Eccomi

Utente: georgiamada
"strano pregiudizio che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che superficiale, significhi non già di vaste dimensioni, , bensì di poca profondità, mentre profondo significa di grande profondità e non di superficie ristretta"

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Link

absolutepoetry
Agora vox italia
Anna Setari
Arcoiris.tv
ariadni
Artemisia
associazione donne giuriste
Azioneparallela
baruda
bellaciao
blanc de ta nuque
Carlo Grande
carmilla
carta sporca
casa internazionale delle donne
catepol
centropacecorrie
Circolo Pasolini Pavia
civile.it
ControViolenzaDonne
coordinate galat(t)iche
costituzione europea
Costituzione Italiana
CTI, coordinamento teologhe italiane
Darwish
DeA, donne e altri
diario
diotima
ECO
Edward Said
Error403
Falluja, la strage nascosta
fausto concer
feaci poesia
Feministische Studien
femminismo a sud
filosofia
genseki
giottoli's
gipi, baci dalla provincia
giulio mozzi
giuriste d'Italia
guerrilla radio
handala
Hannah Arendt
haramlik
Hippolyte Bayard
I care
I demoni
i miserabili
IAPh
igort
il paese delle donne
Il primo amore
Il vapore del treno
in sonno e in veglia
inanimate alice
indymedia
informationguerrilla
Introduzione alla linguistica generale
JuraGentium
kelebek
kelebek, blog
l*ernesto
La dimora del tempo sospeso
la poesia e lo spirito
La vecchia talpa
Lager italiani
lello voce
Leopardi a Birmingham
letteratura e dintorni
libera università delle donne
liberaLiberazione
Libertaria
libreria delle donne di milano
libreria delle donne Firenze
librerie delle donne in Italia
lipperatura
ListaSinistra
Lista_di_geopolitica
Lo straniero
lotta continua
LSDI
macchianera
mahalla
materiali resistenti
matri-x
megachip
mele marce
Mezzocielo
MicroMega
mirumir
misna
mompracem
MrPol
nacion apache
nazioneindiana
NO(b)LOGO
nondasola
NRDC
nuvole apatiche
pagine corsare
pagine viaggianti
parliamone
parolevaligia
passispietati
peacelink
Pier Paolo Pasolini
pirori
PrimumVivere
punto informatico
RadioAlt
Rainews24
Rassegna Stampa Camera
ricreazione
robert fisk
salamlik
salenegliocchi
Salviamo la Costituzione
santasubito
Schiena diritta
sguardo mobile
SIS società italiana delle storiche
sistema universitario pisano
societa delle letterate
solo-in-linea
spartaus
stop alla bolkestein
Sui-Generis
tabard blog
tabard rivista
talib
tellusfolio
temporis
topo rififi
treno a vapore
Tunga!
una città
Unione femminile nazionale
Universo Poesia
untitled editori
uruknet
usciamo dal silenzio per la 194
V.M.O
Vento d'oriente
vibrisse
yuri del bar
zabrinskypoint
zibaldoni e altre meraviglie

1968edintorni

agaragar
aldrovandi
alfonsoberardinelli
alta velocità
ameliarosselli
andreasgrigoropoulos
annamariaortese
antoniomoresco
apicella
arte randagia
artefumettographicnovel
banksy
baudrillard
berlinguer
blog
blogger narrativa
bloggerie
bucchi
calcio
canzoni
carmelo bene
cat stevens
censura
cervello
cesare pavese
che guevara
ciarpame
cinema
clima
coetzee
comunisti
controfiera del libro
coriandoli
costituzione
crimini
critica intelligente
cronache romane
céline
dal molin
daniel amit
danièle huillet
dante
de andrè
de martino
democrazia
diariocoipattini
diego garcia
doris lessing
economia
elezioni
elsa morante
epica e dintorni
fabrizia ramondino
fascisti
federico fellini
femminismi
fiamme di protesta
filosofia
fiori
fiori della memoria
foto
fotoritocchi
foucault
fratelli rosselli
futurismo
gadda
gaza
geert lovink
geopolitica
georgia
georgiano
germain nouveau
giacomoleopardi
gianni celati
giorgio agamben
giorgio di costanzo
giuliana sgrena
giuseppe scalarini
giustizia
googlegrammi
gramsci
grecia
hannaharendt
hobsbawm
hyderabad
ibrahim nasrallah
identità di specie
ilanpappe
informazionedi guerra
ingeborg bachmann
ingrid coman
intervallo
iran
italo calvino
josef winkler
joyce
joyce lussu
kierkegaard
la vipera
lavoro
le clézio
leggi
letteratura
letteraturapalestinese
letteraturavirtuale
libri
linguaggio
listasinistra
livia candiani
luna
magda szabò
mahmouddarwish
marina mariani
mario benedetti
mary wollstonecraft
max ernst
mcluhan
mente
miriam makeba
miseenabyme
montale
morti sul lavoro
mugello
mustafa barghouthi
nadia anjuman
nadine gordimer
neda
niccolai
nico orengo
noir
obama
orrore
palestina
paola cusumano
paolopoli
partigiane
partiti
pasolini
patrizia vicinelli
pattinate e scivolate
piccante
pinter
poesia visiva
poesie
polemiche
politica
politicalgossip
precisazioni
pregiudizi
preti
primo levi
pubblicità
razzismo
religioni
resistenze
ricette
ricordo
rigoni stern
ritalevimontalcini
riviste
robbe-grillet
robertatatafiore
rom
romanticismo e splatter
ronde
rosenberg
satira
saviano
segnalazioni
shakespeare
sillitoe
simona baldanzi
sofri
sogni bis sogni e cose reali
sonetto
sonosolocanzonette
splatter
stampa
storia
street art
stronzate
surrealisti
taibo ii
televisioni
terremoto
tibet
tondelli
topalopoli
traduzioni
tronk
universitàe133
video
vignettadelgiorno
vignette
virginia woolf
virtuale
vittorio arrigoni
vittorio foa
voltaire
web
wutheringbar
zbigniew rybczynski

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

lunedì, 04 dicembre 2006


Giorgio Agamben
Intervista su «Alias»
Immagine del situazionista Constant presa da mark Wigley, Constant's New Babylon. The Hyper- Architecture of Desire, Rotterdam, 1998
Immagine del situazionista Constant presa da Mark Wigley,
Constant's New Babylon. The Hyper- Architecture of Desire
,
Rotterdam, 1998. Per immagine più grande vedere
QUI.

«In generale quando lavoro con gli autori che amo, il mio rapporto è un po’ retto da questa legge... una volta Feuerbach ha detto che in qualsiasi opera – opera di pensiero, di poesia, di arte –l’elemento filosofico è la capacità che quell’opera ha di essere sviluppata: il germe, il punto non detto che può essere sviluppato, ripreso. Io ho sempre un po’ seguito questo filo. Con gli autori che amo, più che imitarli, ripeterli, cerco di trovare il punto in cui possono essere sviluppati, portati a, continuati» (giorgio agamben)


E
ra tantissimo (dal 9 settembre) che volevo postarvi questa bellissima intervista a Giorgio Agamben, ma poi rimandavo sempre, perchè se c'è una cosa che odio è rifare i capoversi ai copia-incolla per evitare, in splinder, i doppi spazi, e qui, cavolo di capoversi ce n'è una valanga, ma oggi non ho nulla da fare, piove a dirotto, la torta di mele l'ho già fatta ieri, stasera farò le bracioline fritte (che sarebbe la versione toscana un po' corretta delle cotolette alla milanese) e purè di carote, di primo un risotto al radicchio rosso accompagnato da un buon barolo ... Di leggere non ne ho voglia, quindi posso anche fare i capoversi alla bella intervista dove Agamben narra anche di una sua esperienza ad un seminario in Provenza tenuto da Martin Heidegger.
A proposito di Heidegger (che sia odiato o meno cambia poco perchè sempre interessantissimo è) approfitto per segnalarvi due video con lui che parla. Io non so il tedesco e quindi ignoro del tutto di cosa stia parlando, ma comunque sia ho trovato interessante la sua vocina fragile quasi femminea. Per me i grandi pensatori, comunque essi siano, sono sempre fragilissimi.
I video sono:
Martin Heidegger Critiques Karl Marx del 1969, e Heidegger And The Future: The 'Task Of Thinking'. (georgia)

Le costellazioni di Agamben
come dare figura alle emergenze etico-politiche del mondo globale, sull’asse Benjamin-Foucault-Warburg: una conversazione «biografica»
con giorgio agamben, mentre torna in libreria il suo primo libro «stanze»
da Heidegger all’èra Bush, il filosofo «dell’eccezione» si racconta (suo malgrado)

I ricordi per favore no
di Roberto Andreotti e Federico De Melis
N
el febbraio di due anni fa abbiamo sequestrato per un paio d’ore Giorgio Agamben con l’idea di fargli abbozzare una sorta di autobiografia intellettuale attraverso tappe e figure, e oggi la trascriviamo, in occasione della riproposta da Einaudi del suo primo titolo Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, del 1977. La scommessa è stata di costringere alla temporalità del ricordo – sia esistenziale, sia relativo a snodi del pensiero – un filosofo ‘morfologico’ per eccellenza come Agamben, il quale ha sempre preferito ragionare fuori di cronologia, cioè per categorie e paradigmi.
Proprio questa forma mentis gli ha consentito di aggredire il momento presente restando saldamente ancorato allo statuto del pensiero (lontano perciò dalla pratica dell’opinionismo, diffusa anche tra i filosofi), e di produrre «immagini» conoscitive, radicali e dislocanti rispetto alle categorie politiche tradizionali, da Auschwitz come monstrum della biopolitica, allo stato di eccezione che si fa regola dei governi democratici. Queste risultanze scaturiscono da una permanente scommessa di metodo sull’asse Benjamin-Warburg (asse portante, del resto, già in quel primo libro), dove la filologia è sempre un’interrogazione filosofica –come mostra la sua indagine sul tempo di concezione paolina.

R.A. Giorgio Agamben, l’idea sarebbe di descrivere il suo pensiero attraverso una topografia esistenziale, i luoghi della vita, diciamo. Ma già queste due parole, «luoghi» e «vita», si prestano a un piccolo preliminare metalinguistico, no?
Agamben Di recente mi sono divertito, con uno scanner, a incollare insieme – cosa che si può fare abbastanza facilmente – delle mappe di varie città, componendo una specie di grande città in cui un vicolo di Roma sbocca in una piazza di Parigi, un boulevard parigino finisce in una stradina di Berlino, e così via... Perché questo? Perché secondo me il solo modo interessante, o comunque possibile, di pensare qualcosa come una biografia, o un rapporto con i luoghi, tra la vita e i luoghi, è la cartografia. Di solito si legano le biografie al tempo, però il tempo è troppo intimo, e poi, legato alla memoria... per uno smemorato come me, preferisco lo spazio, i luoghi: quindi proiettare una vita su questa grande città immaginaria.

F.D.M. Per cui la chiave è sincronica, e spaziale...
Agamben Spaziale. E perché? Perché anche, mi sembra, le città, ora in grande decadenza, sono il luogo in cui abbiamo sperato di trovarci e in cui abbiamo perduto la nostra vita. Mi sembra che la forma della città sia la forma del nostro perderci e del nostro possibile ritrovarci.

F.D.M. E in che cosa consiste, secondo lei, la decadenza della Città? 
Agamben Mi sembra evidente che in questa fase il capitalismo – che era legato, all’origine, alla nascita delle grandi città – coincida con lo spegnimento, con la decadenza delle città. 

R.A. Roma e le grandi città italiane periodicamente mettono a dormire le automobili: tutti a piedi. Forse siamo arrivati a un punto estremo nella crisi del rapporto tra il camminare e l’essere invasi dalle automobili. 
Agamben Beh, sì, le automobili sono uno dei motivi che hanno contribuito alla decadenza delle città, facendo scomparire la grande figura benjaminiana del flâneur, quello che passeggia senza scopo per la città. O anche un altro autore che mi interessa molto, Debord, il situazionista: questa idea della deriva, del lasciarsi andare alla deriva lungo le strade della città senza meta, per inseguire questo nostro dissiparci, perderci ed eventualmente ritrovarci. Però l’immagine più vera e concreta in cui si fa propria una città non è tanto quella della passeggiata, del vagare; ma è il muoversi in questa città nei momenti di rivolta, nella serie alternata delle fughe e degli attacchi.
La città diventa più propria, l’esperienza della città è più intensa, proprio in quei momenti di rivolta.

F.D.M. Si sospende il tempo, secondo una letturamessianica della rivolta. 
Agamben Si sospende il tempo, si è assolutamente nello spazio, però si è anche in una specie di storia assoluta, e la città, lì, diventa propria. La città, il luogo in cui sempre ci perdiamo... per questo ci piace smarrirci nelle città. 

R.A. Professor Agamben, ora vorrei costringerla a parlare di Roma per dare figura alla sua adolescenza. Lei a Roma è nato, ci ha vissuto l’adolescenza e forse anche una parte della giovinezza. Forse si può dire che è stata Roma a innescare la sua ‘vocazione’? E qual è stato il dispositivo per cui lei, stando a Roma, ha cominciato a pensare se stesso, e il suo futuro?

Agamben
Sì, Roma è la città della mia infanzia, della mia adolescenza, quindi è legata a una certa opacità. Però credo che questo corrisponda assai bene alla struttura di Roma, città così intrisa di storia che ci dimentichiamo che è storica. Infatti, spesso si ripete questo luogo comune della città eterna, come se Roma fosse una città intemporale, astorica, quando invece è proprio intrisa e fatta di storia più di qualsiasi altra città. Anzi, direi che la vera immagine diRomaè quella di una città verticale... 

R.A. A strati. 
Agamben ...sì, per cui una chiesa barocca ha sotto di sé, accessibile, una chiesa romanica, sotto la chiesa romanica una basilica paleocristiana, poi si scende ancora e c’è il mitreo romano... Questa è Roma. Però, invece, apparentemente Roma è appunto atemporale, sembra non offrire nulla; e gli accessi sono segreti, alla vera realtà di Roma. Quindi corrisponde assai bene allo stadio opaco dell’infanzia e dell’adolescenza, quando si è in preda a questa cosa strana che è il voler scrivere...

R.A. Cos’è il voler scrivere?
Agamben Se ci pensate, chi vuole scrivere non vuole scrivere questa opera, questo romanzo, vuole scrivere in generale, che è l’esperienza la più insensata e strana, però credo anche la più profonda. Molti anni dopo ho visto che nella filosofia medioevale la scrittura è il modello o l’immagine della potenza, della possibilità: il bambino che impara a scrivere, oppure lo scriba che sa già scrivere, che è padrone della sua potenza. Io credo che sia questo: nel voler scrivere in realtà c’è una specie di desiderio e di esperienza della possibilità. Voler scrivere significa volersi rendere la vita possibile.

F.D.M. Dunque il suo voler scrivere, agli inizi, non coincideva con un voler pensare?
Agamben Sì, credo che all’inizio avesse la forma «voler scrivere», dev’essere così un po’ per tutti. Anche in séguito mi ha sempre più interessato il prima e il dopo dell’opera, che non l’opera stessa. È la dimensione appunto del prima del voler scrivere, o del tornare, dopo, sulla scrittura. 

R.A. Non finirà anche lei, Dio ne guardi!, tra i pensatori che a un certo punto scrivono romanzi, vero professore?
Agamben No, nel modo più assoluto: no. Comunque, credo che una vera vocazione, proprio perché legata alla possibilità, a un’esperienza di poter qualcosa, significa innanzitutto una revocazione di una vocazione precedente: si comincia a scrivere cioè perché si pensa di voler fare il poeta, e poi si dice: ma no,ma non è questo quello che voglio, io vorrei un’altra cosa, una cosa più importante, più urgente; e si fa un’altra cosa, e di nuovo questa vocazione viene revocata, interrotta...

R.A. Ma è un’idea un po’ neoplatonica?
Agamben Platone si dice nella tradizione che avesse cominciato col fare il poeta tragico, poi sentì la voce di Socrate nei mercati e disse: no, no. Bruciò le tragedie e... Mi sembra che la filosofia sia un po’ sempre la revocazione di una vocazione, il mettere in questione una vocazione. 

R.A. No, io lo dicevo in senso plotiniano, di qualcosa che deve essere liberato – come dire? – dagli strati accumulatisi: un’idea in nuce che bisogna sprigionare. 
Agamben Sì, significa anche che il pensiero non può essere una disciplina, un ambito, corrispondente a una vocazione determinata. La filosofia, il pensiero sono delle ‘intensità’ che possono percorrere qualunque ambito: la poesia, l’arte, la religione, il diritto, l’economia. Non esiste una specificità della filosofia. Per questo la vocazione della filosofia ha solo la forma del cambiare, del mettere in questione una vocazione.

F.D.M. E già questa affermazione apre sulla sua esperienza asistematica di metodo, multidisciplinare anche, cioè la tendenza a integrare nell’esperienza culturale. Una sua scena madre è: Provenza 1966, dove lei a 24 anni assiste a dei seminari di Martin Heidegger, un pensatore che probabilmente già conosceva, ma destinato a influire molto sulla sua elaborazione teorica. Andiamoin Provenza. 
Agamben Sì, mi costringete a dei ricordi... Sì, l’esperienza di quel soggiorno in Provenza sicuramente per me è stata abbastanza determinante come incontro con la filosofia. Filosofia che ancora una volta aveva anche la forma, però, di un luogo, cioè di un paesaggio della Provenza. La presenza anche di René Char, il poeta francese, che Heidegger era andato a trovare... Quindi di nuovo era una costellazione che si apriva per me, più che un seminario in cui avrei appreso delle cose. Era più interessante l’esperienza stessa che i contenuti del seminario, per me.

R.A. Ma Heidegger che ci faceva in Provenza? Era legato appunto a
Char? 
Agamben Inizialmente era andato a trovare René Char, e siccome sempre lavorava, aveva deciso di fare questo seminario: eravamo cinque in un piccolo albergo, e il seminario aveva luogo all’aperto, sotto gli alberi, qualche volta passeggiando in campagna si trovava una capanna, ci sedevamo lì... era un’esperienza abbastanza straordinaria. 

F.D.M. Abbastanza greca...
Agamben Abbastanza greca, sì. Per me poi l’incontro con Heidegger avveniva più o meno negli stessi anni in cui avevo ‘incontrato’ Walter Benjamin, e credo di poter dire che mi sono serviti uno come contravveleno dell’altro. Io credo che sempre, quando si ha un rapporto forte con un autore o con qualcosa che amiamo, ci vuole anche un contravveleno. E gli autori più interessanti sono quelli che contengono già un contravveleno contro i propri veleni.

R.A. E già la selezione si fa più stretta.
Agamben Sì... è una messa in costellazione di due autori di cui uno era molto critico rispetto all’altro, e l’altro probabilmente non conosceva nemmeno l’altro (chiesi a Heidegger se aveva mai letto Benjamin e disse di no): eppure si sono costeggiati a Friburgo negli stessi anni, quando Benjamin era studente.

F.D.M. In che modo Benjamin fu usato come contravveleno di Heidegger?
Agamben Sono in un certo senso l’opposto, con questa esperienza curiosa: che toccano spesso gli stessi problemi da distanze remote, e qualche volta lo stesso termine. Ci sono dei termini che Benjamin giovane usa che sono gli stessi del pensiero tardo di Heidegger. Sono due esperienze per me differentissime. In generale quando lavoro con gli autori che amo, il mio rapporto è un po’ retto da questa legge... una volta Feuerbach ha detto che in qualsiasi opera – opera di pensiero, di poesia, di arte –l’elemento filosofico è la capacità che quell’opera ha di essere sviluppata: il germe, il punto non detto che può essere sviluppato, ripreso.
Io ho sempre un po’ seguito questo filo. Con gli autori che amo, più che imitarli, ripeterli, cerco di trovare il punto in cui possono essere sviluppati, portati a, continuati. 

F.D.M. Cosa ricorda della ricezione di Heidegger al tempo dei seminari di Provenza, cioè metà anni sessanta? 
Agamben In quel momento era scarsissima, in Italia quasi inesistente: provai invano a far tradurre le opere di Heidegger da due degli editori più importanti, Einaudi e Adelphi: entrambi rifiutarono. Il rifiuto continuò per Einaudi, invece Adelphi, molti, molti anni dopo pubblicò le opere di Heidegger. 

R.A. Cinque ‘provenzali’ attorno a Heidegger, dunque – e uno era lei: qual era l’oggetto di queste lezioni, di questi seminari? di queste conversazioni anche,immagino...
Agamben Ah, no, no, era un vero seminario con un tema preciso, cioè la lettura dei frammenti di Eraclito, però in modo molto libero, e mi ricordo che c’erano continue interruzioni da parte di Jean Beaufret, questo simpaticissimo allievo di Heidegger. E alla fine, a un certo punto Heidegger disse: «Mi avete costantemente impedito di finire il mio seminario...».

F.D.M. E anche la figura di Char giocava a interrompere? 
Agamben René Char non eran
el seminario, però spesso andavamo a casa sua a trovarlo, Heidegger lesse dei testi, gli chiese spiegazioni sulla frase di Rimbaud: la poesia non ritmerà più l’azione, sarà avanti all’azione.

R.A. Sul piano del pensiero, che tracce ha lasciato Heidegger in Agamben? 
Agamben È difficile rispondere, perché più che tracce sono presenze: i testi che uno continua a portare con sé... Per me si trattava di capire
cos’è la filosofia, semplicemente. 

F.D.M. Com’era Heidegger personalmente? 
Agamben Mi fece l’impressione di una specie di dolcissimo contadino. Aveva 76 anni, ma era molto sveglio, con questi occhi vivissimi... Molti anni dopo, frequentando le Letture bibliche che Levinas faceva nella sinagoga di Rue Michel-Ange a Parigi, accompagnai Levinas verso casa, e lui, che aveva saputo che io ero stato ai seminari di Le Thor, mi fece la stessa domanda che mi ha fatto lei: «Ma Heidegger... com’è?». E io gli diedi la stessa risposta, e Levinas, sorpreso (era stato allievo di Heidegger nel 1934): «Io me lo ricordo completamente diverso. Era un uomo durissimo». E poi si fermò, e disse: «Ah, però nel frattempo c’era stata la sconfitta della Germania!». 

F.D.M. Ora vorrei tornare al problema della città moderna, ancora attraverso Benjamin, Parigi. Capitale del XIX secolo: quali sono – di quel libro – le chiavi di lettura più operative oggi? 
Agamben Benjamin ha anche scritto, secondo me, le più belle pagine su Napoli.

R.A. Forse dopo Croce.
Agamben No, secondome più belle. La «città porosa», dice... Il rapporto di Benjamin con l’idea di città era ovviamente diverso dal nostro. Lui viveva un momento in cui le grandi città europee erano ancora in piena vita, e poi inseguiva il modello della grande città del diciannovesimo secolo, dove sempre cercava quello che una volta ha definito «gli stracci della storia»: l’immagine della città che Benjamin inseguiva era fatta di un’attenzione minuta ai dettagli trascurabili, un po’ secondari, infimi, appunto gli stracci della storia. E queste esperienze apparentemente secondarie diventavano invece il paradigma per capire una città, secondo il suo modello, però, di conoscenza storica, che era quello sempre di stabilire... non gli interessava affatto, ovviamente, il passato come tale, e nemmeno a noi interessa, gli interessava quello che lui chiamava una «costellazione» tra un momento del passato e il presente, l’ora, l’adesso. Tutto il suomodo di lavorare è «realizzare» queste costellazioni: però attenzione, non si tratta dell’idea che il passato debba gettare luce sul presente, o viceversa. No, era qualcosa di più complesso: l’oggetto storico cioè non sta più né nel passato né nel presente, non sta più su una linea cronologica; sta invece in una relazione paradossale tra due momenti. E questa è un’idea, mi sembra, molto bella, che ci toglie dai problemi della cronologia, del passato, del diventare specialisti di un’epoca...

R.A. Resta in piedi, immagino, però, il problema della percezione. 
Agamben Sì, perché questo momento, che appunto non è più un oggetto, un punto localizzabile nel tempo, diventa per Benjamin quello che lui chiama «immagine». Benjamin usa questo strano termine – Bild, immagine, «immagine dialettica» la chiama, per dire questo che è l’oggetto della conoscenza. Quindi per esempio i ‘passages’ di Parigi (luogo a cui dedica tante pagine) erano per lui un’immagine dialettica, cioè un’immagine che aveva la capacità di operare questa costellazione tra passato e presente; però essa stessa, Benjamin dice, era una «dialettica immobile»: immobilità dell’immagine, che si tratta di afferrare... Questa immagine dialettica è – dice Benjamin – «carica di tempo». Io credo sia uno sguardo molto penetrante sulle immagini; anche a me interessano molto le immagini, perché quando sono colte nella loro verità risultano cariche di tempo e di storia. Questo vale anche per la fotografia più banale, quella di un volto, quella che per un attimo coglie un passante o una figura o un luogo. Che cosa coglie una fotografia? Coglie un che di assolutamente temporale, che qualcosa è stato lì, e che ora è qui.

R.A. Questa è l’idea di Barthes, anche.
Agamben ...che è anche l’idea di Barthes, sì. Ma tradotto in termini benjaminiani che cosa significa? che le immagini hanno a che fare col tempo in maniera fondamentale.

F.D.M. Per Barthes con la morte, invece.
Agamben Quella era la particolare ottica di Barthes, e direi che per Benjamin non ci si dovrebbe esprimere così, sarebbe più con la vita: se le immagini sono cariche di tempo, sono qualcosa di vivo. C’è una vita delle immagini. Questo vale per Benjamin, e vale per Warburg, e credo che c’è una corrente importante di tutto il pensiero, anche dell’arte, del Novecento, che cerca di afferrare la vita delle immagini. 

R.A. Secondo questa idea della dialettica che precipita in una configurazione, quali sono le sue ‘immagini’ di Parigi, città-snodo della sua esperienza intellettuale? 
Agamben La Parigi che ho conosciuto nei primi anni, cioè negli anni sessanta, aveva ancora molte di quelle cose che Benjamin inseguiva, cioè improvvisamente una via laterale conduceva nel diciannovesimo secolo. Io credo che questa natura temporale delle città sia importantissima. Una volta, mi ricordo, Ingeborg Bachmann paragona le città a una lingua: anche una lingua ha un suo centro storico, ha un centro più antico, una periferia più nuova... Voleva dire una cosa ovvia, no?, che la lingua che noi usiamo come se fosse un che di intemporale è la cosa più storica che esiste. Noi ripetiamo nella nostra bocca suoni e concetti che rimontano non solo a, eventualmente, la Roma Antica, ma addirittura ai bovari indoeuropei di quando diecimila anni fa sono arrivati in Europa... Quindi quest’idea che la città e la lingua siano due esseri temporali usando i quali o stando nei quali ci muoviamo nel tempo... Appunto, nella Parigi che ho conosciuto c’era ancora, questo: mi ricordo che c’era proprio una via che ‘era’ il diciannovesimo secolo, intatta; con le boutique, le vetrine, le stesse che aveva fotografato Atget più di un secolo prima.

F.D.M. Sono esperienze di tipo epifanico, in Benjamin: cioè la storia si mostra.
Agamben Sì, la storia appare appunto in un’immagine. E questa immagine può essere un oggetto, un libro, ma anche un’immagine in senso tecnico, una fotografia. Per la Parigi di ora credo non si possa più dire questo, dopo le grandi distruzioni del periodo pompidouriano che hanno cancellato Les Halles, a cui hanno potentemente collaborato gli architetti, che sono dei grandi distruttori: gli architetti sono sempre dei grandi distruttori...

R.A. Lanciamo un grido di dolore.
Agamben Beaubourg, che tanto piace, ha contribuito alla distruzione del più vivo e bel quartiere di Parigi. Credo che ora siamolto più difficile, dovunque un po’, però è ovvio che tutto può sempre ancora avvenire. Ciò che cambia si nasconde in ciò che rimane intatto; ciò che rimane intatto si nasconde in ciò che cambia.

R.A. E allora, lei che ha studiato le Res gestae di Augusto, che cosa rimane della vecchia Ara Pacis in questa nuova?
Agamben L’Ara Pacis era un oggetto storico già contenuto in qualcosa, in un involucro di epoca fascista: è il problema della cosiddetta conservazione del passato – che è abbastanza disastrosa. Oppure l’idea di riportare in pristino i monumenti del passato: ponte Sisto, che io percorrevo cinque volte al giorno, rimase chiuso per anni perché questo delizioso ponte, che nella forma di allora era un ponte di inizio Novecento, fine Ottocento, è stato riportato in pristino senza alcuna ragione. Questo tipo di operazioni sono il contrario di una costellazione benjaminiana, non c’è più un rapporto vivo tra un momento del passato e un momento del presente; e un passato come tale è ricostruito, restaurato così com’era. Benjamin critica sempre l’idea dello storicismo, che si possa accedere a qualcosa così com’era.

F.D.M. La trasformazione della storia in immagini, che opera Benjamin contro lo storicismo e l’idea di cronologia, come ha plasmato allora il suometodo di lavoro?
Agamben Credo che ci sia un rapporto, anche in questo caso, abbastanza forte. Benjamin, quando doveva definire se stesso (esiste un carteggio molto duro con Adorno sul problema del metodo), spesso diceva «filologo». Ed è molto curioso capire che cosa lui volesse intendere con filologo: la filologia per lui è la rivendicazione di un rapporto quasi materiale con i testi, con gli oggetti. E anch’io... una grande tentazione che ho avuto era quella di diventare un filologo: per fortuna non lo sono diventato, però nel mio metodo c’è molto questo rapporto con la materialità di un passato. Però il bello della filologia, appunto, è che è presa nella contraddizione, comedicevamo, per eccellenza: la filologia, per esempio se si propone l’edizione di un testo antico, dovrebbe restaurare il testo così com’era,ma per far questo deve ricorrere a pratiche come la congettura, che sono pratiche quasi divinatorie.

R.A. Sì, infatti si chiama divinatio
Agamben Per cui il filologo in realtà spesso opera il paradosso di ‘produrre’ il documento del passato che dovrebbe restaurare. C’è una vicinanza forte, per me, tra questo metodo filologico e un altro metodo, presente in Benjamin ma anche in Foucault – altro autore con cui anni dopo ho avuto un rapportomolto forte –, e che credo sia il metodo a cui chiunque voglia lavorare su ricerche di scienze umane, come facciamo noi, non può fare a meno di riferirsi: ed è lavorare per paradigmi. Paradigma è un termine che usa Foucault, e che cosa vuole dire? «Paradigma» è il termine greco per «esempio», significa semplicemente «un esempio ». Prendiamo il panopticon, che è un modello architettonico concreto che si può datare, in un libro scritto da Bentham nel 1800 e passa: quindi è un fenomeno storico particolare, singolare...

R.A. Aveva uno scopo giudiziario, no?
Agamben Sì, era il modello delle carceri, era un modello di architettura carceraria in cui un guardiano poteva vedere una molteplicità di prigionieri... 

F.D.M. Un edificio di controllo sociale.
Agamben Di controllo sociale. Perché si può dire che Foucault lavora con i paradigmi? Perché appunto Foucault non usa il panopticon soltanto come quel tipo singolare da indagare quale fenomeno storico, ma come paradigma, come esempio per comprendere un insieme molto più ampio, che si costituisce proprio tramite questo esempio, questo paradigma; e che appunto gli serve, poi, per capire l’evoluzione delle società di controllo, le società disciplinari. Io credo che tutti gli storici intelligenti lavorano così. Infatti si può dire questo anche di un libro come quello di Kantorowicz sui due corpi del re. I due corpi del re sono un fenomeno specifico, che però non è circoscritto in un anno, o può volgere nel tempo...

R.A. ...lui lo applica soprattutto alle monarchie francesi e inglesi. 
Agamben ...francesi e inglesi. Se ci pensate, nella nostra cultura accademica – che manca di ogni riflessione epistemologica sullo statuto delle discipline umane –, quando uno storico vuole essere serio, diventa specialista di un secolo: «Io sono uno specialista del secolo XVIII!», e non si accorge di dire la cosa più assurda. Nel senso che nell’espressione «secolo XVIII» il secolo è un’unità di misura, non una realtà; è una unità di misura molto recente, usata per la prima volta alla fine del Cinquecento dagli storici della Chiesa, detti per questo centuriatores, «secolarii», che poi solo a partire dalla Rivoluzione francese prende il significato moderno, prima non c’era mai stato... Quindi essere specialisti di un secolo significa essere il meno scientifici possibile. Invece i contesti non-cronologici, non-geografici comeunametafora, un oggetto, un paradigma, sono molto più seri e interessanti. 

R.A. Anche lo «stato di eccezione» è un paradigma. 
Agamben Sì, in quel mio libro si vede appunto come il metodo per esempi e paradigmi che dicevamo prima, è anche il mio metodo. Lo «stato di eccezione» è un istituto giuridico preciso che nella sua forma moderna nasce con la Rivoluzione francese, ma io in realtà, anche se faccio una piccola storia dello stato di eccezione, non sono uno storico e non lo uso, appunto, come un oggetto collocato cronologicamente, macome un modello per comprendere la situazione presente. Ed ero partito dalla constatazione ovvia che quello che in origine era un provvedimento eccezionale, limitato nel tempo e nello spazio (lo «stato di eccezione», per chi non lo sapesse, è la sospensione della legge per far fronte a una situazione di emergenza), a partire almeno dalla seconda guerra mondiale, in maniera sempre più forte ed evidente oggi, sta diventando un paradigma normale di governo negli stati democratici in cui viviamo. 

R.A. Per cui non parliamo solo dei regimi fascisti e nazisti, o del «vecchio» stato di guerra. 
Agamben Sì, il regime nazista ha potentemente usato lo stato di eccezione applicando l’articolo 48 della costituzione di Weimar; tutto il regime nazista si è svolto in stato di eccezione, cioè di sospensione delle garanzie personali, delle libertà civili, ecc., però, appunto, non è affatto una prerogativa degli stati totalitari, anzi, quando lo vediamo nascere con la rivoluzione francese, curiosamente lo stato di eccezione è legato alla tradizione democratica, anche se democraticogiacobina. E oggi non si capisce la politica americana se non si capisce che il governo degli Stati Uniti vuole imporre uno stato di eccezione mondiale, questa volta non più localizzato specificamente nei confini del proprio territorio, ma ’mobile’, che si sposta secondo le occasioni. Questo stato di eccezione globale, mondiale, è la risposta a una guerra civile mondiale, il terrorismo, cioè a dire l’interlocutore ideale dello stato di eccezione. 

F.D.M. Il termine cronologico dello stato di eccezione, lei dice, è la fine della seconda guerra mondiale...
Agamben Durante sia la prima che la seconda guerra mondiale, ovviamente quasi tutti gli stati belligeranti – e curiosamente ho scoperto anche non belligeranti, come la Svizzera –, ricorsero allo stato di eccezione. Quindi è in queste lunghe guerre che comincia a diventa-re un paradigma ‘normale’. Dalla fine della Seconda guerra alcuni caratteri dello stato di eccezione, ad esempio per quel che concerne il diritto internazionale, sono rimasti: da allora nessuna guerra è più dichiarata – né quella di Corea, né quella del Vietnam lo furono –, quindi non abbiamo più uno stato di guerra secondo il diritto internazionale, dove è possibile distinguere il momento in cui comincia e finisce una guerra, e distinguere i militari dai civili... Come voi sapete, dalla fine della Seconda guerra, nessuna guerra è guerra: è guerra civile.

F.D.M. C’è una continuità rispetto alla vita civile. 
Agamben Esatto, dal punto di vista del diritto queste guerre non sono guerre, ma sono guerre civili, o operazioni di polizia.

R.A. Dal punto di vista giuridicoteoretico, il fondamentalismo islamico che ruolo interpreta, secondo lei, nello stato di eccezione globale? 
Agamben Innanzitutto non c’è paese più fondamentalista, oggi, degli Stati Uniti, che sono riusciti a trasformare i concetti della democrazia in strumento di pressione totalitaria... Entrambi questi due, forse, pseudo-avversari (che secondo la rappresentazione comune si fanno fronte), non rappresentano né l’uno la tradizione dell’Islam né l’altro la tradizione della democrazia occidentale. La prima cosa che bisognerebbe sempre non dimenticare è che il terrorismo è la figura ideale che corrisponde a questo paradigma dell’eccezione: perché il terrorista per definizione è invisibile. Per esempio, voi sapete che tutta la materia relativa all’inchiesta sulle Torri è stata dichiarata fuori delle competenze giurisdizionali, e quindi è esclusivo appannaggio dei servizi segreti americani. Voi avreste fiducia in una ricostruzione fatta solo dai servizi segreti, in cui nessun giudice ha potuto mettere bocca?

F.D.M. Qual è il nesso tra stato di eccezione che diventa forma di governo planetario e globalizzazione
dell’economia?
Agamben A dire il vero nel mio libro questo tema non c’è, perché ho voluto fare un’analisi che concernesse soltanto il Diritto. Se pensate a Foucault, lui ha lasciato quasi sempre intenzionalmente da parte l’esame del Diritto: gli interessavano più i modi concreti in cui quelle che lui chiamava le relazioni di potere si realizzano nei singoli corpi. A me sembra che la ricerca di Foucault va integrata con questo modello del Diritto, che tra l’altro nel nostro tempo ha uno statuto molto curioso: da una parte, gli unici concetti che circolano sono di tipo giuridico, non esiste più né un’etica né una politica, sono concetti giuridici travestiti da concetti etici o da concetti politici; però in realtà del Diritto nessuno ha competenza, nessuno sa più nulla, è uscito fuori dalla cultura comune. Quindi mi sembrava urgente occuparmene. Ecco perché nel mio libro l’economia non c’è, e poi se dovessi esser sincero... se ogni libro – come è stato detto – si scrive per avvicinarsi, o qualche volta per sfuggire, a un centro che rimane nascosto, nel mio caso questo centro nascosto è una domanda curiosa che concerne proprio l’essenza del Diritto: se lo stato di eccezione diventa un po’ il paradigma, il centro stesso del Diritto, come mai la norma, il sistema giuridico dell’Occidente, ha bisogno di avere questo rapporto con una sospensione, con un vuoto di legge, con uno stato di a-nomia? Come mai il nostro Diritto contiene al suo centro uno spazio non giuridico, di sospensione? 

R.A. Non è un po’ come il folle per le marce dellamacchina? 
Agamben Ah, mi pare una bella immagine! Sì, sembrerebbe che questa macchina che è il sistema giuridico e politico dell’Occidente funzioni con due poli, che però sono articolati su questa zona indistinta, oscura, di indifferenza, che è un luogo vuoto: dove però tutto può avvenire, e questo vuoto mette in moto la macchina, regge la macchina... Quindi la domanda ultima, il centro segreto del libro, era più vasta, concerneva quasi la natura stessa del nostro sistema politico e giuridico.

R.A. Un altro suo titolo chiave, che ha avuto più edizioni, è Homo Sacer. Sottotitolo, Il potere sovrano nella nuda vita. Anche qui la cornice è foucaultiana: quand’è che la vita diventa posta in gioco della politica?
Agamben Sì, il termine è una figura arcaica del Diritto romano, che designava un uomo che era possibile uccidere senza commettere delitto (quindi impunemente) e che però non era possibile sacrificare, mettere a morte nelle forme prescritte, rituali. Quindi veramente una figura di indeterminazione assoluta. (Una specie di figura assoluta si potrebbe dire anche la vita nello stato di eccezione). Ancora una volta non mi interessava – anche se ho dovuto farlo – indagare storicamente questo complesso problemadella storia del diritto penale arcaico, ma trovare un paradigma per capire la struttura della politica in cui viviamo. E questo è poi stato il risultato. Lì seguivo l’idea foucaultiana di «biopolitica»: a un certo punto con la modernità vediamo che la vita, da qualcosa che era fuori dei calcoli e delle mire del potere, la vita naturale dei cittadini e degli uomini, diventa una delle preoccupazioni maggiori dei calcoli e dei meccanismi del potere. Noi ormai siamo abituati a che lo Stato si occupi della nostra vita perfino nelle minuzie, come fumiamo, come abitiamo, come mangiamo, come andiamo in macchina. Questa è una novità del Moderno... Quello però che mi è avvenuto di scoprire, è che questo che per Foucault è la biopolitica – cioè la politica dove la vita è in gioco –, è in realtà più antico, in qualche modo è la struttura stessa del sistema giuridico-politico dell’Occidente. Che sempre, fin dall’inizio, si fonda su questa curiosa figura del catturare qualcosa: la vita, lavita naturale che nellaGrecia classica era qualcosa di fuori, che doveva restare nei limiti della casa, con gli schiavi, le donne, i bambini, la produzione economica... e invece catturarla nella forma stessa della sua esclusione. La domanda era: ma come mai la politica occidentale ha bisogno di escludere da sé qualcosa (all’inizio, la vita) per fondarsi? Quindi questa struttura di fondazione arretra di molto il problema, e quello che avviene oggi non è che l’emergere in piena luce di questa struttura nascosta di inclusione della vita umana tramite la sua esclusione. 

F.D.M. E questa inclusione forzata della vita nella sfera del politico, lei, nel Novecento, la vede figurata nel campo di concentramento. 
Agamben Naturalmente qui ci sono stati spesso degli equivoci. Il mio non è un giudizio storico, né sociologico, si tratta ancora una volta di trovare un archetipo filosofico, e il Campo è il luogo dell’eccezione: coloro che entrano nel Campo, vi entrano soltanto in quanto viventi; l’ebreo che entrava nel campo di concentramento era spogliato completamente del suo statuto giuridico, anche di quel residuo di nazionalità che gli avevano lasciato le leggi di Norimberga, di terzo grado. Al momento dell’entrata era totalmente denazionalizzato, e quindi diventava una pura figura di quella che io chiamo la «nuda vita», e la relazione fondamentale tra potere e nuda vita emerge alla luce del Campo. Pensiamoa quello che avviene oggi a Guantanamo... la cosa più curiosa è che i talebani che si trovano lì non sono accusati di nessun delitto secondo la legge americana, e non sono nemmeno prigioneri di guerra; sono, secondo la lettera dell’istituzione del comando di Bush che ha istituito Guantanamo, detainee, «detenuti». 

F.D.M. Per cui sono «nuda vita».
Agamben Non esistono. Non hanno nessuno statuto giuridico, quindi qualunque cosa potrebbe essere possibile come nei campi tedeschi. 

F.D.M. Agamben, in questo ultimoscorcio del suo pensamento lei sta lavorando su Aby Warburg, figura molto controversa anche come ricezione. Ci vuol spiegare qual è precisamente il «suo» Warburg? 
Agamben Sono tornato suWarburg a distanza di tanti anni: ne avevo bisogno, credo, dopo questa inversione nei problemi di filosofia politica... Il lavoro che faccio più di recente concerne proprio la cosa a cui Warburg lavorava negli ultimi anni della sua vita, dal ’24 al ’29, cioè questo progetto di atlante per immagini (cosa chemi affascina molto) che lui chiamava Mnemosyne, «memoria»: un atlante della memoria occidentale, in apparenza; praticamente, si tratta di una settantina di pannelli, grandi, ricoperti di tela nera, su cui lui appuntava, spillava una serie di fotografie che potevano essere opere d’arte,ma anche una fotografia della pubblicità, una fotografia di una contadina per le strade della campagna toscana, ecc. Che cosa voleva fare Warburg? La domanda chemi sono posto è capire l’enigma di questo atlante – atlante che abbiamo, non materialmente ma nella sua riproduzione fotografica.

F.D.M. Incompiuto, peraltro. 
Agamben Incompiuto sicuramente, però abbiamo settanta tavole con quasi un migliaio di fotografie. Sicuramente non era quello che poi in realtà è stato ‘raccolto’ dagli storici dell’arte: non era un repertorio iconografico dell’arte occidentale, a Warburg la storia dell’arte interessava solo come cifra di qualcos’altro. Queste immagini non sono nemmeno immagini, in un certo senso. Potrebbero anche essere chiamate gesti, rappresentano ciascuna... che cosa?... un gesto? Warburg dice: «dei cristalli di memoria», attraverso cui si trasmette la memoria dell’Occidente.

F.D.M. Può essere raffrontato al concetto di immagine di Benjamin? 
Agamben Certo, del resto Benjamin si interessava molto alle prime ricerche, allora, di Warburg. Perché, di cosa sono fatte queste immagini? Direi, ancora una volta, sono cariche di tempo, di storia, sono dei cristalli... Qualche volta Warburg usa l’immagine della fisica del suo tempo, della tecnica del suo tempo: «dinamogramma», sono cariche di energia elettrica... E ricevere queste immagini significa esporsi, misurarsi con questa carica di energia mnemonica (intendendo lamemoria in un senso molto vasto). E l’artista, lo studioso, o qualunque uomo che si confronta con queste immagini si espone a un rischio – mette in gioco se stesso – per rianimare queste immagini, che sono lì come ormai spettri. Warburg chiamava questo album: «una storia di fantasmi e di spettri per adulti, per veramente adulti». 

R.A. L’atlante, come anche la Biblioteca, ha un tasso di lavorazione molto forte dal punto di vista degli accostamenti sintattici. Destrutturare, e ristrutturare, le liaisons, le contiguità. 
Agamben Esatto, sì. Ed è difficilissimo capirle. Prendiamo una delle figure che ossessionava Warburg: «ninfa fiorentina», figura femminile in movimento che lui identifica la prima volta in un affresco di Ghirlandaio a Santa Maria Novella – quindi sappiamo cos’è –, però diventa un paradigma, la Ninfa, che ritrova dall’antichità a una fotografia di pubblicità oggi, a una figura terribile – la tagliatrice di testa, Giuditta... Questa planche, questa tavola, ce l’abbiamo (una settantina di fotografie...). Se chiediamo: dov’è la ninfa? come la leggiamo, sintatticamente appunto? Non si può disegnare in realtà un itinerario cronologico, come ci si muova dentro questa planche è impossibile da capire subito... La sola cosa che si può dire è che nessuna di queste fotografie è l’originale, l’archetipo, e nessuna è una copia. La Ninfa è l’insieme di queste immagini, che a questo punto, allora, diventano dei fotogrammi per un film chemanca. Noi dovremmoessere in grado di mettere in movimento questi settanta fotogrammi, farli muovere, dar vita alle immagini. Questo era proprio lo scopo letterale di Warburg: dar vita alle immagini. Lì sono delle immagini morte. 

F.D.M. Infine, San Paolo: il libro in questione è Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai romani. Che cos’è «il tempo che resta»? 
Agamben Mi fate tornare indietro sul passato, sui libri del passato, sui libri così come veramente erano... 

R.A. Ma San Paolo è ancora seduto qui con noi. 
F.D.M. Non penso che si possa tornare al passato: a proposito di San Paolo, poi, proprio no.
Agamben Prima dicevo che mi interessano più il prima e il dopo, dell’opera: bisognerebbe situare questomio libro tra un prima e un dopo.Mi piace sempre tantissimo quel che diceva Vasari di Leonardo: «Leonardo per l’intelligenza dell’arte molte opere cominciò e nessuna finì». Il fatto che l’intelligenza dell’arte impedisca di finire qualcosa... 

F.D.M. È un suomodello, immagino. 
Agamben Non è un modello, per carità! Però in un certo senso tutte le opere sono non-finite, da questo punto di vista. Qui, appunto, una prima questione (almeno per me è stato così), è chiedersi, con Benjamin, se le opere del passato stanno lì a disposizione dei ricercatori, che possono scegliere questa o quella: no! Invece contengono ciascuna un indice temporale, che esige che esse vengano lette in quel precisomomento. E quindi l’intelligenza dello studioso sta nel cogliere questo indice: le Lettere di Paolo oggi esigono di essere lette e rilette (non è un caso che vari autori stanno tornando su questo testo). Forse una cosa che potrei dire, principale, è stata che Paolo mi ha fatto capire in modo diverso il problema del tempo storico. Il problema del «messianico», per esempio in Benjamin, l’ho capito solo lavorando su Paolo. Per Paolo l’evento messianico (che lo interessava, l’arrivo del Messia) non è, come si suole pensare, semplicemente la fine, il punto finale del tempo, ma, in una formula: «il tempo della fine», il tempo che comincia a finire e si trasforma qualitativamente. In questo senso si potrebbe dire ancora, con un’altra immagine, che il tempo messianico, il tempo che resta, l’unico tempo in cui noi viviamo, di cui abbiamo esperienza reale, è qualcosa come il tempo che il tempo ci mette per finire. Che la fine è sempre in corso, è una vera esperienza politica del tempo, o comunque storica, reale, umana. Non è quella cronologica, ma è vivere il tempo sempre come tempo che resta, cioè come questa parte del tempo che il tempo ci mette per finire, e in cui possiamo afferrare il tempo. E la fine non ha importanza al momento della fine. La fine finisce tante volte...

R.A. E del resto è un’idea profondamente cristiana... Non a caso c’è questa espressione, «una ricapitolazione vertiginosa». Forse è questa l’immagine?
Agamben Sì, perché questa porzione di tempo in realtà per Paolo ricapitola in sé, contiene in sé – come una vera abbreviatura, un vero compendio – tutta la storia. E tutta la storia passata trova in questa nuova esperienza del tempo il suo unico senso.

R.A. In questo libro su San Paolo c’era anche una sua scoperta filologica. Studiando il manoscritto delle tesi di Benjamin sulla filosofia della storia, lei trova questa citazione nascosta di San Paolo: «la potenza si compie nella debolezza», ed è appunto la seconda lettera ai Corinti.

Agamben Sì, per me è stata una scoperta davvero abbastanza emozionante. Avevo letto questo testo infinite volte, ma non mi ero mai accorto che è una citazione letterale di Paolo, e quindi, quando c’è all’inizio delle Tesi benjaminiane l’immagine di un omino gobbo, nascosto sotto la scacchiera – che è la teologia: la teologia piccola e brutta, che però dobbiamo usare nella lotta contro il nemico –, ebbene questo nano gobbo, questo teologo nascosto, è Paolo. È stata una scoperta abbastanza decisiva, secondo me, che mi pare anche di aver provato con ragioni filologiche,ma che non è facile far accettare agli studiosi di Benjamin, perché c’è sempre questa idea che Benjamin è inscritto nella tradizione ebraica, e Paolo (chissà perché) non apparterrebbe alla tradizione ebraica. Mentre Paolo è l’ebraismo più puro e genuino che uno possa immaginare. C’è questo gobbo che si muove sotto il testo delle Tesi...

LE OPERE E I GIORNI
Quella di Giorgio Agamben (Roma, 1942) è un’erudizione che non famai in tempo a sedimentarsi,masi dispiega sùbito in pensiero. In tal senso, la recente raccolta di scritti La potenza del pensiero (Neri Pozza, 2005) è anche un bilancio di un modo intellettuale tanto propenso all’espansione ermeneutica quanto preciso nell’individuazione dei contenuti. Laureatosi aRoma con una tesi su SimoneWeil (1964), Agamben si è interessato agli studi di poetica orientandoli all’estetica e all’antropologia filosofica: L’uomo senza contenuto (Rizzoli, 1970), Infanzia e storia (Einaudi,1978) e Il linguaggio e la morte (id., 1982) ai quali si aggiunge Stanze (id., 1977) – ambizioso tentativo di genealogia della cultura europea, dalla poesia d’amore del Duecento alla mercificazione dell’arte nella modernità. La sua formazione artistico-iconologica deve molto al soggiorno londinese all’IstitutoWarburg. Continuativi i legami con la cultura francese: Foucault, Derrida, Klossowski e Deleuze, con il quale ha scritto Bartleby, la formula della creazione (Quodlibet, 1993).Oltre a Heidegger, di cui aveva seguito i seminari a Le Thor, il versante filosofico tedesco vede come protagonista Benjamin, anche per la filologia, con il ritrovamento di suoi manoscritti originali e la cura, per Einaudi, dell’edizione delle Opere.Negli ultimi anni, Agamben si è diretto con più insistenza alla politica applicando alcuni temi di Foucault alle categorie giuridiche di sovranità, eccezione e sacertà (Stato d’eccezione, Bollati Boringhieri, 2003), evidenziandone, sulla scia di Carl Schmitt, le implicazioni teologiche: La comunità che viene (Einaudi, 1990), Homosacer (id., 1995), Quel che resta di Auschwitz (Bollati Boringhieri, 1998) e Mezzi senza fini (id., 1996) sono libri che hanno cercato di restituire alla parola ciò che rischiava di rimanere prigioniero dell’indicibilità (Shoah), emesso in luce laminaccia biopolitica che incombe sulla società odierna. (marco pacioni) (Alias p. 3)

RITORNA «STANZE» 1977
T
utto Agamben in quell’impresa
di Davide Stimilli
Torna in libreria il primo libro (1977) di Giorgio Agamben, Stanze La parola e il fantasma nella cultura occidentale (Einaudi «Biblioteca », pp. XVI-202, € 19,50), e l’unica spia della sua età sono i diagrammi che interrompono il flusso del testo e che all’epoca facevano parte abituale dell’apparato didattico delle «scienze umane»; oggi però, pur continuando a fare appello diretto a quella «virtù fantastica» che Agamben magistralmente dimostra essere la fonte disconosciuta della speculazione occidentale, sembrano solo schematici, e caduchi. Le immagini, omeglio le imprese (come dice diWarburg, anche Agamben guarda «a ogni immagine come a un’impresa») che accompagnano il testo, a partire dal viluppo di nodi che rappresenta l’amore nei Hyeroglyphica di Orapollo, mantengono invece intatto il loro potere di seduzione, «immagini perverse» quali sono, perché contaminate inguaribilmente dal linguaggio. Concepito esso stesso come un’impresa più che ogni altro suo libro (eccetto forse Idea della prosa), Stanze ha già il grandissimo pregio di farci percepire «quello che oggi il fatto compiuto ci impedisce di percepire» – con la chiaroveggenza di «profeta rivolto al passato» che Schlegel riconosce allo storico, o con il «senso di possibilità » che dimostra di possedere l’«uomo senza qualità» diMusil. Agamben ci ricorda, ad esempio, come gli artisti che protestarono contro la sua costruzione avessero intuito che la torre Eiffel avrebbe dato «il colpo di grazia al carattere labirintico della vecchia Parigi» trasformando la città «in unamerce consumabile con un colpo d’occhio». L’opera di Agamben è appunto una protesta radicale contro ogni tipo di fait accompli, un’istigazione a «decretare » in nome di «una negatività assoluta e senza riscatto, la quale tuttavia non rinuncia per questo alla conoscenza». È, coerentemente, anche una protesta contro risultati apparentemente inattaccabili, canonici o classici che dir si voglia, della critica, dagli studi sulla malinconia di Saxl, Panofsky e Klibansky, agli studi di Bruno Nardi sull’averroismo, a quelli di C. S. Lewis sull’amor cortese, in nome di un’acribiamai compromessa, ma soprattutto di una «disciplina dell’interdisciplinarità» rara e rigorosa. È dunque proprio nel bel mezzo del labirinto, e non fuori di esso, che Agamben ci vuole ricondurre a passo di danza: «il sentiero di danza del labirinto» conduce infatti, paradossalmente, proprio «nel cuore di ciò che tiene a distanza ». L’unica via d’uscita legittima è allora proprio quella che non ci risparmia né ilMinotauro né la fatica di ritornare sui nostri «passi perduti », come il «peregrino errante» nella «solitudine confusa» di Góngora: anche se, a rigore, «la quête della critica non consiste nel ritrovare il proprio oggetto, ma nell’assicurare le condizioni della sua inaccessibilità». Agamben non offre dunque vie regie, né scorciatoie per raggiungere unameta cui, secondo l’insegnamento dantesco, che pervade l’intero libro a partire dal suo titolo, «solo il détour è adeguato». Schlegel e il gruppo romantico di Jena, alla cui «tradizione critico-filosofica» si richiama fin dalla prima pagina e poi di nuovo nella postilla alla seconda edizione del ’93, sono anche invocati da Agamben allorché, forse più che altrove, troviamo un’anticipazione di quella che sarà una delle sue preoccupazioni costanti, dopo Stanze: la ricerca di un terminemedio «fra l’espressione e l’inespresso », qui assimilato, con valenza provvisoriamente negativa, a «una riserva mentale».Ma tale riserva può essere tanto il risultato di un riserbo spontaneo dell’espressione (il laconismo di un Bartleby), quanto il necessario ritaglio di uno spazio mentale, una «terza area» nel senso diWinnicott, o appunto l’«articolazione invisibile» della stanza, nel senso dantesco di mansio capax sive receptaculumtotius artis. È questa riserva capace che Agamben continua a perlustrare, mettendo da parte al tempo stesso pensiero a cui attingere in quest’epoca di povertà. (Alias, p. 4)
Il tutto su
Alias, supplemento settimanale de Il manifesto,  9 settembre 2006, anno, 9, n. 35 (420), pp. 1-5, 8.

Postato da: georgiamada a 17:27 | link | commenti (82)
letteratura, filosofia, wutheringbar, giorgio agamben


Commenti
#1   04 Dicembre 2006 - 17:47
 
NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

Luigi IX
utente anonimo

#2   04 Dicembre 2006 - 18:44
 
Georgia,
che splendida intervista:-)
grazie, nel tuo blog si casca, spesso, bene:-)))
maria
utente anonimo

#3   04 Dicembre 2006 - 23:59
 
Finalmente!!! Grazie Georgia, riprendiamo a volare... Avevo già letto l'intervista a Giorgio Agamben, da lettore fedele del "Manifesto".
"Alias" (Anno 3 - N. 19, sabato 13 maggio 2000, pp. 2 - 5) si occupò della seconda edizione dei "Passagenwerk" di Walter Benjamin. Giorgio Agamben, eccellente studioso, cui si deve la scoperta di testi inediti di W. B. alla Biblioteca Nazionale di Parigi (Georges Bataille bibliotecario) avviò, con Einaudi, l'impresa di tutto Benjamin in italiano. Poi vi furono i noti casini, esattamente dieci anni fa, Agamben fu "estromesso", etc. Vorrei citare l'avvio del contributo di Toni Negri ("Alias" citato), a pag. 4: "Non posso entrare nella discussione sui criteri che governano la nuova edizione dei 'Passages di Parigi' di Walter Benjamin rispetto a quelli che avevano diretto l'edizione che ne aveva fatto Giorgio Agamben: la gioia che mi aveva dato "Parigi capitale del XIX secolo (Einaudi, 1982 - nei "Millenni, spesi 100mila lire, allora: investimento sicuro!, nota di gdc -) è per me irripetibile; questa nuova edizione (dal 2002 vi è anche l'edizione nei Tascabili Einaudi, 2 voll. a 23 euro, nota di gdc) a cura di Rolf Tiedemann avrà dunque in ogni caso il senso del rifatto, e la mia nostalgia e l'illusione di conoscere il pensiero di Benjamin andranno comunque a sovrapporsi e a intrigarsi nel dialogo con Giorgio Agamben - che in quel confronto ci impone il continuo arricchirsi ed espandersi della sua opera".
Georgia, ti prometto: copierò per te, la lettera aperta di Giorgio Agamben "Caro Giulio che tristezza questa Einaudi", in "Repubblica", 13 novembre 1996, la replica, brevissima di Giulio Einaudi, nella stessa pagina e quella di Vittorio Bo, il giorno successivo, sempre su "Repubblica".
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#4   05 Dicembre 2006 - 00:26
 
cavolo giorgio che bel dono:-)
lo aspettiamo.
Brutti anni quelli per l'editoria, ci fu una epurazione e una strage di intelligenze, ma le intelligenze non sparirono, andarono solo e seminare altrove e i grandi editori si trovaro più poveri di anticorpi a correre verso una strada di non ritorno.
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#5   05 Dicembre 2006 - 08:08
 
georgia e giorgio insieme siete meravigliosi ! grazie di cuore del vostro splendido lavoro linda
utente anonimo

#6   05 Dicembre 2006 - 09:30
 
sulla recezione di Heidi

*Agamben: In quel momento era scarsissima, in Italia quasi inesistente: provai invano a far tradurre le opere di Heidegger da due degli editori più importanti, Einaudi e Adelphi: entrambi rifiutarono*

that's a buffala! basta prendere un arancino Laterza e controllare. qui faccio solo un esempio instar omnium: Holzwege del 1950 fu pubblicato da La nuova italia nel 1957. Tenendo conto dell'asperità linguistica, potremmo dire che Chiodi si mise a tradurla subito, c'impiegò qualche anno e l'opera uscì in Italia con grande tempestività. Ora, Holzwege non è un libro tra i tanti di Heidi: è IL libro della svolta, ossia la pars pro toto dell'Heidi che qui interessa. e La Nuova Italia non era una casa ed. qualsiasi, era LA casa ed. di filosofia, già medio-grande di suo e con distribuzione capillare. Per un filosofo bastava e avanzava: certo, se si vuole il filosofo alla COOP...

trovo l'intervista piena di banalità: detto così, può sembrare..., se argomentato invece, può risultare...
ma innanzitutto è da determinare: un eventuale dialogo qui virerebbe al socratico o al defilippico? o, in termini più responsabili: chi è disposto qui a impegnarsi? io sì, georgia presumo pure. e poi?
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#7   05 Dicembre 2006 - 09:32
 
NB *quel momento* è il 1966.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#8   05 Dicembre 2006 - 09:40
 
*era LA casa ed. di filosofia*

leggi

*era, assieme alla Laterza, LA casa ed. di filosofia*
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#9   05 Dicembre 2006 - 11:17
 
intanto al grande Chiodi forse piacerebbe essere presente alla coop e poi mi domando come uno che posta quello che vai postando tu in questi giorni nei confronti dei blogger e dei naviganti di rete possa poi chiedere, come se nulla fosse, di dialogare. Il dialogo con te potrebbe essere anche interessante, ma chi vorrebbe dialogare con uno che come un questurino del ventennio si segna ogni parola, ascoltata nei bar, e nelle riunioni per andare a caccia di reati come fossero farfalle?
La rete è libera e tale vuole rimanere e chiunque anche solo accenni di vole denunciare qualche blogger, per reati di opinione, diventa un nemico della rete.
La rete ha tutti gli strumenti perchè ogni navigante si possa difendere da solo. Ma chi attacca, anche solo per gioco, i principi basilari di totale libertà della rete non sa bene a cosa va incontro.
Chiunque venga attaccato in questo senso potrà contare sul sostegno di tutta le rete in blocco. E' l'unico momento in cui vengono dimenticati vecchi attriti e ruggini varie, è l'unico momento in cui una enorme comunità (spesso litigiosa) ha una sola voce.
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#10   05 Dicembre 2006 - 11:33
 
lasciamo stare le patenti, tipo *grande* a Chiodi (io ad es. l'ho potuto conoscere, e anche bene, e non sento bisogno di patentare, perché non serve a niente). Nel '57 Chiodi era contentissimo di uscire per La Nuova Italia, le Coop non esistevano, Adelphi era che? più di LNI per serietà filosofica + diffusione di mercato? Vogliamo scherzare? Quanto pubblicava nel '57 di filosofia la Einaudi?
Nel '66, dall'intervista, pare ci fosse un piccolo incompreso, senza famiglia ecc., che bussa invano ah quanto sa di sale... e intanto ad es., in tal deserto, Solmi per l'Einaudi faceva uscire Angelus Novus di Benjamin...

quanto al resto del commento, non ci ho capito letteralmente niente.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#11   05 Dicembre 2006 - 14:31
 
ho riletto, e mi è meno oscuro:

*uno che come un questurino del ventennio*
i questurini odierni fanno diversamente?

*si segna ogni parola*
solo “gonfio”, “infame” e poc'altro segnai.

*chiunque accenni di voler denunciare qualche blogger per reati di opinione, diventa un nemico della rete.*
comprendo (sono da sempre contro il reato di opinione), ma che c’entra con me?

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#12   05 Dicembre 2006 - 17:00
 
tagliagli il cavetto
utente anonimo

#13   05 Dicembre 2006 - 17:57
 
Grazie gentile #12 per la verità ci avevo pensato:-) ma almeno per ora non vedo gli estremi per doverlo fare, non sta ancora facendo l'imbrattatore totalitario, per ora si limita a postare commenti come tutti, con cui possiamo essere in accordo o meno, ma nulla più.
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#14   05 Dicembre 2006 - 19:05
 
allora tagliagli il filetto

S. Frenuli
utente anonimo

#15   05 Dicembre 2006 - 21:52
 
*A: Heidi e Benjamin mi sono serviti uno come contravveleno dell’altro.
M: In che modo Benjamin fu usato come contravveleno di Heidegger?*

Ora, né A dice, né M gli chiede in che modo Heidi fu usato come contravveleno di Benjamin.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#16   05 Dicembre 2006 - 22:13
 
Visto che parlate anche di editoria approfitto per fare comunicazione di servizio. Vabbè, diciamola tutta : mi sto aggrappando sugli specchi per farmi pubblicità. Ma siete così gentili che mi perdonerete, ne son certo. O no ?

Sabato prossimo, 9 Dicembre, alle 19, alla sala Montale della fiera del libro di Roma, presento il mio romanzo.
Chiunque si trovi in quel luogo a quell'ora è invitato.
Scusate e gradite i miei più servili omaggi.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente brunoesposito

#17   05 Dicembre 2006 - 23:23
 
Faccio ammenda: Chiodi tradusse gran parte di Holzwege nel '53, ma lo pubblicò solo all'inizio del '68, dopo una fitta corrispondenza col tradotto. Allievo di Abbagnano a Torino, negli anni '50 aveva tradotto L'essenza del fondamento, Essere e tempo, Kant e il problema della metafisica, e scritto L’esistenzialismo di Heidegger, L’ultimo Heidegger, Esistenzialismo e fenomenologia. L'altro allievo di Abbagnano (e di Gadamer e Löwith), Vattimo, nel '63 scrive Essere, storia e linguaggio in Heidi. Inesistente in Italia insomma non direi.

Non riesco a inmmaginare con che faccia un 24enne con all'attivo un solo articolo (Decadenza, in "Futuro" n.6 '64), premesse il torinese Einaudi (narrando ch'era stato in capanna con Heidi?). Sta di fatto che Agamben non tradurrà mai una riga di Heidi, ma gli dedicherà il suo primo libro, Stanze del '77.

E Negri di gdc?: "Non posso entrare nella discussione sui criteri che governano la nuova edizione dei 'Passages' di Benjamin rispetto a quelli che avevano diretto l'edizione di Agamben: la gioia che mi aveva dato "Parigi capitale del XIX secolo" è per me irripetibile; questa nuova edizione a cura di R. Tiedemann avrà dunque in ogni caso il senso del rifatto*

MA

W. Benjamin, "Das Passagen-Werk", a cura di R. Tiedemann, Suhrkamp 1982.
trad. it. "Parigi, capitale del XIX secolo", a cura di G. Agamben, Einaudi 1986.
trad. it "I Passages di Parig", a cura di R. Tiedemann e E. Ganni, Einaudi 2002.

CHI RIFA' CHI?
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#18   05 Dicembre 2006 - 23:47
 
W. Benjamin, Gesammelte Schriften, con la collab. di T.W. Adorno e G. Scholem, edite da R. Tiedemann e R. Schweppenhäuser. voll. I-VII, Frankfurt a.M. 1972-1999.

Monografie di Tiedemann su Benjamin:

- Studien zur Philosophie W. Benjamins. con pref. di T.W. Adorno. Frankfurt a.M. 1965.
- Dialektik im Stillstand. Versuche zum Spätwerk W. Benjamins. Frankfurt a.M. 1983.
- Die Abrechnung. W. Benjamin und sein Verleger, Hamburg 1989.

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#19   05 Dicembre 2006 - 23:49
 
Help qualcuno mi spieghi.
Io non capisco un tubo, forse perchè non me ne intendo, ma ... la Suhrkamp nel 1982 ha pubblicato una traduzione in italiano di "Das Passagen-Werk" a cura di Tiedermann?
Se sì ... tanto di cappello, ma se no ... che cavolo c'entra il commento sopra?
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#20   06 Dicembre 2006 - 00:16
 
@georgia, scusa se intervengo anch'io.

Tiedemann, assieme a Schweppenhäuser è il curatore dell'edizione critica tedesca edita da Suhrkamp, 1982, e ora cura sempre con l'altro, dopo il forfait di Agamben, anche di quella italiana.
La cura italiana, cioè la cura editoriale del vol. in questione, è di Enrico Ganni.
Con qualche polemica ovviamente da parte dello schieramento filo-Agamben

Ovviamente le traduzioni non sono di Tiedemann.

db, che sa queste cose molto meglio di me non ama la forma lineare, altrimenti non sarei intervenuta.

Però, ragazzi, se posso, basterebbe dare un'occhiata al volume einaudiano. E' tutto scritto lì, molto chiaro.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lalucedialcor

#21   06 Dicembre 2006 - 00:30
 
grazie alcor ma io già non avevo dubbi :-)
solo non mi tornava che venisse elencata l'opera tedesca come se fosse una prima edizione italiana ...
Noi non siamo tutti accademici quindi andiamo trattati con una certa leggerezza e ... precisione :-)
g.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#22   06 Dicembre 2006 - 01:00
 
Io ne avevo comprato uno dei volumi einaudi, ma solo perché la copertina era metallizzata (aperto una volta e subito chiuso). Aveva ragione il por' Ranchetti che disse della publicazione einaudi del tutto benj: *del resto, ci saranno sempre dentisti che vogliono riempire gli scaffali nel loro studio*

Che detto meglio è: *ammasso di testi senza accurate introduzioni, note e saggi collaterali che possano aiutare il profano a capirci qualcosa. Però fanno scena*
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente dummeJunge

#23   06 Dicembre 2006 - 01:37
 
W. Benjamin, "Das Passagen-Werk", a cura di R. Tiedemann, Suhrkamp 1982.
trad. it. "Parigi, capitale del XIX secolo", a cura di G. Agamben, Einaudi 1986.
trad. it "I Passages di Parig", a cura di R. Tiedemann e E. Ganni, Einaudi 2002.

E' tutto superchiaro: la 2 e la 3 sono precedute da *trad. it.*, la 1 no, weil es krukkes ist.
Superscuro è Tonino, che sentenzia che la 3 avrà fatalmente il *senso del rifatto*. Ma come? 2 straduce 1, 3 traduce 1 – ergo 3 non rifà 2.

Avrei 3 chicche:

1- retroscena dell'affaire agamben (in codice: agamben levaten)
2- resoconto di una deriva milanese a 3 (Steve Piccolo, Gerry Malanga, db) la notte di S. Lucia 2004 [a smentita della lagnatio sulla scomparsa del flaneur]
3- il silenzio che resta
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#24   06 Dicembre 2006 - 01:39
 
- La Repubblica -, 13 novembre 1996

LETTERA APERTA

Caro Giulio che tristezza questa Einaudi

di Giorgio Agamben



Ecco il testo della lettera aperta che Giorgio Agamben ha inviato a Giulio Einaudi

Caro Giulio, ricordo ancora perfettamente il giorno in cui, nel lontano 1981, mi affidasti la cura dell'edizione italiana delle opere di Benjamin. Grazie a Italo Calvino, ero entrato da poco a far parte del gruppo di consulenti della casa editrice che si riunivano il mercoledì intorno al tavolo di via Umberto Biancamano1, fra i quali capitava non di rado di incontrare Primo Levi, lo stesso Italo, Franco Fortini, Cesare Cases e molti altri amici e intellettuali.
Nacquero così quelle 'Opere complete di W. Benjamin', che avevamo insieme voluto nuove rispetto all'edizione tedesca (disposte come sono in ordine cronologico e arricchite fin dal primo volume di testi inediti da me ritrovati) e che sono state considerate da critici anche stranieri come un modello di leggibilità e di rigore.
Tra il 1982 e il 1986 uscirono uno dopo l'altro quattro volumi, cui fece seguito una lunga interruzione dovuta alla crisi finanziaria che travagliò la casa editrice. Nel 1991 la mia cura riprese a partire da un'opera di eccezionale importanza: la ricostruzione e la pubblicazione, in prima edizione mondiale, del libro su Baudelaire cui Benjamin aveva lavorato negli ultimi anni della sua vita. Avevo infatti ritrovato a Parigi una mole considerevole di manoscritti benjaminiani, che permettevano di ricostruire nei particolari un'opera di cui fin allora si conoscevano solo frammenti senza ordine. Il testo, su cui lavoravo già da due anni, fu consegnato alla casa editrice nel maggio 1992.
Ma qui cominciano le disavventure che motivano questa mia lettera. Poco dopo la casa editrice passò in proprietà della Mondadori (cioè del gruppo Fininvest) e la pubblicazione dell'opera fu sospesa senza spiegazioni. Rassegnai immediatamente le mie dimissioni da curatore delle opere di Benjamin e, grazie anche al tuo personale intervento, mi fu assucurato che l'opera sarebbe stata rimessa in programma. Accettai così di curare ancora un altro volume delle opere, 'Ombre corte', che uscì nel 1994 e nel quale si annunciava l'uscita del libro su Baudelaire come volume XII delle opere. Ma da allora le cose non sono cambiate: la pubblicazione del libro veniva costantemente rinviata e a ogni mia lettera di protesta seguivano vaghe assicurazioni.
Si giunse così al 20 giugno di quest'anno, quando, in un'intervista uscita su "Repubblica", rispondendo a una domanda di Daria Galateria, resi pubblici i miei timori. Il consigliere delegato dell'Einaudi, raggiunto telefonicamente da un redattore di "Repubblica", dichiarò testualmente che l'opera sarebbe stata pubblicata il più presto possibile. Esattamente un mese dopo ricevevo invece una lettera dello stesso consigliere delegato in cui mi si chiedeva di tagliare e alterare...

1) continua
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#25   06 Dicembre 2006 - 02:14
 
intervista a" Literaturen", 2001:

Zunächst habe ich Jura studiert. Als junger Mann war ich in Rom hauptsächlich mit Schriftstellern zusammen wie Morante, Moravia, PPP. Ich habe sogar den Apostel Philippus gespielt in «Das erste Evangelium nach Matthäus». Der entscheidende Impuls für die Philosophie kam über die Seminare mit Heidi in der Provence im Sommer 1966 und 1968. Heidi reiste, um sich dort mit Char zu treffen. Ich war mit einem Schüler von Char befreundet, Dominique Fourcade, der mich zu diesem Seminar mit den beiden einlud. Natürlich sagte ich zu, las ich doch gerade selber Heidegger. Das Seminar war für mich eine wichtige Erfahrung, nicht nur aufgrund dessen, was ich dort lernte, sondern vor allem in der Begegnung mit Heidi persönlich. Die Umstände waren wunderbar: die Landschaft und das Licht der Provence und die Tatsache, dass wir mit Heidi bloß zu sechst in einem kleinen Gasthaus waren. Das Seminar wurde mal inmitten der freien Landschaft, mal unter Olivenbäumen des Gartens abgehalten. Dieser Eindruck war prägend für den jungen Mann, der gerade seinen Hochschulabschluss in Jura gemacht hatte. Benjamin ist für mich so wichtig wie Heidi oder noch wichtiger. Die beiden verhalten sich zueinander wie Gift und Gegengift. Mit Benjamin wurde ich von dem Heidi-Gift gerettet, und umgekehrt.

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#26   06 Dicembre 2006 - 04:00
 
Quella dei dentisti non l'ho capita. Se non ci fossero i dentisti nessuno comprerebbe libri, mi han detto che c'è un dentista abbonato a tutti i Meridiani. I dentisti sono ricchi, hanno molte pareti, perchè disprezzarli?
Ogni tanto c'è questo scatto d'orgoglio mandarino, in alcuni, che trovo davvero fuori posto. Chi compra i libri fino a prova contraria è un lettore, se poi è anche un cavadenti, che male c'è?
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lalucedialcor

#27   06 Dicembre 2006 - 08:54
 
LA VERSIONE DI HEIDI!!!

Bei der Ankunft im Hotel, wartete der junge Dichter Fourcade u. ein junger hochbegabter Italiener aus Rom auf der Terrasse – mit einer Flasche Champagner zur Begrüssung.

(lettera a Santipp del 5.10.'66)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#28   06 Dicembre 2006 - 09:34
 
Chiesto super partes: perché i dentisti in genere acquistano l'Agamben e gli odontotecnici il Ganni?

Nedo Vannini

P.S. e db, che da me sproloquia in dansk, non potrebbe qui sbilanciarsi in deutsch, e tradurre la letterina di H.?
utente anonimo

#29   06 Dicembre 2006 - 10:41
 
Toujours désireux de pouvoir observer Heidi au travail en séminaire, j’ai eu la joie de le voir accepter l’idée de venir en Provence. Ce furent les “Séminaires du Thor” – dont H, Arendt écrivit, dans une lettre envoyée à Heidi peu d’années après: « J’ai enfin pu lire le Séminaire du Thor. En voilà un, de document extraordinaire! À tous points de vue. Et pour moi, d’une importance toute particulière : cela m’a tellement rappelé le temps de Marbourg, et toi comme maître, à ceci près que c’est maintenant toi aujourd’hui, au cœur de ta pensée d’aujourd’hui.»

F. Féder 2003
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#30   06 Dicembre 2006 - 10:59
 
ltre alla tattica del silenzio NI si è servita di un altro genere di polemica, che nella sua diffusa, fatua e solenne loquacità costituisce, per così dire, il complemento attivo a quel passivo e malinconico tacere. NI tace dove si tratta di lotta di princìpi, di lotta per l'essenziale; ma ascolta di nascosto, osserva di lontano, spia l'occasione in cui db trascuri la propria aconciatura, faccia un faux pas nella danza, lasci cadere il fazzoletto, e allora s'impettisce virtuosamente, distoglie il viso, fa suonar alto, con imperturbagbile aplomb, il suo sdegno a lungo trattenuto e ben intenzionato, riempie l'aria con tutto il suo corruccio e grida alla Gran Rete: "Ecco, guardate, questo è il carattere, questi i sentimenti, questa la coerenza di db! Lì è l'inferno, notte, zolfo, fuoco, bollore, miasma, corruzione. Via, via, via! Ohi, Ohi!".

Carlo
utente anonimo

#31   06 Dicembre 2006 - 11:06
 
carlo chi sei?
Vogliamo smetterla?
se volete parlare di NI fatelo su NI, mi sembra più corretto.
E dottor Nedo non pensa che sarebbe meglio usare il suo nome, visto che come poeta io l'apprezzavo parecchio? Cerchi di non farsi contagiare dal suo amico e se proprio lo vuol fare per favore lo faccia su ubicue che qui lei aveva lasciato un buon ricordo
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#32   06 Dicembre 2006 - 11:42
 
Mi scuso a priori, ma non so dove ho ferito. Dicevo al signor Mozzi (che manco mi ha degnato di una risposta) che talvolta mi si crea un ponte con Holderlin, ma purtroppo mai (sinora almeno) con Heidegger. E pregavo perciò il mio paziente di misurarsi lui, stante che l'ha postato. Bene, ho visto qui sopra il francese, e a modo mio l'ho compreso. Chiederò una traduzione in privato al mio cliente la prossima seduta, e mi ritiro in ordine, tal quale son venuto.

Suo Nedo
utente anonimo

#33   06 Dicembre 2006 - 11:43
 
@nedo vanini,
ma non è vero, entrambe le categorie, visto che di denti si tratta, e a volte acuminati, hanno acquistato Agamben e adesso acquistano il Ganni, (che è il curatore editoriale, ma scusate, la conoscete la differenza? o fingete di non conosacerla?) e lo fanno perché sia PRIMA che DOPO acquistavano Benjamin.
E per distrarsi del lavoro sui denti si dilettano a sentirsi eccelsi discettando sui tre errori dell'edizione (mi pare che il recensore su Alias ne abbia trovati tre, quando uscì il vol IX, e se ne avesse trovati quattro avrebbe fatto salti di gioia.
Del resto su Ombre corte, curato da Agamben, ne ho trovato uno anch'io, il Calvino di cui si parla sia a pag. 20 che a pag. 23 viene dato nell'Indice dei nomi come Calvino, Italo.
Ora, mettere sulla graticola il curatore editoriale quando la curatela critica è di Tiedemann e fingere di non vedere quando la curatela è di Agamben è ridicolo, o no?
Ma in Ombre corte l'errore sarà stato senz'altro attribuito all'indicista, mentre per il vol IX la colpa di due sviste nella traduzione (fondamentali, eh) è bastata per dichiarare illeggibile l'opera. Mi viene da sorridere, e questa è buona cosa. Ciao a tutti)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lalucedialcor

#34   06 Dicembre 2006 - 11:45
 
refusi, mi scuso, son di fretta
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lalucedialcor

#35   06 Dicembre 2006 - 11:50
 
se vai a caccia di errori nelle edizioni moderne, non torni mai a mani vuote. E' parecchio che non mi diletto più in questo gioco, perchè ormai è come sparare sulla croce rossa, e raramente ne sono responsabili, direttamente, autori e curatori.
Non so se sia veramente avvenuta la morte della letteraura (prosa e poesia) e della critica, ma certo vecchi correttori di bozza in grado di vedere un errore senza neppure sfogliare le bozze non essitono più nelle case editrici, forse anche perchè eventuali errori non fanno perdere mai soldi e tu sai bene che l'unica cosa che conta è questa.
Io ad ogni modo non ho comprato benjamin einaudi nè con curatela agamben nè altro. Troppo caro, veramente troppo caro.
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#36   06 Dicembre 2006 - 16:08
 
Lettera aperta - Agamben (2)

in modo sostanziale il libro (di selezionarne delle parti dalle singole sezioni, in modo da ottenere un libro di portata più snella) altrimenti l'opera non sarebbe stata pubblicata perché poteva pregiudicare la riedizione del precedente volume benjaminiano su Parigi. Era come chiedere a un dantista che avesse ritrovato un manoscritto interamente nuovo della 'Commedia' di accorciarlo sostanzialmente per non pregiudicare le precedenti edizioni.
Di fronte al mio fermo rifiuto di manipolare il testo e di proseguire nella cura degli altri volumi fino a quando il libro già pronto non fosse stato pubblicato, mi veniva comunicato che la casa editrice aveva deciso di togliermi la curatela delle opere di Benjamin. Nel momento stesso, cioè, in cui la casa editrice si assumeva la non lieve responsabilità di impedire al pubblico italiani la lettura dell'opera inedita di uno dei massimi filosofi e scrittori del Novecento, essa si mostrava così priva di scrupoli da revocare, per questo, la cura delle opere di Benjamin a colui che l'aveva ideata e ne aveva predisposto il piano.
Caro Giulio, è passato davvero molto tempo da quel lontano 1981, ed è forse tempo per entrambi di prenderne atto, anche se capisco le ragioni che possono spingerti a cercare di difendere la continuità col passato. Per parte mia, è con dolore e rammarico che ti comunico che non avrò più nulla a che fare, né come autore né come collaboratore, con la casa editrice che porta ancora il tuo nome e che tanta importanza ha avuto nella storia della cultura italiana del Novecento, ma che non è oggi in verità che un fiore di carta all'occhiello di un impero finanziario che esercita un'azione nefasta e corruttrice sulla cultura e sulla società italiana.




CARO GIORGIO, CHE DISGUSTO...
di Giulio Einaudi

Caro Giorgio, le ragioni tecniche, che io condivido, in base alle quali pensiamo non sia giusto pubblicare il libro di Benjamin così come tu l'hai proposto verranno iullustrate ai lettori domani su queste pagine da Vittorio Bo. Qui lasciami esprimere tutto il mio disgusto per la pretestuosità dei tuoi accenni a Mondadori e Fininvest, come se c'entrassero qualcosa con le nostre decisioni editoriali.




La polemica su Benjamin / Replica l'amministratore dell'Einaudi

CARO AGAMBEN, SIAMO EDITORI NON PUOI SCAMBIARCI PER TIPOGRAFI
di Vittorio Bo

Il progetto 'Baudelaire' curato da Giorgio Agamben, di cui già si è parlato su 'la Repubblica', ricostruisce le varie fasi di gestazione del cosiddetto 'Baudelaire - Buch', lasciato frammentario da Benjamin al momento della morte. In realtà il libro su Baudelaire è una filiazione del più ampio progetto sui passaggi parigini edito da Einaudi nel 1986 con il titolo 'Parigi. La capitale del XIX secolo'. Le sezioni ancora inedite in Italia consistono nelle parti mancanti di 'Parco centrale', nonché nel saggio 'Il poeta nell'epoca dell'alto capitalismo', il cui radicale rifacimento sarebbe divenuto il saggio 'Su alcuni motivi della poesia di Baudelaire', già pubblicato nel 1962 da Einaudi. Inoltre i materiali ritrovati da Agamben presso la Biblioteca Nazionale di Parigi si inseriscono in questa ricostruzione del progetto: un insieme di indici ove Benjamin annotava nel tempo le diverse collocazioni del materiale.
Dunque, molto del libro su Baudelaire è inevitabilmente già presente nel libro su Parigi. L'interesse specifico del progetto Baudelaire è quello di riproporre nelle diverse varianti le fasi successive del lavoro. Ma, dato che il curatore ha inteso documentare tutte queste fasi, quasi tutti i frammenti benjaminiani ricorrerebbero più volte, creando un effetto di inevitabili ripetizioni e ridondanze di materiale già noto al lettore italiano. Di fronte a questa situazione abbiamo più volte richiesto ad Agamben di valutare l'opportunità di un volume organizzato diversamente e in cui il lettore potesse seguire meglio lo sviluppo del progetto benjaminiano. Come dice lo stesso Agamben nella lettera pubblicata ieri, il curatore si è rifiutato di accogliere questa nostra richiesta, ma ha preteso di bloccare la pubblicazione delle opere di Benjamin con un gesto che lascio ai lettori giudicare. E' in questo contesto che è maturata la decisione della casa editrice di proseguire nella pubblicazione delle opere complete di Benjamin, ivi compresi quindi tutti i testi inediti in Italia nel progetto su Baudelaire, rinunciando alla collaborazione di Giorgio Agamben.

2) continua
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#37   06 Dicembre 2006 - 16:19
 
dopo i dentisti ci mancavano i dantisti
utente anonimo

#38   06 Dicembre 2006 - 16:31
 
Penso di non aver detto nulla di male, io almeno la vedo così sul diverbio di NI con db. E con me le altre due ragazze del DAMS con cui stiamo progettando un miniblog (lo porteremo come saggio all'esame di Teoria della comunicazione). Lo giocheremo sull'ironia, che è il sistema più raffinato di comunicazione. E difatti il titolo sarà

LA VOCE DEL RENO
(che Reno è il nostro fiumiciattolo emiliano, e facciamo un po' i wagneriani, senza oro però, senza una svanzica).
Saluti
Carlo
utente anonimo

#39   06 Dicembre 2006 - 17:08
 
se si tratta veramente di ironia continua pure :-) e anzi tienimi informata sul blog che farete, credevo fosse la solita stupida polemica ossessiva che comincia sinceramente ad annoiare.
Ad ogni modo hai ragione non hai detto nulla di male in sè. Non era la qualità che mi ha fatto sbottare ma la quantità, ma se tu sei veramente carlo scusami ... hai tutto il diritto di dire quello che vuoi :-)
geo

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#40   06 Dicembre 2006 - 17:26
 
Daria Galateria! Pensa, geo, che forse trema. E' successo così. Quasi 20 anni fa ero infrancesizzato (tr. fr.: fiancé)a un punto tale, che tradussi per "Leggere" MYSTIFICATION di DeDì, ovviamente in prima italiana. Mesi fa non ti trovo in libreria un libretto taequale a cura della Gelateria! Bene, mi son detto, quel testicolo meriterebbe 10 tradd., non solo la mia. E così l'acquistai, e lo lessi pure, a casa. La trama la sapevo, lo stile reso bene, anzi per dio, 'sta Daria omonima, benissimo! Solo verso la fine sospettai, e infine capii da un passo arduo che la trad. era... la mia! Guarda che non ti riguarda, in microcaratteri, giusto nel colophon, ho trovato il nomencognomen meum. Allora ho parlato con l'avvocato della Statale, poi con mia cugina, e infine ho telefonato all'editrice. La quale m'ha chiesto un giorno di tempo, e l'indomani mi ha sussurrato: passa pure di qua a ritirare l'assegno. Be', ti dico cosa ho fatto (così impari a conoscermi meglio): niente*.

db

*finora, s'intende.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#41   06 Dicembre 2006 - 17:49
 
dario hai il tuo blog, perchè le tue memorie non te le scrivi lì?
Qui discuti pure di agamben se vuoi, ma per favore risparmiaci la tua autobiografia.
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#42   06 Dicembre 2006 - 18:19
 
Georgia, se l'intervista della Galateria ad Aga è taroccata come la curatela di Mysti, styamo a posto! Vedi che ero IT? come IT sarà quanto vado a dire:

1- il post è interessante, si presta a un approfondimento sine die
2- i post di georgiamada carpunt diem, e sfioriscono dans l'espace...

Dal che deduco che ci vuole un contenitore consono, mi guardo in giro e cerco, e trovo: SYPHON, modello di nuova concezione brevettato da db in dotazione per ora solo a Ubicue. E' lì dunque che si approfondirà/sprofonderà (nomenomen).

db

Oggi pomeriggio è passata in studio una collega che si era detta disposta a approfondire, a una semplice scorsa dei commenti. Purtroppo il server non funzionava, e non abbiamo potuto digitare a 4 mani. Ironia della sorte, era comparsa già in georgiamada, piuttosto in vista.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#43   06 Dicembre 2006 - 18:46
 
Ecco, una cosa così in rete non va: qui mi avete accolto e vi ringrazio, ma lo stesso commento è stato cestinato da Nazione Indiana. Questa non è ironia.

Carlo
utente anonimo

#44   06 Dicembre 2006 - 21:11
 
@ Carlo

Sei in grado di provare ciò che dici?

ans
utente anonimo

#45   06 Dicembre 2006 - 21:31
 
al #9 georgia (platealmente OT) ha affermato che "chiunque anche solo accenni a denunciare qualche blogger per reati di opinione...".
Mi sono informato, e nel codice penale gli art. sui reati d'opinione (per me aberranti) stanno a centinaia di km./art. (oltre 300) di distanza dalle minacce e dalla diffamazione. Anzi, la revisione del febbraio 2006, l. 45, sancisce all'art. 292 (Vilipendio o danneggiamento alla bandiera):

*Chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o IMBRATTA la bandiera nazionale è punito con la reclusione fino a due anni.*

A più riprese gb e georgia mi hanno imputato di "imbrattare NI", facendo implicito ricorso all'art. 292 sui reati d'opinione.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#46   06 Dicembre 2006 - 22:24
 
Dimostrare? Io ho incollato e clicckato, poi è comparso moderation, e infine è scomparso. E che l'abbiamo copiato da Marx, che se a scrivere ero io!

Carlo
utente anonimo

#47   06 Dicembre 2006 - 23:12
 
E da questo fatto (la comparsa della scritta "moderazione") tu deduci che ti hanno censurato?

Beh, prova a chiedere a Georgia, che in rete ha più esperienza di me e di te, quante volte succede, e non solo su NI, nell'arco di una giornata.

Un po' di cautela, forse, prima di fare certe affermazioni, non guasterebbe.

ans
utente anonimo

#48   06 Dicembre 2006 - 23:46
 
i filtri in cui si incappa sono tantissimi, ci siamo finiti tutti persino r.s. che db si era piccato fosse saviano :-)
Però scusa carlo se devi davvero mettere su il blog La voce del reno, perchè perdi tutto 'sto tempo a mettere lo stesso commento in ben 5 blog, ti sembra veramente un intelligente esercizio di ironia?
boh ...
Metti su il blog poi magari lo pubblicizzi nei vari blog, mi sembra molto più divertente e soprattutto intelligente
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#49   07 Dicembre 2006 - 00:22
 
Vittorio Bo (2)

Ribadisco l'intenzione della Casa editrice di pubblicare tutta l'opera di Benjamin, in pieno accordo con i curatori del lascito dell'Autore R. Tiedmann, S. Unseld e W. Boelich, secondo il piano concordato con l'editore Suhrkamp. Quindi, non si tratta di nessuna amputazione della complessa opera benjaminiana, che richiede quale condizione essenziale i modi e la oerenza editoriale.
L'esigenza editoriale più volte ribadita ad Agamben da parte della Casa editrice è quella di fornire una edizione corretta in termini filologici, coerente nella struttura editoriale e compatibile con il contratto con l'editore tedesco. Il nostro impegno, oggi, rimane in tal senso immutato. Il curatore deve fare la sua parte così come l'editore non può fare, almeno noi, il puro esecutore tipografico. Il prossimo volume dell'opera di Benjamin 'Il dramma barocco tedesco' e 'Strada a senso unico' verrà pubblicato nella primavera del prossimo anno (sic!!! nota di gdc), in una nuova traduzione e con frammenti inediti, mentre in autunno uscirà l'edizione filologicamente corretta del 'Baudelaire'.
E' molto triste questa Einaudi che vuole pubblicare i propri autori seguendo questi criteri editoriali? Il passato deve essere uno spettro per non andare avanti oppure un momento continuo e critico di confronto per fare bene il nostro lavoro? Devo dire la mia pena circa le farneticazioni su Mondadori, associandomi in questo a quanto già Giulio Einaudi ha dichiarato allo stesso Agamben? I lettori avranno tempo e modo di valutare il nostro lavoro sulla base di quanto faremo e non su proclami, minacce e inutili polemiche.


Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#50   07 Dicembre 2006 - 01:10
 
"aut aut", nn. 189 - 190 (maggio - agosto 1982): paesaggi benjaminiani, a cura di Giorgio Agamben, La Nuova Italia, pp. 272, L. 7.800
Fabrizio Desideri, Walter Benjamin, Il tempo e le forme, Editori Riuniti, pp. 357, L. 10.000
Lisa Fittko, La via dei Pirenei, Manifestolibri, pp. 284, L. 35.000
Ferruccio Masini, Gli schiavi di Efesto, l'avventura degli scrittori tedeschi del novecento, Editori Riuniti, pp. 370, L. 8.500 (nella stessa collana, sono usciti gli Atti di un Convegno su Benjamin tenutosi a Modena, che al momento non riesco a rintracciare...).
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#51   07 Dicembre 2006 - 08:12
 
AUT gdc cita quei titoli a contraltare di quelli da me citati di Tiedemann, e allora non c'è confronto

AUT gdc dà qualche segnalazione generica di cose italiane, e allora dà la stura al trollaggio, poiché di libri, saggi ecc. italiani su Benjamin ce n'è una caterva
utente anonimo

#52   07 Dicembre 2006 - 09:58
 
questo sopra sono io. stanotte ho collocato a Ubicue un syphon d'approfondissement sul rapporto Aga-Heidi a partire dal mitico incontro provenzale del '66. Esso è dunque complementare a questo post e all'ultimo, che ha a tema l'edizione agambeniana di Benjamin. Se lavoriamo in tanti, e bene, potrebbe essere un esempio di general intellect in rete. Come prima cosa dunque, georgia dovrebbe linkare Ubicue per consentire la velocizzazione degli scambi.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#53   07 Dicembre 2006 - 10:35
 
prima di tutto giorgio ci segnala i libri che ha sott'occhio, in casa, e non fa una bibliografia su benjamin cosa impossibile in un commento e forse anche inutile e dario è purtroppo sempre un po' meschino nei suoi giudizi.
Poi per lavorare insieme, come rete nella rete, e convincermi quindi a linkarti prima dovresti imparare a comportarti civilmente in rete.
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#54   07 Dicembre 2006 - 12:53
 
anch'io sno a casa, e in 10 minuti su Ubicue ho postato la bibliografia completa di Agamben, che tu ovviamente puoi copincollare da Ubicue a Georgiamada. S. Rete, labora pro nobis!

db
utente anonimo

#55   07 Dicembre 2006 - 15:24
 
Ans, io avevo detto che prima avevo visto la scritta Moderation e poi il mio commento era scomparso da NI. Infatti ho guardato ora, e non c'è. Quindi cosa devo dedurre?

Carlo
utente anonimo

#56   07 Dicembre 2006 - 16:45
 
che sei incappato in un filtro, e se non se ne accorgono il tuo commento è scomparso per sempre, però siccome lo hai postato in altri cinque blog non ti è stato fatto alcun torto, il troppo stroppia;-)
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#57   07 Dicembre 2006 - 19:49
 
Sì, ho esagerato, ma mi piaceva troppo il testo. Marx ora lo trattano come un cane morto, ma sapeva abbaiare e come!

Carlo
utente anonimo

#58   07 Dicembre 2006 - 23:57
 
@georgia

Grazie dei link:–)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lalucedialcor

#59   08 Dicembre 2006 - 00:11
 
UN'IDEA DI GIORGIO AGAMBEN
a cura di Adriano Sofri
"Reporter", sabato 9/domenica 10 novembre 1985, pp. 32 - 33

Colloquio con un filosofo filopoeta, contento dell'uscita di un suo nuovo libro, "Idea della Prosa".


Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Filoloo erudito, non è però venuto a capo del problema dell'origine del suo cognome. Forse l'Armenia, gli ha suggerito una volta Gianfranco Contini. Da ragazzo andava al cinema spesso, anch due volte al giorno. Suo padre era proprietario di sale cinematografiche, sua madre era chimica. In casa c'erano libri, anche qualcuno di filosofia. Al momento dell'università, aveva già predilezioni letterarie e filosofiche spiccate, cosicché si iscrisse a legge, di cui non gli importava nulla. Ottenne almeno di fare la tesi su Simone Weil e la nozione di persona. Aveva letto con profitto il saggio di Mauss sulla persona e la maschera, un piccolo modello di storia delle categorie fodamentali della cultura occidentale. Ma sono ancora prodromi. L'incontro vero con la filosofia avviene nel '66, a Le Thor, in Provenza. Là vicino viveva René Char e Heidegger quell'estate aveva deciso di andarlo a incontrare. E, per non starsene con le mani in mano, tenne un seminario di un mese nell'albergo del paesino. Agamben era stato avvisato da un allievo di Char, suo amico. Così si unì agli altri partecipanti, cinque in tutto. Aveva ventiquattro anni e qualche buona lettura e il seminario era su Eraclito. Ma più ancora di quello che vi fu detto, Agamben fece tesoro dell'incontro con chi lo diceva e col paesaggio della Provenza.
"Ci sono tornato quest'anno, sapendo che avrei visto un paese reso irriconoscibile dal turismo, e invece ho ritrovato lo stesso albergo, ma completamente abbandonato, invaso dall'erba e con le finestre spalancate, come se fosse rimasto per vent'anni ad aspettarmi. Nel 1968 ci fu, nello stesso posto, un seminario su Hegel. Questa volta eravamo una decina, fra poeti e filosofi. Si faceva vita comune, il seminario all'aperto la mattina, i pasti insieme e lunghe passeggiate in cmpagna. Il seminario era assolutamente privo di ogni formalità e si fondava sull'attenta lettura dei testi. Heidegger ricordava all'inizio che in un seminario non può esserci altra autorità che la cosa stessa. A volte la lentezza del lavoro seminariale mi spazientiva, e cercavo di rifarmi durante i pasti in comune interrogando Heidegger su tutto quel che mi stava a cuore. Fra i partecipanti c'era anche Jean Beaufret, il destinatario della Lettera sull'umanesimo, un conversatore infaticabile, che Heidegger presentava come "un filosofo francese che non ha la nozione del tempo". A volte ci spostavamo nella casa di Char a L'isle-sur-Sorgue, dove una volta discutemmo a lungo su una frase di Rimbaud che affascinava Heidegger come un enigma: 'la poésie ne rythmera plus l'acion, elle sera en avance'."


Hai avuto dei maestri, dei grandi vecchi amati?

"E' strano che tu me lo chieda, perché ci pensavo proprio in questi giorni, dopo il ritorno a Le Thor. Heidegger, certo. Ma altrettanto decisivo fu a partire dal 1967 e fino alla sua morte due anni fa, l'incontro con José Bergamin e la Spagna. Certo erano entrambi molto più nziani di me, ma, in particolare nel caso di Bergamin, io li ho sentiti soprattutto come esempi e come amici. Solo dopo la morte ho cominciato a sentirli come maestri. Quello con i morti è un rapporto molto difficile, su cui Kierkegaard ha scritto pagine bellissime. I morti sono insieme gli esseri più impotenti e più potenti, più indifferenti e più amabili. In questo senso, anche quello con Benjamin è stato per me un incontro decisivo, anche se avvenuto soltanto sui libri."


Cara Georgia, dimmi se desideri leggere il resto dell'intervista, prima della mia partenza, per la Provenza, mercoledì prossimo... Ciao.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#60   08 Dicembre 2006 - 00:31
 
Io voto per Agamben. Senza se e senza ma.

ans
utente anonimo

#61   08 Dicembre 2006 - 11:57
 
ciao, ans :-))))
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente LaGiardiniera

#62   08 Dicembre 2006 - 12:16
 
io mi pensavo che a dettare i ritmi del thread fosse la cosa stessa, che nella fattispecie è:

gli inediti di Benjamin sono un blocco organico (Agamben) o la lista della spesa (Bo)?

Io francamente non lo so, e avrei preferito aspettare. Ma siccome questo thread svanirà a breve nel nulla, voto Benjamin senza se e senza ma.

db
utente anonimo

#63   08 Dicembre 2006 - 12:36
 
Anch'io voto Benjamin senza se e senza ma.
Non per ostilità ad Agamben, sia chiaro, ma per ragioni evidenti.

E forse anche perché ultimamente ho qualche prurito sull'eccessiva vicinanza tra pensiero poetico e filosofico. Un "filosofo filopoeta" che vuol dire?
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente lalucedialcor

#64   08 Dicembre 2006 - 13:15
 
caro giorgio certo che mi piacerebbe leggere il seguito, ma se hai fretta lo puoi fare con calma anche dopo il viaggio in Provenza.
Mi è piaciuta la descrizione dell'albergo (dove heidegger parlava di Eraclito) invaso dall'erba e con le finestre spalancate dove passa il vento, in attesa di ... chissà cosa.
Io trovo Agamben molto intelligente e soprattutto mai banale (cosa molto rara oggi) qualsiasi cosa scriva a me interessa. Sembra quasi che chi abbia incontrato e ascoltato anche solo una lezione di Heidegger abbia poi avuto qualcosa in più per ... capire. Capisco che per Agamben quell'ncontro sia così importante.
Sto leggendo in questi giorni la splendida (ma ancora splendida) Arendt. penso che prima o poi mi metterò alla tastiera e vi copierò (piano piano però) la seconda parte dell'intervista di Gaus, è un piccolo compendio non solo di intelligenza, ma di autentica apertura mentale che oggi col cavolo esiste.
Oggi siamo tutti dei rami stitici e costipati, timorosi di dire e di non dire, e che crediamo di essere tanto furbi, evoluti e intelligenti e forse non siamo ma stati così scemi, meschini e incapaci di vedere al di là della soglia di casa.
Leggevo tempo fa sui giornali una pietosa polemica di Reale che accusava i comunisti (occhio che oggi i comunsti sono quasi tutti gli italiani non fascisti) di aver impedito la circolazione dei presocratici e ... meno male che esiste lui che oggi... bleah ... come se i presocratici li avvesse scoperti lui oggi :-)))
Come se non fosse mai esistita la splendida edizione di Colli nell'adelphi? Infatti è incredibile ma vero ma Reale non nomina mai Colli.
Uno di questi giorni vi ritrovo la polemica e vi posto i link agli articoli.
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#65   08 Dicembre 2006 - 18:51
 
bisognerà dunque attendere che Agamben pubblichi il malloppo da Neri Pozza, o qualcuno sa già qualcosa? That's the problemin!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#66   08 Dicembre 2006 - 21:40
 
Se non fossi passato di qui, mi sarei perso il più gradito dei saluti e dei sorrisi. Ricambio tutto. Al quadrato.

Ciao, Simona.

ans
utente anonimo

#67   09 Dicembre 2006 - 19:46
 
Grazie a Dante, generoso e bravissimo, in 24 ore mi ha rimesso a nuovo il pc, e gratuitamente. Debbo scrivere la relazione da leggere giovedì in Provenza. Non appena mi sarà possibile copierò l'intervista Sofri/Agamben.
utente anonimo

#68   10 Dicembre 2006 - 00:23
 
relazione da leggere in provenza?
su anna maria ortese?
Cavolo che bello, tienici informati!
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#69   10 Dicembre 2006 - 13:04
 
Elio Pecora deve sapere tutto di Agamben in Provenza nel 66, perché era amicissimo di Wilcock.
utente anonimo

#70   10 Dicembre 2006 - 13:09
 
allora rubagli tutte le informazioni e poi raccontacele, noi terremo le nostre e-orecchie ben aperte :-)
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#71   11 Dicembre 2006 - 02:11
 
Insomma, il nostro inserto della Voce del Reno è stato un flop. Avevamo preso a man bassa dalla Gazzetta Renana, il primo foglio comunista dell'Emilia (Langhirano, novembre 1842 ) ma non c'è più rispetto.
Carlo
utente anonimo

#72   11 Dicembre 2006 - 14:27
 
oggi la Lipperini lamentava che non può commentare sul SUO blog perché il filtro antispam non la riconosce. Tanto per capire come butta in rete. Senza dietrologie.

Benjamin comunque. Uber alles. Vorrei, tra l'altro che si tornasse anche a parlare di Luciano Parinetto che su Heidegger disse cose "definitive". Spero di trovare il tempo (che manca SEMPRE).

G.B.
utente anonimo

#73   29 Dicembre 2006 - 23:41
 
UN'IDEA DI GIORGIO AGAMBEN
a cura di Adriano Sofri

- 2 -

Quando hai fatto la conoscenza di Benjamin?

"Lo lessi la prima volta negli anni sessanta nell'edizione italiana di Angelus Novus, curata da Renato Solmi. Mi fece subito un'impressione fortissima: per nessun altro autore ho provato un'affinità così inquietante.

(nota di gdc: a costo di scandalizzare amici e conoscenti, lo rivelo pubblicamente: Walter Benjamin è il mio autore preferito.)

Mi capitava quel che Benjamin racconta del proprio incontro col 'Paysan de Paris' di Aragon, che dopo un istante doveva richiudere il libro per il batticuore. Qualche anno fa a Roma andai a trovare un uomo, Herbert Blumenthal, che era stato in giovinezza intimo amico di Benjamin, negli anni in cui questi era il 'leader' del Movimento della gioventù berlinese. Puoi immaginare la mia sorpresa quando Blumenthal, appena cominciammo a parlare, manifestò un rancore incontrollabile per l'amico morto da quasi 40 anni, dicendo che aveva sbagliato tutto, che non aveva voluto seguire i consigli degli amici, che era pienamente responsabile della propria tragica fine. Non mi ci volle molto per sentire bruciare dietro quelle accuse la ferita di un amore straordinario. Blumenthal aveva conservato per 60 anni tutte le lettere di Benjamin, e anche due manoscritti dell'unica stesura esistente. Attraverso di lui, sentivo Benjamin vivo e vicino come se l'avessi davanti ai miei occhi. In seguito ho conosciuto tanti altri che gli erano stati amici, Gershom Scholem,
(nota di gdc: Scholem, amico o nemico di Benjamin? Non lo so!)

Gisele Freund, Pierre Klossowski, Jean Seltz, ma nessuno mi ha restituito l'impressione che ricevetti da Blumenthal."

Tu non sei mai diventato accademico, e forse non lo diventerai neanche ora, coi concorsi che tirano. Che cosa hai fatto negli anni dopo la laurea?

"Nel 1965 andai una prima volta a Parigi, con una borsa di studio. Vi tornai nel '70 per tre anni come lettore di italiano. Poi passai a Londra, forse inseguendo l'ideale nietzschiano del "buon europeo". Italo Calvino mi aveva presentato Frances Yates, che mi introdusse al Warburg Institute e alla sua meravigliosa biblioteca, dove trascorsi un anno di indimenticabile e accanita ricerca filologica. La biblioteca di Warburg era ordinata secondo quella che egli chiamava la "legge del buon vicino", per cui chi andava a prendere un libro scopriva che il libro che veramente gli interessava era quello accanto, e così praticamente senza fine, finché non si fosse percorsa tutta la biblioteca. Allora, nel '74, la voga di Warburg in Italia non era ancora iniziata: quando mi misi a scrivere su di lui, mi accorsi che non c'era altro che il vecchio e bel saggio di Pasquali e un articolo di Carlo Ginzburg sui direttori dell'Istituto. Quando nel '75 tornai in Italia, l'Università era diventata una corporazione chiusa, che non aveva molto a che fare con la cultura. Concorsi a un incarico, ma mi spiegarono che doveva essere assegnato a una signora del partito comunista. Da allora le cose non sono cambiate."

E nel '68?

"Col '68 non sono stato del tutto a mio agio. In quegli anni io leggevo Hannah Harendt, che i miei amici della sinistra consideravano un autore reazionario, di cui non si poteva assolutamente parlare..."

2) continua
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#74   01 Gennaio 2007 - 12:28
 
big gdc!

da Reporter di Martelli (per cui scrivevo anch'io, recensioni=pagnotta, tipo una sui 3 re magi) con permesso, trasferisco a pezzi sotto AGAMBEN di Ubicue
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente 1o0o100000

#75   11 Gennaio 2007 - 16:16
 
UN'IDEA DI GIORGIO AGAMBEN (3)


Un mio saggio sui limiti della violenza, che faceva i conti col pensiero della Arendt, fu rifiutato da una rivista del movimento e dovette uscire su una rivista letteraria. Non ti nascondo che ora, di fronte a celebrazioni e convegni sulla Arendt, provo un certo fastidio, e non per la gelosia di chi si vede sottratto un autore riservato, ma per un senso di ritardo irreparabile, di appuntamento storico mancato. Può succedere in momenti di accelerazione e di rivoluzione, che un libro letto da pochi arrivi per corto circuito ai molti e faccia da detonatore storico. Può non succedere, com'è avvenuto nel '68 per la Arendt. Ma questa inerzia storica, per cui le ideee si diffondono solo quando è passata l'occasione del loro uso reale e non meramente accademico, è una delle esperienze più umilianti che la storia ci riservi".


- Parliamo ora del tuo ultimo libro, 'Idea della prosa'. Da che cosa ti viene la preferenza per una scrittura aforistica?


"Per me la riflessione sulla forma del pensiero è stata sempre centrale e non ho mai creduto che un pensiero responsabile potesse eludere questo problema, come se pensare significasse semplicemente esprimere opinioni più o meno giuste su un certo argomento. Proprio questa centralità della forma fonda la vicinanza di poesia e filosofia. Ho sempre pensato che quel che Nietzsche dice per l'arte, e cioè che non si è artisti se non a patto che ciò che i non artisti chiamano forma diventi l'unico contenuto, fosse altrettanto vero per il pensiero. In quest'ultimo libro, decisivo è appunto il problema della "presa" del pensiero . Per questo ho cercato di resuscitare le risorse di quello che Jolles chiama "forme semplici": l'apologo, l'aforisma, il racconto breve, l'enigma, la favola. Si tratta di forme che non si propongono tanto di esporre teorie più o meno convincenti, quanto di far compiere un'esperienza, di trar fuori dall'inganno, di risvegliare. Per questo mi affascinano i dossografi, i raccoglitori di aneddoti e di fatterelli apparentemente insignificanti, che rimasticano la memoria socialr fino a ridurla a un cristallo di pura trasmissibilità, in cui è venuta meno ogni distinzione fra cosa da trasmettere e atto della trasmissione. Questi cristalli sono le mattonelle sconnesse nell'impiantito della memoria sociale inciampando nelle quali può accadere allo storico di veder vacillare le proprie categorie temporali. Inoltre mi stava a cuore il problema della brevità, della brachilogia come forma filosofica, quella brevità che Benjamin raccomanda per antifrasi nei suoi "principi per scrivere mattoni". E anche Platone, nella Settima lettera, un testo su cui lavoro da tempo, dice che nella filosofia è in questione qualcosa di misura così breve, che non puoi in nessun caso dimenticarlo".


- Per questo nel libro ti sei proposto di rinunciare alle note?


"Proprio perchè la poesia, come la filosofia, è essenzialmente un'esperienza di linguaggio, ...


3) continua
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#76   12 Maggio 2007 - 00:53
 
UN'IDEA DI GIORGIO AGAMBEN
a cura di Adriano Sofri
"Reporter - Fine Secolo", 9/10 Novembre 1985, pp. 32-33


(4)

- Per questo nel libro ti sei proposto di rinunciare alle note?

"Proprio perché la poesia, come la filosofia, è essenzialmente un'esperienza di linguaggio, anzi un'esperienza 'del' linguaggio come tale, di ciò che è in questione nell'uomo per il fatto stesso di parlare, il luogo in cui si situa il soggetto che parla dev'essere estremamente chiaro. Le note, le virgolette, il rinvio bibliografico, il "si veda", rimandano a un soggetto del sapere arroccato come un ventriloquo dietro il soggetto parlante, come se fosse possibile parlare da due luoghi nello stesso tempo. Per questo la prosa accademica corrente è così spesso infelice, divisa com'è fra un'autentica esperienza della parola, che non può avere nulla da dire prima di misurarsi con la parola, e l'arroccamento in una posizione di sapere. E per questo la poesia non ha note (anche se da Montale in poi essa è arrivata a un uso particolare delle note a fine volume, in un senso del tutto diverso".

- Qual'è stato il tuo primo libro?

" 'L'uomo senza contenuto', uscito nel '70 da Rizzoli. L'esigenza di una diversa esperienza dell'arte, al di fuori della sfera tradizionale dell'estetica, era un po' il filo d'Arianna del libro, che ricostruiva la scissione fra artisti e spettatori e le vicende dell'opera d'arte nel mondo moderno dalla sua secolarizzazione fino al suo autoannientamento. Ma al centro del libro stava una lettura incrociata di Heidegger, di Marx e della Arendt alla ricerca di un nuovo statuto del "fare" e della produzione umana, il cui senso, dopo la sua determinazione moderna come "lavoro", si è completamente trasformato, anche se manchiamo di categorie adeguate per pensarlo. In questo senso il libro conteneva già tutti i motivi del libro successivo. In un certo senso i miei libri sono in verità un unico libro, che, a sua volta, è solo una specie di prologo a un libro mai scritto e inscrivibile. Proprio in questi giorni le ultime copie dell' 'Uomo senza contenuto' stanno andando al macero. Comunque è anche grazie a questo libro che feci a Parigi la conoscenza di Italo Calvino, che l'aveva letto".

- Il secondo libro?

"E' uscito nel 1977 da Einaudi, col titolo 'Stanze, la parola e il fantasma nella cultura occidentale'. Era il frutto di un immenso lavoro di ricerca nelle biblioteche di Parigi, di Londra, di Roma, su testi di ogni specie, dai padri della chiesa al catalogo dell'Esposizione universale di Londra. Gran fatica, ma anche gran divertimento. E' in quegli anni che sono andato più vicino a una pratica filologica in senso stretto, ma è anche in quel periodo che cominciai a misurarne i limiti. C'è, in ogni lavoro filologico originale, un elemento magico (Benjamin ne parla in un carteggio con Adorno). Come ogni autentico filologo sa, la loro compenetrazione è tale che sistinguerli diventa a un cero punto impossibile. E questa compenetrazione è il fascino della ricerca, ma anche il rischio che essa contiene. Per questo il filologo che sia andato veramente al fondo della sua pratica ha bisogno della filosofia, deve a un certo punto (l'esperienza di Nietzsche lo insegna) diventare filosofo".

- Riprendiamo la storia della tua carriera. Hai lavorato da Einaudi.

"Sì, per qualche tempo, come consulente. Con Calvino e Claudio Rugafiori mettemmo insiema anche il progetto per una rivista, che ho pubblicato in appendice al mio terzo libro, 'Infanzia e storia'. Era un tentativo di individuare alcune categorie portanti della cultura italiana, per esempio 'Architettura-vaghezza', oppure 'tragedia-commedia', o 'filologia-diritto'. Il libro successivo, 'Il linguaggio e la morte', uscito da Einaudi nel 1982, era la rielaborazione di un seminario sul luogo della negatività, tenuto con alcuni giovani napoletani laureati in filosofia, tra il 1979 e il 1980. Si partiva dalla definizione dell'uomo come dotato della facoltà di parlare, e di morire. Ci incontravamo a Roma, a Siena, a Capri. Senza lo schermo dell'università, il rapporto di studio comune è meno ambiguamente accademico, più apertamente di amicizia".

- Torniamo a Benjamin. Tu ne curi le opere per Einaudi.

"Ne sono usciti 3 volumi, nella collana 'Letteratura', in ordine cronologico; ora sta uscendo il quarto, che cronologicamente è l'undicesimo, che comprende l'opera postuma, un immenso corpo di frammenti. Poiché si sa che i 'Passagen' erano composti come un 'montaggio', si è equivocato, prendendo il materiale accumulato della Forschungweise, la ricerca, come quello della Darstellungweise, la stesura, l'esposizione. E' molto probabile che il manoscritto maggiore sia andato perduto durante la fuga attraverso i Pirenei. Nell'edizione tedesca, che noi abbiamo almeno in parte dovuto seguire, non si sono distinti i frammenti riguardanti l'opera su Baudelaire".

- Tu hai trovato manoscritti importanti di Benjamin a Parigi. Com'è andata?


5) CONTINUA
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#77   12 Maggio 2007 - 00:59
 
Naturalmente, intendevo, 4) CONTINUA

Manca poco alla fine dell'interessante (e poco nota) intervista al grande Agamben. Georgia, mi piacerebbe averla, se non ti secca, anche nelle mie pagine. Sarebbe un onore, per me, ospitare la sintesi (parziale) di una "vita" così affascinante. Grazie.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#78   12 Maggio 2007 - 23:37
 
Agamben / Sofri

(5)


"Cercavo tracce di Benjamin nella corrispondenza con Bataille, e mi imbattei in una lettera di Bataille a un amico, conservatore alla Biblioteca Nazionale, che lo pregava di recuperare una busta con manoscritti di Benjamin lasciata in deposito durante la guerra. Manoscritti depositati da Bataille erano stati ritirati e consegnati ad Adorno già molto prima della data di quella lettera, che dunque doveva riguardare altri. Chiesi, ma nessuno, neanche il destinatario, ormai pensionato, seppe dirmi niente; solo dopo un mese di ricerche vennero fuori fue grosse buste rimaste in deposito privato della moglie di Bataille, dopo la sua morte. Puoi immaginare con che emozione aprii quegli involucri. C'erano alcuni sonetti scritti dopo la morte dell'amico di gioventù e poeta Heinle; e poi una gran mole di testi degli anni Trenta. Ne feci una catalogazione provvisoria: tuttavia la prima pubblicazione spettava, e spetta ancora, per ragioni di diritti, alla Suhrkamp. Non è mancata, nella vicenda della pubblicazione di Benjamin, qualche superflua gelosia nazionale e professorale. Sempre a Parigi, ma in diversa circostanza, ho trovato anche il dattiloscritto originale delle Tesi sulla filosofia della storia".

- Qual'è stata la tua formazione classica di filologo?

"Nessuna, accademicamente. Per il latino e il greco, c'è stato un ottimo liceo, e una ripresa più tarda da autodidatta. Ho seguito più organicamente studi di linguistica generale. Benveniste, Meillet".

- Abbiamo abbozzato una biografia decisamente cartacea. Qualche fatto nella tua vita ci dev'esser stato. Per restare discretamente a quelli pubblici, hai nel tuo carnet una partecipazione al 'Vangelo' di Pasolini.

"Sì, ero l'apostolo Filippo. Avevo conosciuto Pasolini attraverso Elsa Morante...


5) CONTINUA
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#79   14 Maggio 2007 - 00:09
 
grazie giorgio per aver continuato a copiare l'intervista (il mio post sulla recensione di toni negri è servita a riportarti nel vecchio post :-).
Appena avrai finito la riporto anche nel tuo.
Approfitto per ricordare a tutti che il blog di giorgio dedicato a Anna Maria Ortese è uno dei più belli della rete e vi invito a visitarlo più spesso, ci sono veramente dei tesori che giorgio copia a mano perchè non esistono in rete
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#80   14 Maggio 2007 - 01:34
 
Lavorare nel film non mi piacque molto. Non ero del tutto convinto di quel Vangelo, della figura del Cristo. E poi quei tempi morti, le attese di ore che sono proprie del cinema, e di quello in particolare, abbastanza disorganizzato".

- E' la seconda volta che parli di un'insofferenza alla lentezza. Eppure non hai l'aria di una persona dai ritmi fulminei...

"Già, del resto il mio motto prediletto è il 'Festina lente', pazienza e impazienza insieme. Di qui l'immagine nel controfrontespizio del mio ultimo libro. Anche nel film, poi, Cristo risultava velocissimo".


- Tu sei persuaso dell'eccezionalità dell'uomo come animale parlante.


"Sì, però solo in un certo senso. Il linguaggio umano, rispetto a quello degli altri animali, non è interamente iscritto nel codice genetico ed è invece legato a una tradizione esosomatica. Il linguaggio avviene all'infante dall'esterno, storicamente, e se egli non è esposto al linguaggio entro una certa età perde per sempre la possibilità di parlare. Ma per questo il linguaggio anticipa anche sempre il parlante, lo priva per così dire della sua voce (il linguaggio umano non è mai voce, come quello animale) e può diventare la sua prigione in una misura sconosciuta alle specie animali. Ma è anche la sua unica possibilità di libertà. Per riprendere l'immagine di Wittgenstein, l'uomo sta nel linguaggio come una mosca intrappolata nella bottiglia: quel che egli non può vedere è proprio ciò attraverso cui vede il mondo. Tuttavia la filosofia consiste appunto nel tentativo di aiutare la mosca a uscire dalla bottiglia.o almeno, a prenderne coscienza".

- C'è un rapporto fra questa ricerca sul linguaggio e la politica?

"Un rapporto fortissimo: il linguaggio è il comune che lega gli uomini. Se questo comune è concepito come un presupposto, diventa qualcosa di irreale e di inattingibile, di cui il singolo non può mai venire a capo, che lo si concepisca come nazione, come lingua o come razza. Qualcosa, cioè, che è gia 'stato' e, come tale, può solo esistere nella forma di uno Stato. L'unica esperienza politica autentica sarebbe invece quella di una comunità senza presupposti, che non può mai decadere in uno stato. Non è facile pensarla, ma si può pensare, per certi aspetti, alla comunità cristiana primitica, che solo dopo circa due secoli, quando si rese conto del ritardo ormai irremediabile della 'parousia', creò il canone neotestamentario come un "deposito" da trasmettere. Le tradizioni funzionano sempre come presupposizione di ciò che viene tramandato. Veramente umano e fecondo sarebbe invece venire a capo di questo presupposto".


UN'IDEA DI GIORGIO AGAMBEN
a cura di Adriano Sofri
Colloquio con un filosofo filopoeta, contento dell'uscita di un suo nuovo libro, "Idea della prosa".


("Reporter - "Fine secolo", sabato 9/domenica 10 novembre 1985, pp. 32-33)

a pag. 32, sotto il titolo, una bella foto: Martin Heidegger, Giorgio Agamben e Ginevra Bompiani a Le Thor, in Provenza, nel 1968.

- FINE -



MATERIALISMO, PER BENJAMIN, E' COMPIERE IL PASSATO, SEPARARSENE, ESAURIRLO. PER LA FELICITA'. INTERVISTA A GIORGIO AGAMBEN
di Maurizio Ciampa
("Il Manifesto", s.d. ma è maggio dell'anno in cui rapirono, a Napoli, Ciro Cirillo (DC) )

Da mercoledì 27 a venerdì 29 maggio il Goethe Institut di Roma, in collaborazione con il centro culturale 'L'indiscreto' e il Centre culturel francais, si svolgerà un seminario di studi su Walter Benjamin in occasione dell'edizione italiana (azzardo, l'anno è il 1982!!! gdc) delle opere complete presso Einaudi. Al seminario prenderanno parte Giorgio Agamben, Beda Alleman, Remo Bodei, Massimo Cacciari, Jacques Derrida, Rolf Tiedemann.
Sul significato del pensiero di Benjamin abbiamo intervistato Giorgio Agamben, che è il curatore delle opere del filosofo tedesco.




LA VERITA' NON E' TRA VIRGOLETTE
INTERVISTA A GIORGIO AGAMBEN, AUTORE DI "IDEA DELLA PROSA", TRENTA PEZZI SULLA FORMA DEL PENSIERO
di Doriano Fasoli
("Il Manifesto", 1985, s.d.)



NON PIU' CITTADINI, MA SOLO NUDA VITA. UN'INTERVISTA AL FILOSOFO GIORGIO AGAMBEN SUI "CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA"
NEI CAMPI DEI SENZA NOME
(Beppe Caccia, "Il Manifesto", 3 novembre 1998, pp. 21-22)


INTERVISTA A GIORGIO AGAMBEN
SAN PAOLO
UNA LETTERA ALLA MODERNITA'
(Antonio Gnoli, "La Repubblica", 14 giugno 2000)

Georgia, è inquietante la tua breve assenza: sei stata al "family gay" o "day", non ricordo bene come si dice? Intanto ieri hanno arrestato l'ennesimo sacerdote che violentava bambine e bambini...
Se lo desideri copierò queste altre interviste al grande Agamben. Ti assicuro: sono stimolanti e ricche di spunti, sollecitazioni, rimandi. Allargano la mente e danno sapore alla vita.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gdc

#81   14 Maggio 2007 - 02:24
 
al family day io???!!!!!????
ma che sei impazzato?
ah ah ah ah ah

M.A C.O.M.E T.I V.I.E.N.E I.N M.E.N.T.E una idea così peregrina e offensiva?????????
se solo immaginavo che ti veniva questo terribile dubbio rinunciavo anche ad un piacevole week end e non mi schiodavo dal pc ;-).
Per la verità io non sono anticlericale ma non lo sono solo perchè sono esistiti preti come don milani come padre balducci ecc. (Liberazione ha pubblicato il 12 un articolo di Ernesto Balducci interessante del 1974 proprio sulla famiglia leggi
QUI e QUI)
Guarda la vignetta di Apicella e quelle Mauro Biani
Dormi bene e ... non avere incubi ;-
geo
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

#82   15 Maggio 2007 - 04:20
 
Giorgio Agamben intervistato da Adriano Sofri Ma per questo il linguaggio anticipa anche sempre il parlante, lo priva per così dire della sua voce (il linguaggio umano non è mai voce, come quello animale) e può diventare la sua

More about this at http://georg
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente georgiamada

Commenti