastica l'inglese poi, QUI c'è un bel ricordo di Gorey da parte di una sua carissima amica, quella Alison Lurie a cui (col nome da sposata però) è dedicato "The Doubtful Gest" (il pezzo della Lurie tiene la colonna destra della pagina). Voi poi fate come volete, io però se già non conoscete l'opera di Gorey vi consiglio di non leggervele queste due cose. Anche se sono molto interessanti (specie se lette nell'ordine in cui le ho segnalate, prima Codignola poi Lurie). Che Gorey è meglio conoscerlo prima per le storie che racconta e solo poi, eventualmente, per il soggetto che era. Questo secondo me (ma forse anche secondo lui, visti quei risvolti così laconici).
Error 403 potete guardare bellissime immagini anche in Ospiti dubbi sempre di Error 403
Nobel per la pace 2010?
A Internet!

Wired in edicola dal 21 novembre
La rivista «Wired» Italia (QUI Wired.t) sul numero di dicembre in edicola dal 21 novembre, (a cui si unisce Wired.Usa e Wired.Uk) candida internet per il Nobel per la Pace 2010 (georgia)
- Articolo di Veronesi sulla Stampa.
- QUI si può votare
Mixofobia e Mixofilia
Zygmunt Bauman

Famiglia rom negli anni Trenta
Foto presa da Repubblica, 11 novembre 2009, p. 37
Così nelle società globalizzate la convivenza tra culture differenti è diventata una caratteristica ineliminabile.
Nel passato la presenza dello "straniero" era sempre un dato temporaneo.
È necessario comprendere che le differenze sono una ricchezza inestimabile.
Quel diverso che ci fa paura. Perché la tolleranza non basta più
Zygmunt Bauman
Pubblichiamo una parte dell' intervento tenuto in videoconferenza da Zygmunt Bauman al convegno su "La qualità dell' integrazione scolastica" che si è tenuto a Rimini nei giorni scorsi
Vivere con gli stranieri, che è il fondamento demografico e sociale dell´esposizione alle differenze, a una qualche sorta di alterità, non è affatto nuova nella storia moderna. Ma l´idea era grosso modo che chiunque sia alieno, straniero, diverso da te perderà prima o poi il suo carattere di straniero. La politica dominante verso gli stranieri, per la maggior parte della storia moderna, è stata una politica di assimilazione: "Voi siete qui, siete fisicamente vicini; diventiamo quindi vicini anche spiritualmente, mentalmente, eticamente", che vuol dire accettare gli stessi valori universali dove però, per "universali", abbiamo sempre inteso i "nostri" valori. Quindi, con questa prospettiva dove l´essere stranieri era soltanto uno spiacevole fastidio temporaneo, non esisteva l´idea di dover imparare a vivere con il diverso.
Ora per la prima volta nella storia moderna siamo arrivati a renderci conto che le cose non stanno così. La modernità è sempre stata un periodo di migrazioni massive di persone da un continente all´altro, da un capo del mondo all´altro, da una cultura all´altra, e la migrazione è avvenuta per necessità nelle circostanze moderne in cui le persone cosiddette in soprannumero, persone per cui non si poteva trovare una sistemazione nella loro società d´origine, non c´era spazio per loro nel nuovo ordine, nel nuovo stato avanzato del progresso economico, erano costrette a viaggiare. Tuttavia c´è una differenza: le migrazioni contemporanee hanno un carattere diasporico, non assimilatorio. Le persone che vanno in un altro Paese non ci vanno con l´intenzione di diventare come la popolazione ospite. La popolazione ospite, nativa, non è particolarmente interessata ad assimilarle.
Ci sono circa 180 diaspore che convivono a Londra, 180 diverse lingue, culture, tradizioni, memorie collettive. E il problema è che se la politica di assimilazione non è più facilmente percorribile, come possiamo vivere giorno per giorno con gli stranieri? Come possiamo comunicare, cooperare, vivere in pace senza che noi perdiamo la nostra identità e che loro perdano la loro, quindi in una coabitazione che non porta all´uniformità? In altre parole la questione non è più quella di essere tolleranti verso le persone diverse. La tolleranza in realtà è molto spesso un altro volto della discriminazione. "Sono tollerante verso le tue abitudini e le tue usanze bizzarre. Sono una persona molto aperta, sono superiore a te. Capisco che il mio stile di vita è irricevibile per te. Tu non puoi raggiungere lo stesso livello. Quindi ti permetto di seguire il tuo stile di vita ma io non lo farei mai se fossi in te". La sfida con cui ci dobbiamo confrontare oggi consiste nel passare da questo atteggiamento di tolleranza a un livello più alto, cioè a un atteggiamento di solidarietà. Dobbiamo rassegnarci al fatto che ci sono degli stranieri ma anche imparare a ricavarne dei vantaggi. La maggior parte di noi vive in grandi città. Le città sono sempre piene di stranieri e la loro presenza è inquietante perché non sai come si comporterebbero se non li tenesse a distanza, destano sospetto, fanno orrore semplicemente perché sono delle entità estranee. Gli stranieri fanno paura. Ho chiamato questa paura tipica delle città contemporanee mixofobia, la fobia di mescolarsi con altre persone, perché là dove ci mescoliamo ad altre persone in un ambiente poco familiare tutto può succedere.
Ma la stessa condizione di mescolanza con gli stranieri provoca anche un altro atteggiamento. Ci sono due reazioni contraddittorie al fenomeno, entrambe osservabili nelle città contemporanee. La seconda è la mixofilia, la gioia di essere in un ambiente diverso e stimolante. Hannah Arendt fu probabilmente la prima pensatrice moderna che ripensando a Gotthold Ephraim Lessing, [QUI segnalavo lo splendido saggio di Arendt su Lessing n.d.r.] uno dei pionieri dell´Illuminismo tedesco, vide in lui una delle figure più lungimiranti fra i filosofi della prima modernità. Secondo Lessing non bisogna limitarsi ad accettare il fatto che la differenza sia destinata a perdurare ma bisogna effettivamente apprezzarla, riconoscere che in essa c´è un potenziale creativo senza precedenti. Il fatto di mettere insieme esperienze, ricordi, visioni del mondo molto diverse può portare a una prosperità di sviluppo culturale. È troppo presto per dire quali potranno essere gli sviluppi perché le due tendenze contrapposte, la mixofobia e la mixofilia, hanno più o meno uguale forza. A volte prevale l´una, a volte l´altra. La questione è incerta, siamo ancora nel mezzo di un processo che non sappiamo bene come andrà a finire.
Quel che stiamo facendo nelle vie delle città, nelle scuole primarie e secondarie, nei luoghi pubblici dove stiamo accanto ad altre persone è di estrema importanza non soltanto per il futuro delle città in cui vogliamo trascorrere il resto della nostra vita, o perlomeno in cui viviamo al momento, ma è di somma importanza per il futuro dell´umanità. Viviamo in un mondo globalizzato. La globalizzazione ha raggiunto un punto di non ritorno, non possiamo tornare indietro, siamo tutti interconnessi e interdipendenti. Ciò che avviene in luoghi remoti ha un impatto formidabile sulle prospettive di vita e sul futuro di ognuno di noi. Quindi è giunto il momento di fare ciò che Lessing predisse che avremmo dovuto fare, cioè imparare ad apprezzare le opportunità create dalle nostre differenze, anziché temere le conseguenze morbose del convivere con le differenze. Ci confrontiamo con le conseguenze della globalizzazione in ogni strada delle città in cui viviamo, in ogni scuola in cui insegniamo, ma dal canto opposto per la stessa ragione, le città, le scuole sono il laboratorio in cui sviluppiamo i modi per imparare, trarre beneficio, tesaurizzare e rallegrarci per l´appunto della natura diasporica della realtà contemporanea. Non sto dicendo che si tratti di un compito facile. Confrontarsi con una sfida che i nostri antenati non hanno mai raccolto, ci pone di fronte a un compito che mette a dura prova la nostra mente e le nostre emozioni e che dobbiamo riuscire ad affrontare nel suo dispiegarsi, in corso d´opera, senza disporre di soluzioni precostituite.
La repubblica, 16 novembre 2009, p. 37
Postato anche da Eddyburg e da Manuela Ghizzoni.
La vignetta del giorno
Acqua privata

Enzo Apicella, 18 novembre 2009
Repubblica, Speciale sulla Guerra dell'oro blù,
Testo,
Paolo Rumiz, La battaglia dell'acqua, Repubblica, 18 novembre 2009,
Giulia Belardelli, Il wireless salva gli acquedotti "nuota" nei tubi, svela le perdite, Repubblica 17 novembre 2009.
Joe Sacco
Foot-notes in Gaza

Pagina 16 del Manifesto 17 novembre 2009
L'ultima pagina del Manifesto oggi riporta una notizia importante.
Esce a New York (in Italia forse nel 2010) l'ultima graphic novel del grandissimo Joe Sacco (QUI in italiano), Foot-notes in Gaza, il blog McMillan ne posta alcune immagini (trovato via Fumetti di carta).
Joe Sacco aveva già pubblicato due graphic novel, veri e propri reportage a fumetti, Palestina nazione occupata (e QUI e ne avevo parlato anch'io nella preistoria del mio blog QUI) e Gorazde.
«Joe Sacco, maltese-americano, è un giornalista disegnatore che lavora sul campo come un antropologo. Va in zone di guerra, entra in contatto con realtà non coperte dai media: ascolta testimoni, stringe amicizie, si coinvolge nel mondo descritto. Lentamente ne scopre le storie e poi altrettanto lentamente le racconta. I suoi sono infatti reportage a fumetti. Il fumetto è un mezzo lento che contrasta con i tempi della circolazione della notizia» (Carla Benedetti su L'Espresso).
Ora Foot-notes, più che un reportage sembra essere addirittura un vero e proprio saggio storico.
«Racconta di alcuni attacchi su civili palestinesi avvenuti nel 1956 nei campi di Rafah e Khan Younis di cui c'è solo qualche documento negli archivi dell'Onu a New York e nessun riferimento in quelli militari israeliani» (Manifesto).
Stasera quandò sarà on-line vi posto tutto l'articolo del Manifesto (georgia)
Striscie palestinesi
di Linda Chiaramonte
Incontro con il fumettista Joe Sacco che è tornato a Gaza per raccontare gli attacchi sui civili del 1956 nei campi di Rafah e Khan Younis. «Ho cercato persone anziane che potessero confermare quei fatti...».
Torna a scrivere di Palestina Joe Sacco, dopo quasi dieci anni, in Footnotes in Gaza, l'ultimo lavoro in uscita a dicembre negli Usa e in Inghilterra che in Italia forse leggeremo nel 2010 per Mondadori. L'autore (nato a Malta, vive in Oregon), già ospite a Ferrara del Festival di Internazionale, lo ha definito «un libro storico». Racconta di alcuni attacchi su civili palestinesi avvenuti nel 1956 nei campi di Rafah e Khan Younis di cui c'è solo qualche documento negli archivi dell'Onu a New York e nessun riferimento in quelli militari israeliani. «Ho pensato che forse qualcuno ricordava ancora qualcosa - dice Sacco - Fra il 2002 e il 2003 sono andato a Gaza a cercare persone anziane che potessero confermare quei fatti». Il libro è anche un racconto sul tempo che l'autore ha trascorso lì. I protagonisti sono «un vecchio fedayyin palestinese, uno degli ultimi rimasti vivi, un ragazzo ricercato, tuttora un combattente, che oggi ha quasi 40 anni ed è stanco di essere un militante e un altro giovane, Ashraf. Ho provato a mostrare la resistenza negli anni '50 aggiornata fino ad oggi - continua - con un personaggio del passato e uno dei nostri giorni».
Sesso, cervello e violenza

Sul blog Lipperatura viene postata questa foto di Gaspare Lombardo che è il manifesto "della performance che si svolgerà a Roma il 21 novembre, quattro giorni prima della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne".
Loredana Lipperini scrive: "L’immagine era già stata diffusa lo scorso anno. E’ sicuramente d’impatto. Però?".
Secondo me la foto è orrida e il cervello che il fustacchio tiene fra le gambe ricorda più un giottolo di Roberto Mari (naturalmente i giottoli sono incomparabilmente più belli) che un cervello ... a voi gli altri giudizi:-).
Approfitto anche per segnalarvi che alla discussione su Ministronza (si veda anche QUI) Lipperatura aveva dedicato due post (QUI eQUI) dove si era sviluppata una discussione per certi versi interessante anche se da me non condivisibile (georgia).