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"strano pregiudizio che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che superficiale, significhi non già di vaste dimensioni, , bensì di poca profondità, mentre profondo significa di grande profondità e non di superficie ristretta"
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Tutti contro Saviano
convitato di pietra al banchetto del Mattino

Aggiornamento 20 luglio, 14 49,
Feancesco Piccolo, Il racconto e l’apocalisse necessaria, Il Mattino, 20 giugno, pag. 29, pag. 39.
Aggiornamento, 17, 30
Sul Mattino di oggi (19 giugno) c'è una leggera inversione di tendenza. Marco Salvia pubblica un articolo: Ma io sto con Saviano, pag 29, pag. 40.
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Il Mattino di Napoli sta pubblicando, tutti i giorni, sulle pagine locali, una discussione tra scrittori.
Il tema dichiarato della discussione sembra pretestuoso. Il tema/schermo è il realismo in letteratura, il vero scopo sembra essere però un attacco, e non troppo velato, a Gomorra di Roberto Saviano. Saviano non viene mai nominato se non nell’articolo di ieri (lunedì), dove Andrea Di Consoli lo chiama giustamente il convitato di pietra.
Nella serie di articoli viene tirato fuori tutto il vecchio antipatico armamentario, che andava per la maggiore durante il fascismo, con cui si sostiene che dire la verità e denunciare le cose che non vanno, non sia opera meritoria e dovere di un intellettuale, degno di questo nome, ma sia invece un attacco alla municipalità di un paese se non addirittura (e lo sostiene Cilento) favorire la criminalità stessa della città.
Ma, mi domando basita: denunciare la camorra e svelarne i meccanismi, vuol forse dire negare le bellezze di Napoli e danneggiarne il turismo?
Mio dio i tempi cambiano, ma la stupidità ottusa resta sempre la stessa.
Anna maria Ortese la più grande scrittrice italiana fu massacrata perché oso criticare gli intellettuali di Napoli con un racconto che è fra i più belli scritti in quel periodo.
Anna Maria Ortese, che oggi è giustamente l'orgoglio della città dove ha vissuto, è stata massacrata e isolata per anni, anche dalle stesse pagine del Mattino.
Possibile che ancora oggi si usino gli stessi sistemi verso uno scrittore che ha avuto il coraggio di scrivere (e bene) un libro come Gomorra?
Enzo Biagi disse a Saviano, alcuni mesi fa, in occasione della sua intervista televisiva «Lei ha raccontato l'Italia e questo non le sarà perdonato».
E’ verissimo, non so come mai, ma in Italia viene perdonato tutto meno che raccontare veramente l’Italia.
Ora io sono d’accordo che il raccontare non debba, aessere necessariamente realistico (come lo si intende volgarmente, con uno stereotipo duro a morire e che ha condannato molti grandi scrittori all'isolamento), può infatti essere portato avanti, il racconto, in qualsiasi maniera anche sotto forma di sogno, di fiaba. In maniera secca e paratattica o con una immaginazione fervida e piena di tensione e di metafore, questo però riguarda solo lo stile del singolo scrittore e il suo modo di inghiottire la realtà e risputarla. Ma l’importante è che quello che viene raccontato sia vero o, al massimo, verosimile. L’immaginanzione non costruisce mai nulla dal niente, anch’essa è profondamente e unicamente realista. Quindi le liofilizzate discussioni accademiche, costruite a tavolino, del genere che pubblica il Mattino in questi giorni servono solo, per lo più, a imbrattare qualche pagina di giornale e a percepirne il compenso.
La polemica inizia il 13 giugno con Antonio Pascale, Il male che bagna Napoli, (pag 29, pag 37) già il titolo, citazione rimaneggiata, è tutto un programma.
Scrive Pascale: “per noi che scriviamo di Napoli: troppo spesso le narrazioni su, dentro e fuori Napoli, sono stilisticamente colluse. Oppure contribuiscono a creare una specie di retorica dell’apocalisse che blocca ogni tipo di pensiero vitale”.
Dunque la buona letteratura è negativa? Collude con il male che narra oppure crea (essa stessa) il male: la retorica dell’apocalisse?
Mio dio, verrebbe da ridere se a monte non ci fosse un problema serissimo che da sempre ha messo gli scrivani contro gli scrittori. Non appena appare all’orizzonte un vero scrittore (e non chiedetemi cosa sia un vero scrittore, perchè quando ce lo troviamo davanti lo sappiamo tutti) ecco che vengono arruolati manipoli di liofilizzati scrivani per sostenere che quello che ha scritto qualcosa di buono danneggia la comunità. Non è un atteggiamento nuovo, naturalmente, perché sta alla base del mito metropolitano che ogni grande scrittore è un incompreso. Deve essere incompreso altrimenti può risultare pericoloso. E spesso rimane incompreso per parecchio tempo, perché comprenderlo, è chiaro, fa male agli altri e ai loro affari.
Oggi, grazie anche alla rete Saviano è stato immediatamente compreso, in tempo reale, cosa che ha del miracoloso, ma che ha scatenato e scatenerà ancora di più il meccanismo reazionario. Non glielo perdoneranno. Non glielo perdonano.
Scrive ancora Pascale. “Con la narrazione rappresentiamo sì il male ma solo per allontanarlo e per sentirci migliori”.
Ma che cazzata sesquipedalica è questa (sempre che non abbia capito male)? Chi narra non ha certo eserciti e milizie, quindi può solo narrare, che altro dovrebbe fare?.
Viene accusato di farlo per sentirsi migliori? Ma che banalità piccolo borghese e criminale è questa?
Quindi non si dovrebbe scrivere (nel vero senso della parola) e se lo si fa bisogna andarci con i piedi di piombo. Insomma come sempre il compito dell’intellettuale italiano è di stare fermo, zitto e scrivere nella maniera più anodina possibile Altrimenti arrivano le vestali del nulla a criticare e addirittura ad accusare di farlo per narcisismo e per sentirsi migliori, se non addirittura per collusione con la camorra o altro.
“Basta con l’epica della criminalità, perché la narrazione ripetuta con gli stessi stilemi e lo stesso ritmo crea una sorta di assuefazione e anche, a volte, la possibilità che si idolatri il criminale” (sempre Pascale). Da non crederci. Davvero da non crederci.
Ma Pascale non si limita a distruggere, ci offre anche delle soluzioni: “bisognerebbe adottare un punto di vista meno morboso, meno osceno. Oppure dovremmo, di tanto in tanto, andare nelle scuole, nelle piazze a parlare ai ragazzi di scienza e scienziati, di ricerca medica, genetica, botanica (perché l’ambiente è importante), tecniche di costruzioni”.
Bisognerebbe trovare un punto di vista meno morboso meno osceno?
Okkio che Pascale non sta parlando di romanzetti pornografici o addirittura pedopornografici, che vanno per la maggiore, ma di scritti sulla camorra. Da non crederci, sono basita e poi (GRANDIOSO) dice che dovremmo parlare ai ragazzi di scienza, genetica, botanica … ah ah ah ah.
Già quel dovremmo è tutto un programma visto che la letteratura NON si fa mai coi dovremmo, non si fa mai a priori … e poi chi dovrebbe parlare di scienza e di botanica?
Ma quelli che sono anni che studiano la camorra, naturalmente (così le loro competenze non sono un pericolo). E magari a parlare di camorra ci mandiamo i botanici. Bel programmino davvero e soprattutto molto gradito alla criminalità di ogni genere. Ed è anche significativo che Pascale, nella sua schiera di tecnici informati sulla realtà eviti di metterci i giudici e di parlare di giustizia, perché di quello, è chiaro, è meglio non parlarne mai ;-).
L’articolo finisce con un proclama di poetica: “Forse tocca a noi provare la giusta tessitura narrativa”.
Già verissimo e condivisibile, ma si da il caso che Saviano (il retore della’apocalisse) l’abbia trovata, almeno stavolta, questa giusta tessitura, e quindi il problema VERO non è che la si debba trovare, la tessitura giusta, ma semmai che qualcuno, per miracolo dei tempi e dei luoghi, l’abbia già trovata ;-).
La polemica continua con Silvio Perrella, il 15 giugno, Napoli bloccata dalla retorica dell’apocalisse (pag 37, pag 45), altro titolo significativo. Città non bloccata dalla camorra, dal problema dello smaltimento dei rifiuti (bloccato anch’esso dai traffici della camorra) cosi perfettamente descritti dalla tessitura narrativa di Saviano, ma bloccata dalla retorica dell’apocalisse.
La forza della retorica :-).
“La letteratura ha voluto, rispetto alla conoscenza sulla città, una funzione di supplenza. In mancanza di studi veri e propri, la letteratura ha praticato l’arte dell’intuizione”.
Sembra di sentir parlare Berlusconi dei giudici supplenti della politica :-).
Intanto, va sottolineato, che solo per Perrella è una novità, perché da sempre la Grande Letteratura ha avuto questa funzione. La grande letteratura è anche sempre studio vero, altrimenti è una baggianata. A volte è studio sui documenti, a volte è studio su se stessi, a volte è ambedue le cose, a volte lo scrittore dà gambe ai documenti e li porta sul luogo, per compararli con i fatti, a volte ... insomma fa quello che gli pare e poi se ne giudicano i risultati.
L’arte dell’intuizione a me sembra sia praticata, e pure male, solo dagli articolisti che si stanno cimentando a parlare del nulla, sul Mattino, in questi giorni.
Poi Perrella fa un elenco di scrittori napoletani e forse non è un caso che Anna Maria Ortese sia fra gli ultimi. Impossibile al momento non nominarla, dopo il successo che sta riscuotendo soprattutto in rete, e anche grazie al bravo Giorgio Di Costanzo, quindi Perrella la nomina, ma alla fine di una schiera, quasi fosse, essa e non loro, il fanalino di coda.
Ad ogni modo anche Perrella ha grandi progetti: “Allora è venuto il momento di porsi il problema della conoscenza”. Kavolo, addirittura della conoscenza! ah ah ah ah ah ah … buon lavoro a Perrella ch, come sempre, scopre l’acqua calda, e pure con quel briciolo di enfasi che si addice ad ogni grande scoperta.
Meno male che da Napoli oltre alla retorica dell’apocalisse e alla retorica dell’acqua calda è venuta anche la retorica dell’acqua (anche quella fredda), portata avanti da un manipolo di coraggiosissimi ragazzi ( e meno ragazzi) dal basso, battaglia che ha portato prima alla vittoria per l’acqua municipale napoletana e poi a mettere nel programma dell’attuale governo la nazionalizzazione dell’acqua, legge già passata alla Camera e che si spera passi presto anche al Senato. Ma Perrella non ne parla, perché di queste cose NON si parla. Meglio porsi il problema della Conoscenza che è talmente grande e irragiungibile che permette di evitare problemi seri e sopratutto di non “conoscere” un kavolo di nulla;-).
“Forse è necessaria una bonifica dell’immaginazione, tale che permetta di retrocedere dalle metafore ai dati letterali. Gli storici, i geografi, i sociologi, gli antropologi, i fotografi, dovrebbero darci una mano, pena lo sfinimento della letteratura”.
Ma dimmi te!!??!!
Intanto chi usa la parola bonifica a me fa venire subito le bollicine. E poi addirittura la bonifica dell’immaginazione? Da non crederci. Perrella ha scritto che dobbiamo credere solo ai nostri sensi ah ah ah ah ah … beh io sinceramente non credo ai miei occhi mentre lo leggo:-).
E, perla finale, naturalmente anche lui chiede aiuto ad altri: “Gli storici, i geografi, i sociologi, gli antropologi, i fotografi, dovrebbero darci una mano, pena lo sfinimento della letteratura”.
Bene, mentre ci si da alla Conoscenza, sempre meglio passare la mano ad altri.
Sergio De Santis, il 16 giugno, con Kamorreide e libri di consumo (pag 35, pag 45).
Su De Santis sorvolo perché forse è il più banale di tutti, mi limito a riportare: “Peccato, per chi non lo sapesse, che i camorristi reputano un punto d’onore essere citati in questo o quel libro. Diverso è se si colpisce un loro affare in corso: allora, come purtroppo sperimentò Giancarlo Siani, ti trovano e ti ammazzano sul serio”. Benissimo, da manuale: siamo nel repertorio d’accatto dei luoghi comuni, quelli più infimi ed usurati, quelli che vengono indirizzati a tutti quelli che si occupano di cose di cui NON ci si dovrebbe occupare. L’accusa è sempre la stessa: favorire quello che si accusa, e naturalmente mentre si scrivono ‘ste stronzate bisogna sempre ricordare (è un topos obbligatorio) uno che si è occupato delle stesse cose e che naturalmente è morto ucciso (obbligatorio che sia morto) i colpevoli sono sempre i vivi (questa è la loro grande colpa) e il riconoscimento (debole naturalmente) arriva sempre puntuale, ma solo da morti.
L’aiuto De Santis, per non essere da meno degli altri scrivani del Mattino, lo chiede ai “poliziotti, agli insegnanti, ai vigili urbani, agli impiegati, ai medici, insomma a tutti quelli che la mattina si alzano e vanno a lavorare”. Niente giudici anche stavolta.
Insomma chiedono aiuto a tutti fuorchè a quei lazzaroni degli intellettuali, naturalmente.
Esclusi vanno solo gli intellettuali che fanno davvero gli intellettuali.
quindi parlino tutti: botanici, poliziotti, geografi, cartografi, ginecologi, veterinari, maghi, ecc. ecc. ma per favore… dimentichiamo Saviano.
E qui con De Santis finisco.
Ah no, dimenticavo: lui desidererebbe anche uno scrittore, ma … “occorrerebbe la penna di Dostoevskij, ma di scrittori come lui ne nascono ben pochi in un secolo” e così … scampato pericolo, anche stavolta ;-).
Il 17 giugno Antonella Cilento, L’oleografia del male e i suoi danni.(pag 37
Al suo nome io ormai non posso fare a meno di accomunare automaticamente la foto del suo libro, pescato appositamente (e forse addirittura messo dopo e sporcato con un po’ di fuliggine) fra le macerie della biblioteca scolastica bruciata in seguito ad incendio doloso. Foto grande che apparve sulle pagine del giornale, a mo di spot pubblicitario (che usa ogni cosa per autopromuoversi), spot di una volgarità che … altro che male che bagna Napoli ….
Anche stavolta lei invece di fare l’intellettuale, fa il portavoce degli albergatori e vede come il fumo negli occhi quella che lei chiama “campagna stampa e letteraria dell’immaginario che circonda Napoli” e che rovina il turismo:-). Il male di Napoli non è dunque la camorra (e ci mancherebbe anche quella) ma la “colossale campagna di autodistruzione” che “fa perdere di vista la verità dei fatti”.
Kavolo dopo la conoscenza anche la verità dei fatti!??!.
Signora Cilento ma la verità dei fatti quale sarebbe? Sarebbe forse che …
Da non crederci, ai propri occhi, signora Cilento leggendola. Atro che fidarsi solo di quelli come ci consiglia il miope (presbite e astigmatico) Perrella.
Il 18 è la volta di Andrea Di Consoli, con Andare avanti dopo Saviano(pag 29
Andrea Di Consoli è un buon scrittore e gli va dato atto che almeno lui, unico fra gli scrivani del Mattino, ha il coraggio di nominare direttamente Saviano cosa che gli altri si son guardati bene dal fare. Questo è un punto a suo favore. L’unico punto però, perché anche lui si lascia andare ad espressioni come .”sta scricchiolando la dittatura del realismo e del reportage”.
Che cavolo vuol dire? Bene che finisca qualsiasi dittatura, ma … cosa ci azzecca Saviano con la dittatura del realismo e del reportage. Saviano ha scritto uno splendido libro e basta e le etichette lasciamole perdere per piacere.
Che vuol dire la dittatura del realismo? Esiste forse letteratura senza realismo? Anche la fantascienza è realismo.
Certo ogni scrittore ha il suo approccio particolare al realismo. Ma cosa c’entra la dittatura?. Che forse i sentimenti segreti, il dolore, i sogni non sono anch’essi realismo? Ma non sarebbe l’ora di trovare termini per parlare di letteratura che non siano solo quelli polemici e strumentali degli anni Cinquanta? Sempre Realismo contro tutti e tutto, e viceversa?
Di Consoli ci consiglia di dimenticare Saviano. Beh, è legittimo da parte di uno scrittore. Tutti i grandi scrittori vanno dimenticati quando ci si mette a scrivere (altrimenti si fa una copia), ma l’unica maniera per dimenticare Saviano, o almeno fare su di lui una temporanea epoche, sarebbe quella di scrivere un libro altrettanto bello e importante.
Beh io non posso che augurarmelo, auguri a tutti, ma fino a che non appare quell’altro (o altri) libro, perché mai dimenticare Saviano?
Io ancora oggi, fatte le debite differenze, non ho dimenticato Dante e mi guardo bene dal farlo.
(georgia)
