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"strano pregiudizio che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che superficiale, significhi non già di vaste dimensioni, , bensì di poca profondità, mentre profondo significa di grande profondità e non di superficie ristretta"
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Magda Szabò
1917- 2007

Giorgio posta l'articolo di Angela Azzaro, Magda Szabó, la scrittrice che diffidava degli intellettuali, Liberazione, 21 novembre, p. 5 .
Io ve ne aggiungo due usciti sul Manifesto e sulla Stampa (georgia)
Addio a Magda Szabó, autrice di grandi personaggi
La grande scrittrice ungherese è morta ieri a Debrecen. Aveva novant'anni e doveva la sua notorietà all'estero a Hermann Hesse, che per primo la fece tradurre, alla fine degli anni '50, quando era ancora al bando
Francesca Borrelli
Un mondo fatto di fisionomie, oggetti, valori desueti eppure non troppo remoti perde con Magda Szabó la possibilità di affidarsi a una voce narrante in grado di resuscitarne le attrattive, di evocarne i costumi, di restituirne le atmosfere. Solo l'appartenenza a una lingua poco tradotta, quella ungherese, e l'isolamento in un universo mortificato dal totalitarismo ha potuto fare sì che una scrittrice di così notevole statura, in grado di disegnare personaggi tra i più coerenti che la letteratura contemporanea abbia messo in scena, arrivasse alla notorietà tanto tardi e con così pochi dei suoi titoli tradotti in Italia. È di ieri la notizia che Magda Szabó è morta nella sua casa di Debrecen, la città dove era nata novant'anni fa da una famiglia dell'alta borghesia protestante. Nella sua lunga esistenza aveva attraversato tappe tra le più fondamentali e dolorose della storia recente: venuta al mondo mentre l'impero asburgico stava crollando, compiva due anni quando i soviet di Bela Kun tentavano il loro breve esperimento rivoluzionario, per poi farsi sopraffare dalla reazione del nazionalista Miklos Horthy. Poi arrivò la stagione in cui Budapest fu occupata dai Rumeni, e l'anno dopo - con la pace di Trianon - il territorio dell'Ungheria venne ridotto di un terzo. La crisi politica portò alla rovina anche l'economia, ma i ricordi peggiori di Magda Szabò non erano affatto ancorati alla sua infanzia: con quel rancore che è così tipico degli intellettuali dell'est, la scrittrice ungherese raccontava degli anni `50 come fossero un incubo congelato nel tempo e dal quale non aveva ancora consumato le distanze necessarie a storicizzarlo. Per quanto giustificato, il suo risentimento la rendeva schiava di catene mentali che sembravano sciogliersi solo tra le pagine dei suoi romanzi, grazie alla presa di distanza che le era necessaria a disegnare i profili dei suoi personaggi indimenticabili.
Chi ha letto La porta (Einaudi, 2006) non potrà togliersi facilmente dalla testa la figura imperiosa di Emerenc, una donna che fece effettivamente parte della vita di Magda Szabó, accompagnandola negli anni prima come domestica, poi come amica e dunque come protagonista di uno dei suoi libri meglio riusciti. Più simile a una valchiria che a una cameriera, la figura di Emerenc imprigiona il lettore attirandolo in una trama la cui essenzialità è funzionale a consegnare risalto al protagonismo di lei, che si muove tra le pagine con la prepotenza della prima attrice, esibendo la sua operosità, godendo della fiducia di tutti pur non fidandosi di nessuno, guardando con disprezzo la sua datrice di lavoro affannata nelle beghe della scrittura, e parlando indifferentemente con umani, animali e stracci per pulire i pavimenti, mansione alla quale si dedica con le energie necessarie a tenere lontani i ricordi dei suoi affetti brutalizzati da una fortuna avversa, quegli affetti che hanno convertito la sua vulnerabilità in una ruvidezza apparentemente impenetrabile.
Un giorno, Magda Szabó - che credeva nella forza del destino - andò a trovare una indovina e da lei venne a sapere che le sue doti sarebbero state premiate dal successo: lo raccontava per introdurre nei suoi ricordi il ruolo provvidenziale di Herman Hesse. Fu proprio lui, infatti, a raccogliere dalle mani di una amica comune il primo romanzo di Magda Szabó che varcava clandestinamente le frontiere: si intitolava L'affresco e aveva per protagonista una giovane donna destinata a diventare pittrice, in fuga dai rigori della sua famiglia protestante. Pubblicato in Germania nel '59, il libro fece rapidamente emigrare la notorietà di Magda Szabó all'estero, mentre in Ungheria l'editrice Corvina non osava proporre altro che i suoi libri per ragazzi (uno dei quali è da due anni nel catalogo delle edizioni Anfora con il titolo Lolò il Principe delle Fate). Nel decennio precedente le era andata anche peggio: non soltanto le sue raccolte di poesie, i suoi drammi e la sua narrativa erano al bando, ma lei stessa perse il lavoro che svolgeva al Ministero della pubblica istruzione. Passò così un decennio di silenzio, poi agli inizi degli anni '60 le prime avvisaglie di una qualche fortuna, e da noi la traduzione per Feltrinelli di un romanzo titolato L'altra Ester e mai più ristampato, in cui una attrice teatrale ripercorre la sua vita a partire dall'infanzia, e lo fa affidandosi alla sua memoria basculante tra passato remoto e presente.
Nell'Ungheria degli anni '60 è anche ambientato il secondo dei romanzi di Magda Szabó tradotti da Einaudi, La ballata di Iza, stupefacente per la tensione che riesce a sprigionare mentre affianca due mondi separati da una generazione appena, i cui valori sono tuttavia già intraducibili l'uno all'altro. Da una parte gli interni della casa di provincia nella quale si avvia il romanzo, con la vecchia Etelka intenta a consumare le prime ore della sua vedovanza; dall'altra parte il mondo della figlia che la accoglie nella sua casa di Budapest, dove la modernità dovrebbe offrire conforti ovviamente inadeguati a compensare gli affetti perduti. E tra loro il personaggio di Antal, ex marito di Iza e suocero di Etelka, nonché incarnazione vicaria di tutto ciò che Magda Szabó sembra avere inseguito come un sogno perduto.
Il manifesto, 21 novembre 2007, p. 13
Szabó, il romanzo lungo un secolo
Muore a 90 anni la scrittrice, voce dell’Ungheria
Bruno Ventavoli
Era nata quando c’era ancora Francesco Giuseppe sul trono. Ed è morta lunedì, a 90 anni, con l’Ungheria in Europa. Nessun altro scrittore come l’ungherese Magda Szabó è stato testimone oculare d’un secolo intero di storia centroeuropea, drammi inclusi. Si era parlato per lei d’un Nobel (e se lo sarebbe meritato). Sono arrivati invece decine di altri premi, dal Fémina al Mondello. Ma a lei interessavano poco. Accumulava i diplomi nella sua casa che odorava d’antico, intimorita dal successo, in mezzo a frammenti del passato, al grande ritratto dell’adorato marito, alle fotografie, alle carte ingiallite dagli anni, a tutte quelle vestigia del tempo che puntellavano la sua vita e la sua scrittura.
Magda Szabó era considerata in patria un monumento letterario. E morale. Perché aveva sempre vissuto con la schiena dritta, in un Paese, e in tempi, dove non sempre era facile farlo. E non aveva mai campato su censure del passato per ottenere ricompense quando cambiavano i potenti. Era nata nel 1917 a Debrecen, la capitale calvinista dell’Ungheria orientale. E lei, che credeva nel grande Dio della cristianità, aveva abbracciato la fede riformata fin da bambina. Anzi, ora che negli ultimi anni era diventata famosa, e la invitavano nel mondo (è stata tradotta in oltre 40 lingue) a tener discorsi, si lamentava perché doveva badare a tante cosette della comunità religiosa. La sua famiglia, una solida famiglia borghese, le aveva trasmesso il valore possente della cultura; sua madre, la voglia di scrivere. Negli anni della guerra fece l’insegnante in provincia, imparando a conoscere da vicino la vita agra delle campagna ungheresi, sviluppando un senso di umanissima vicinanza agli umili, ai vinti, e un profondo desiderio di giustizia sociale, che tuttavia mai s’accordò con il socialismo reale. Tornata la pace sembrava destinata a un futuro radioso, con un posto al ministero, la prima raccolta poetica pubblicata nel ‘47 e il prestigioso premio Baumgarten vinto nel ‘49.
Ma il destino per la Szabó, e per l’intera Ungheria, aveva in serbo altre soluzioni. Il potente ministro della Cultura popolare, József Révai, le fece revocare il premio prima della consegna. Il nuovo regime socialista stava infatti compilando minuziose liste di autori politicamente corretti. E la «borghese, intimista» Szabó non era esattamente in linea con le direttive del realismo socialista. Molti scrittori che videro le bozze dei loro romanzi finire al macero, tipo Sándor Márai, scelsero la via dell’esilio. Lei tornò a fare la professoressa in provincia. Le foto di allora la ritraggono bella, fiera, serena. Negli anni più duri dello stalinismo, non pubblicò neanche una riga. Si contentò d’amare il marito, Tibor Szobotka, che le rimase accanto fino alla morte negli anni Ottanta. Lei non tolse la fede nuziale neanche da vedova. E anche in questo era un po’ un’eccezione, perché gli intellettuali del socialismo reale accumulavano spesso divorzi e compagni.
Nel ‘58, appena fallita l’insurrezione, la Szabó pubblicò Affresco, un romanzo che incantò Hermann Hesse. Nel ‘59, quando ormai fu chiaro che il compagno Kádár, forse il più saggio dei leader socialisti, stava avviando la riconciliazione nazionale, le assegnarono l’importante premio Attila József. Lei ringraziò, spiegando che non dovevano farsi perdonare assegnandole patenti poetiche perché non era affatto arrabbiata con nessuno. La storia era andata così. Mai allineata col regime, sempre libera nello spirito e nei temi affrontati, la Szabó riprese a scrivere e continuò per tutto il periodo delle repubbliche popolari. Il potere non la amava granché, ma lei riuscì a dire ciò che voleva, anche lucidamente critica verso il sistema nel quale viveva e dal quale riceveva stipendi. A dimostrazione che il kadarismo, pur nella ribadita fedeltà all’Urss, consentiva discreti margini di libertà e dissenso. Fin dagli anni Sessanta, per esempio, cominciò a screziare i suoi romanzi con i fatti del ‘56, quando l’argomento era ancora tabù.
Nella sua lunga carriera, la Szabó ha pubblicato una cinquantina di libri tra romanzi, teatro, saggi. Il grande successo mondiale è arrivato con La porta, uscito nell’87, e tradotto in molte lingue (in italiano da Einaudi), storia liberamente autobiografica (come sempre) del rapporto tra una scrittrice e la sua domestica, una dura donna di campagna, refrattaria a ogni ideologia, ma capace dell’amore più puro e della generosità più incondizionata. Al centro delle sue opere ci sono spesso donne, intellettuali, professioniste; il mistero del tempo e della memoria; il rapporto tra vivi e morti; e soprattutto un’ampia fauna di caratteri, che rappresentano le infinite sfumature dell’animo umano, i contrasti tra individuo e società, lo spirito della verità e della giustizia. La Szabó, profondamente religiosa, non credeva che la politica possedesse da sola gli strumenti per costruire una nuova società, più giusta, più armonica, più accogliente. Persino la libertà può essere superflua, come cerca di spiegare, senza essere capito, un personaggio di Via Katalin (romanzo che uscirà da Einaudi), condannato a rieducarsi in campagna durante lo stalinismo e poi riabilitato. Ma il bisogno di una carezza, di una parola di conforto, d’una mano tesa, quando l’uomo soffoca nella disperazione e nella solitudine, non si può eludere. Così come non si può mettere a tacere il bisogno di guardare in alto, molto in alto, o negli abissi della propria coscienza, per sfiorare il metafisico mistero di Dio o quella scintilla d’umanità che ci distingue dalla materia. Altrimenti la vita non vale la pena di essere vissuta. E se ne rendono conto i personaggi della Szabó quando urlano la loro sconfitta disperazione.
La Stampa, 21 novembre 2007
