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Gianni Celati
e Alice

Gianni Celati 2005
Su nazioneindiana oggi Franco Arminio propone Gianni Celati fra gli scrittori italiani per il Nobel.
Lo dice sull'onda del piacere che ha provato leggendo un suo ultimo libro. Arminio tace sul titolodel libro, ma un nick, Humpty Dumpty, lo rivela.
Approfitto di questo fatto per ricordare gli ultimissimi libri di Gianni Celati e postare alcune recensioni al libro taciuto da Arminio (georgia).
- Gianni Celati, Vite di pascolanti, edito da Nottetempo, 2006, che ha vinto il Premio Viareggio.
- Gianni Celati e Daniele Benati (a cura) Con un saggio di Gianni Celati, Storie di solitari americani, Rizzoli, 2006. Una genealogia di grandi solitari. Un ritratto inatteso della solitudine moderna. Su Alias del 22 luglio 2006, p. 22, potete leggere la recensione di Viola Papetti, Solitario e moderno: una genealogia di Celati.
Gianni, Celati, Alice disambientata, Le lettere, con postfazione di Andrea Cortellessa.
Recensito da
- Marco Belpuliti, 1977, Alice in cantina battezza il riflusso, La stampa, 20 febbraio 2007.
- Enrico Palandri, Con Alice correvamo tutti dietro il coniglio bianco, "L'Unità", 27 febbraio 2007 postato da Daniele greco in Postoristoro.
- Paolo Di Stefano, Alice nel ' 77. L' allegria e il carnevalesco in aula contro la finta serietà rivoluzionaria, Il Corriere della sera, 17 febbraio 2007.
Aggiornamento: (12 marzo ore 1,02)
Enrico De Vivo, Alice nel mondo attuale del libero scambio di libere opinioni, in Zibaldoni e altre meraviglie, 11 marzo 2007.
Postfazione di Andrea Cortellessa
Bologna, primavera 1977. Alice è l’emblema del Movimento. Nella città che ne è l’epicentro, l’Alma Mater Studiorum è occupata. Al DAMS c’è un professore stravagante, che scrive saggi geniali e non si stanca mai di raccontar storie. Così il suo seminario su Lewis Carroll si trasforma in un collettivo politico, una scuola di scrittura creativa, un cineclub, un concerto rock, un set psicanalitico. Soprattutto un posto dove «farsi delle storie». Un’inedita identità collettiva è il referente e insieme l’artefice di Alice disambientata perché, com’è detto nelle prime righe, ormai è dappertutto. Come l’Araba Fenice, è senza luogo e senza dimensione: cade, precipita, scivola nel non-luogo del linguaggio, così rimpicciolendo e ingrandendo a volontà. Il suo, dicono gli studenti e scrupoloso annota il prof, è «un modo per non farsi catturare».
Esplosione terminale della forma-saggio, de-scrittura anticorale e rizomatica, libro-nonlibro, Alice disambientata – che l’anno dopo pubblica L’Erba Voglio di Elvio Fachinelli – nell’accidentata e affascinante parabola di Gianni Celati rappresenta una specie di buco nero. Una “parte maledetta” che ora l’autore riscrive da cima a fondo. Demistificato tutto ciò che si poteva umanamente demistificare, i ragazzi concludono che «con le parole è possibile giocare in infiniti modi, e questo è uno. È possibile anche smettere di giocare». Siamo nel maggio del ’77. Alice esce contemporaneamente al libro-chiave di Celati, Lunario del paradiso: nel marzo del ’78. Al Carnevale, non solo a Bologna, succede la Quaresima. La festa è finita. Cade un silenzio di piombo.
Le lettere.
1977, Alice in cantina battezza il riflusso
Torna 30 anni dopo il libro collettivo di Celati e dei suoi studenti. Nato da un seminario bolognese su Lewis Carroll, svela il vero sfondo culturale dell’epoca.
Marco Belpoliti
Nel novembre del 1976 Gianni Celati inizia il suo corso di letteratura anglo-americana all'Università di Bologna. Lo fa leggendo in aula testi della letteratura vittoriana minore: il libro dei nonsense di Edward Leach e le storie di Alice di Lewis Carroll, un libro per ragazzi. Le stanze dove insegna lo scrittore bolognese - tre libri editi da Einaudi grazie a Calvino - sono piene di ragazzi; tra loro Roberto «Freak» Antoni, futuro fondatore degli Skiantos, Andrea Pazienza, fumettaro ancora inedito, Pier Vittorio Tondelli, scrittore in fieri, Enrico Palandri, Claudio Piersanti e molti altri che si riveleranno all'inizio del decennio successivo.
Alice è il personaggio principale delle lezioni, cui intervengono polemicamente giovani barbuti con tascapani militari convinti che l'argomento sia futile e lontano dai problemi della società. Il corso bolognese sta annunciando un cambiamento d'epoca: la fine della politica tradizionale e la nascita di «uno strano movimento di strani studenti». Nel febbraio del 1977 l'università viene occupata e le lezioni sospese. Celati e i suoi allievi decidono di continuare a riunirsi; nasce il collettivo A/Dams, ironica citazione di A/traverso, la rivista di Bifo e compagni. A marzo i carabinieri uccidono lo studente Lo Russo, scoppia la rivolta e i blindati del ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, occupano il centro di Bologna con l'appoggio del Pci, oggetto delle polemiche e delle accuse del movimento. A settembre si tiene il convegno contro la repressione. Cinque mesi dopo esce il libro che raccoglie le letture, le discussioni, i foglietti, le contestazioni, i dibattiti del seminario su Alice. Lo pubblica lo psicoanalista Elvio Fachinelli nella sua nuova casa editrice, «L’erba voglio», dove poco prima è apparso anche Alice è il diavolo, che racconta l'esperienza della radio omonima chiusa dalla polizia.
Il volume è curato da Celati stesso che l'ha montato: Alice disambientata, materiali collettivi (su Alice) per un manuale di sopravvivenza, ora ripubblicato a cura di Andrea Cortellessa da Le Lettere (pp. 160, e15). Nella rievocazione attuale del ’77 il libro di Celati è scomparso, rimosso, mentre costituisce uno dei pochi documenti a caldo di quella stagione steso da uno dei maggiori scrittori italiani, di sicuro il maggior narratore vivente, che proprio lo scorso gennaio ha compiuto 70 anni. Ma Alice disambientata è anche un testo indispensabile per capire l'avvio della nuova stagione che conosciamo col nome di «riflusso». Si tratta infatti di un racconto, un testo di critica letteraria e un manuale a uso delle nuove generazioni, e insieme è l'annuncio della nuova letteratura giovanile degli anni 80. Tutta la storia della Bologna del Dams è sparita dai testi apparsi oggi che traducono la vicenda del movimento del ‘77 in termini strettamente politici, mettendo in primo piano Autonomia operaia e Toni Negri, il terrorismo e le Brigate rosse, Potere operaio e Lotta continua, mentre il vero background culturale dell'epoca è leggibile in questo libretto, e successivamente nei romanzi di Celati, Palandri, Piersanti, Tondelli, pubblicati alla fine del decennio: Boccalone, Lunario del paradiso, Casa d'altri, Altri libertini.
Cosa racconta Alice disambientata? Che è finita l'epoca della politica, che la famiglia e il partito sono una galera, che il vivere dell'adulto è una prigione, che la fantasia diventa conferma della realtà esistente e dunque l'arte e la letteratura non sono rivoluzionarie, che la memoria ha il sopravvento sul corpo, che l'oblio è uno strumento efficace, che gli umanisti credono che l'uomo sia una macchina perché non hanno mai giocato a flipper, che noi siamo dei relais, che i sogni rivoluzionari di farla finita con i padroni e l'idea di progresso sociale non sono più la stessa cosa, che la ragione non serve, che diventare animali è un modo di trovare intensità del corpo dove le forme si dissolvono.
Alice è dappertutto, nei film di Wenders e in Yellow Submarine dei Beatles, in Bob Dylan e in Disney; vola, entra nelle finestre, cade nei buchi, sovverte e butta tutto all'aria. Celati, attento lettore della letteratura minore inglese, spiega ai suoi giovani ascoltatori cosa si nasconde dietro la facciata della morale vittoriana, parla di Dickens e delle prostitute bambine, dello sfruttamento dei ragazzini, delle miniere, cita Foucault e Deleuze. I libri passano di mano in mano. Si critica Freud e Melanie Klein, la morale borghese e il sovietismo rivoluzionario. Le femministe contestano, i maschi replicano. Le lezioni che si svolgono in cantina nel dicembre del 1976 approdano a una teoria dell'«intensità dell'avventura» e propongono l'idea di una fuga senza fine. È l'intensità del «troppo sentire» di cui si parlerà negli anni 80. Nelle ultime pagine del manuale si teorizza l'innamoramento come stato dell'intensità.
In quel periodo Celati sta lavorando a un libro sui Fratelli Marx che non verrà mai alla luce, sul rapporto tra comicità e corpo. Nello stesso momento Giuliano Scabia, docente al Dams, regista e autore teatrale, organizza con gli studenti la performance delle mongolfiere per le strade della città: Bologna è un laboratorio linguistico ed espressivo. Come sottolinea nella sua postfazione Cortellessa, l'innamoramento proposto dal collettivo di Alice «è l'eliminazione del politico», tutto il contrario di quello che nei medesimi giorni e settimane stanno proponendo i dirigenti politici usciti dal ‘68, i gruppi della sinistra extraparlamentare. Sul quotidiano Lotta continua appaiono le lettere della nuova sentimentalità, «le letterine», come scrive Alberto Arbasino con caustico sarcasmo, l'altra faccia delle Brigate rosse che di lì a un anno uccideranno Aldo Moro, puntualizza nel fulminante libro In questo stato.
Ma è davvero così? Per capire cosa verrà dopo bisogna seguire Gianni Celati, vero sismografo del ‘77, suo anticipatore, ma anche suo transfuga, lungo le strade che conducono verso le foci del Po, nella pianura dove andrà vagabondando nei sette anni successivi, anche in compagnia di Luciano Capelli, curatore del libro di Radio Alice, dopo aver lasciato l'università ed essersi spostato a vivere in Inghilterra. L'utopia della scrittura collettiva di Alice disambientata è finita. Inizia l'epoca del privato, l'individualismo degli anni 80, la nuova sentimentalità diffusa. Celati si trasforma in un wanderer, viaggiatore romantico che raccoglie di casa in casa, di paese in paese, storie per il suo novellino, Narratori delle pianure (1985). Finito il tempo della politica, si viaggia senza meta nel paesaggio. Un'ombra malinconica cala su di lui mentre si sposta nella Pianura padana alla ricerca di storie che diano sollievo. «Noi aspettiamo, ma niente ci aspetta, né un'astronave né un destino»: così si conclude il libro delle esplorazioni, Verso la foce, dodici anni dopo.
La Stampa 20 febbraio 2007
Gianni Celati, Alice disambientata, materiali collettivi (su Alice) per un manuale di sopravvivenza, postfazione di: Andrea Cortellessa, Le Lettere, pp. 160, 15 euro
Con Alice correvamo tutti dietro il coniglio bianco
di Enrico Palandri,
tratto da "L'Unità", martedi 27 febbraio 2007
Ci sono due atteggiamenti comprensibilmente simmetrici nella prefazione di Celati alla nuova edizione di Alice disambientata (a cura di Gianni Celati, Le Lettere-Fuoriformato, pp. 155, euro 15,00) e nella postfazione scritta da Andrea Cortellessa. Celati mi sembra prenda un po´ le distanze. Quando ad esempio descrive il tipo con il tascapane che alla fine di una delle sue lezioni di letteratura lo sgrida perché non si occupa di problemi sociali. Un tipo del genere, come se ne ritrovano nelle tavole di Andrea Pazienza e in Ecce Bombo di Moretti, credo sia una figura eterna in Italia, forse addirittura dalla nona satira di Orazio, quella del seccatore, e forse anche più anticamente.
A noi è toccato in questa versione marxista-leninista, ma non è una novità. Non credo sia stato lui il protagonista degli anni ´70 e certamente non dei seminari di Gianni in quegli anni, dove c´era gente interessante e piuttosto particolare. C´erano ad esempio spesso Luciano Cappelli e altri di Radio Alice, oppure altre persone che si accostavano a Gianni per i suoi romanzi. Io avevo iniziato a seguire il suo corso fin da prima dell´occupazione e non distinguo bene le due fasi, a me pare fluiscano molto bene una dentro l´altra. Ne seguii anzi due, uno più bello dell´altro, dopo quello di Alice uno sulle metropoli e il romanzo. Quello che trovavo molto attraente in Gianni e che trovo tutt´ora piuttosto raro in chi si occupa di letteratura, è l´apertura enciclopedica, curiosa di tutto, che condivideva con Calvino e pochi altri in quegli anni e che si ritrova tutta in Alice disambientata. Non si tratta in poche parole di costruire un fortino chiamato letteratura con cui fare la guerra a altre discipline a forza di specificità (e ahimé per la vita accademica concorsi), ma al contrario di uscire all´aperto, dove ci sono tante idee, dalla linguistica alla psicanalisi, tante altre lingue oltre la nostra, tanti romanzi, canzoni, insomma contaminare e liberare, per parafrasare Silvio Trentin, usare Alice e l´idea di figura (non simbolo, come spiega fin dall´inizio) per seguire nuove idee. Un po´ come dice Diderot quando racconta che le sue idee sono come l´andare dietro alle belle donne che incrocia per strada, si animano per una speranza e si sviluppano in un corteggiamento, incontrano e poi magari muoiono, ma poi si rialzano e riprendono il cammino. Gianni Celati è stata per me la parte migliore degli anni universitari (e anche dopo ho sempre guardato il suo lavoro e la sua vita con grande ammirazione) e quindi anche del ´77. Direi che in generale c´era in quegli anni troppo politica che ci si era posata addosso nel decennio precedente, un´enfasi sul senso universale di tutto che faceva di Alice, dell´invenzione di Alice, una preziosa via di fuga, per usare il termine deleuziano. Lo stato borghese non solo non aveva un cuore, come credevano le Brigate Rosse, legate com´erano a un positivismo ottocentesco e alla sua visione dello stato, non poteva e non può essere affrontato in questo modo, come se ci trovassimo costantemente in un duello tra noi e loro in cui il noi è buono e puro e il loro il male del mondo. Se così fosse si potrebbe anche tentare una rivoluzione, prendere le armi se necessario; si capisce che la prospettiva di felicità futura potrebbe valere qualche settimana o anno di sacrifici in clandestinità derubando banche e nascondendosi ai propri cari. Ma è una follia. Come spiegava Foucault in quegli anni, immaginarsi il potere in questo modo è del tutto inadeguato, la sua natura molecolare è molto più diffusa, una rivoluzione comunista che parta da queste premesse non si merita altro che Stalin. Come racconta Fedro nella favola in cui le rane chiedono a Giove un Re e lui butta un legno nello stagno, che loro adorano fino a che non si accorgono che non è nulla, e quando lamentandosi chiedono un vero re gli viene mandato un serpente che le fa fuori tutte. Invece il mondo va attraversato, creativamente, capendo in quale modo, dove e come e perché si aprono delle possibilità, cosa esprimono i conflitti e chi siamo noi, a quale mondo e comunità apparteniamo, come questa a sua volta possa cambiare, o costringerci a cambiare. Alice è la strada che io ho poi seguito non solo scrivendo, ma cercando di capire dove spostarmi, con l´altra grande ricchezza di quegli anni, che era la gloria dei pezzenti. Lontani dai modelli consumisti che dominano oggi televisioni e giornali, forse un po´ in seguito alla crisi petrolifera che ci aveva fatto assaporare come una riduzione dei consumi e delle risorse non sia necessariamente una tragedia, quello che ancora mi sembra bellissimo nelle pagine di Gianni (ma anche nella sua vita e in quella di molti che hanno attraversato quegli anni) è una libertà spirituale e intellettuale che non può non cominciare dal prendere le distanze dai modelli comuni di successo e fallimento. Perché, come aveva scritto Gianni in una prefazione mai utilizzata per Boccalone, bisogna farla finita con questa idea del successo, quel che è successo è il successo, è qui sembra di sentir parlare insieme l´Alice di Lewis Carroll e quella di Via del Pratello. Forse anche il tipo con il tascapane.
Tutto questo mi sembra ancora molto bello e lì, in mezzo a noi, basta mettersi in ascolto o guardare e un coniglio bianco che corre gridando «sono in ritardo, sono in ritardo!» lo possiamo vedere, e dietro di lui scorrere una storia, un filo da seguire. La congiuntura favorevole bolognese del ´77 fu che dietro al coniglio si misero a correre tutti. Si sciolse Lotta continua e credo più o meno tutto quel che restava di organizzazioni post-sessantottine, persino il Pci subiva negli individui anche se l´organizzazione era ufficialmente schierata contro di noi, un´emmorargia inevitabile di simpatia e partecipazione all´inseguimento del coniglio bianco. Ce n´era così bisogno! Imbalsamati in un filosovietismo che aveva fatto perdere parecchi treni della modernizzazione, perché restare schierati in un partito e non fare come Cosimo del Barone Rampante di Calvino, perché non correre gli spazi aperti di una società postideologica tanto attraente? Finì tragicamente, come sappiamo. Carriarmati e poi l´omicidio Moro. Ma quella ricchezza che è come una grande fiducia nella società umana e nel mondo, un andare verso gli altri e le esperienze, più a fondo di quanto non consenta la politica che è la disciplina con cui convenzionalmente ci occupiamo della cosa pubblica, resta palpitante in qualche libro e qualche rievocazione, tanto che Guido Chiesa riesce a raccoglierla abbastanza bene nel suo film su quegli anni. Da questo pieno e caldo mondo di persone Gianni mi sembra prenda un po´ le distanze, un atteggiamento che in lui ha varie ragioni e che in parte anzi sono proprio come è lui e del resto ognuno è fatto com´è fatto. Forse grazie a queste distanze riesce a continuare un percorso profondamente idiosincratico e interessante e a non cercare consensi lusingando i suoi seguaci. Ma questa distanza mi incuriosisce perché al contrario Cortellessa, che biograficamente è venuto dopo di lui e anche dopo me, mostra un´aspetto nello scrivere di Alice che è il contrario di quello di Celati, come vedesse o intuisse una sorgente e volesse farsi indicare come arrivare a berne qualcosa. Non sono un profondo conoscitore del lavoro di Cortellessa, l´ho letto occasionalmente e ho partecipato con lui a qualche conferenza. Mi è sempre parso un bravo studioso che inevitabilmente, come tutti quelli che in qualche modo ne vivono, fa il fortino della letteratura, con una discussione sulla contemporaneità che è nel suo caso fatta di poetiche e stili, dichiarazioni di intenti e compagnia cantando. In questa battaglia vince sempre ovviamente per lui la neoavanguardia, che si è occupata per oltre quarant´anni di sistemare i suoi cannoni e spiegare a se stessa e agli altri che idea di romanzo si dovesse avere, cosa sia lo stile, approfondendo tutte le questioni teoriche che si potevano approfondire e discutendole fino a esaurimento dell´avversario, svuotamento della platea e annichilimento del senso di quanto predica. Invece è letteratura anche la marca di un tabacco, una canzonetta che ascoltiamo per strada, la frase di una pubblicità. Letteratura può essere un biglietto della spesa, qualcosa che ancora non è parola e ci fa immaginare. Leggendo Cortellessa ho finalmente sentito che questa sua disciplina si faceva contagiare da qualcosa che si metteva in moto e anche se Alice disambientata forse è datato e certamente nel ´77 non c´è alcuna risposta che ci riguardi o ci parli oggi, leggere il suo desiderio di avvicinare questa materia mi ha fatto pensare che, come i militanti che in quegli anni uscivano dai gruppi e si facevano delle storie, anche per lui ci sia un senso di liberazione in Alice e che di questo la sua intelligenza critica e la sua erudizione non potranno che avvantaggiarsi, perché chissà quali conigli bianchi sarà in grado di vedere uno come lui se invece di aspettarli sulle griglie della trasgressione stilistica vedrà il prato aperto in cui i libri si danno forma in quel tragico e curioso insguimento di forme ereditate, vissuti inenarrabili e appuntamenti verso cui siamo in ritardo che è il romanzo.
«ALICE DISAMBIENTATA» torna in libreria. Il libro raccoglie il materiale scaturito dal seminario su Lewis Carroll che Gianni Celati tenne al Dams di Bologna nel ´76. Il ricordo di uno degli studenti di allora, che poco dopo scrisse Boccalone
L'unità 27 febbraio 2007, postato su postoristoro.
