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"strano pregiudizio che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che superficiale, significhi non già di vaste dimensioni, , bensì di poca profondità, mentre profondo significa di grande profondità e non di superficie ristretta"
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Salone del Libro
Israele o Egitto

Spesso mi sono trovata d’accordo con quanto scrive Carla Benedetti.
Anche stavolta mi posso trovare pienamente in sintonia.
Si parla tanto del salone del libro di Torino e della scelta, nei sessanta anni dalla fondazione dello Stato di Israele, di invitare, come stato ospite, proprio Israele.
Sull’invito fatto a Israele io sono d’accordo, e sono pure d’accordo che venga invitata appunto come Stato, visto che sempre così accade e che non sarebbe possibile fare un’eccezione. Chi propone un invito ai soli scrittori fa un escamotage e che puzza veramente un po’ troppo di furbata. Considerando poi che se si dovessero invitare solo gli stati puri e senza macchia il salone non avrebbe mai ospiti, e forse neppure libri degli italiani.
La purezza, naturalmente non fa mai parte della letteratura, pretenderla da qualcuno è una forma di sotterranea censura. Detto questo sono profondamente contraria che si inviti uno Stato in occasione di una sua ricorrenza nazionalistica (come platealmente accade stavolta). Per invitare Israele quest’anno, e proprio quest’anno, è poi stato addirittura posposto al prossimo anno l’invito, sembra da tempo deciso, all’Egitto.
La presenza di Israele in una importante fiera letteraria poteva essere occasione di inviti anche a molti scrittori palestinesi (soprattutto quelli nati nel territorio dove oggi sorge lo stato di Israele), sia scrittori in lingua araba, cittadini israeliani, che scrittori esuli all'estero, come il poeta Mamud Darwish, che appartengono a pieno diritto, se di cultura e letteratura si parla, anche alla cultura dello Stato di Israele. Poteva essere un’occasione unica, ma certo non si può chiedere ad intellettuali palestinesi di venire a celebrare un evento che se per Israele, e per i suoi scrittori, è motivo di orgoglio, per i palestinesi e per i loro scrittori è motivo di disperazione, evento che loro chiamano nakbah, catastrofe.
Fuori da questa data simbolica questo incontro avrebbe invece potuto essere una realtà stimolante per tutti.
Poteva succedere. Magari anche facendo un appello, noi della rete, agli organizzatori della fiera, un appello che sarebbe stato più libero intellettualmente di quello che invece circola ora e che appare, purtroppo, assai conformista e affrettato. La libertà culturale non può essere esaltata (magari dietro consigli di ambasciate e ministeri) in date che, se da una parte hanno dato uno Stato a un popolo, dall'altra, ne hanno privato un’altro popolo.
Anche ad essere cinico e realista un intellettuale che si definisce libero non può essere insensibile ad avvenimenti di tale portata.
Anche Nazione indiana pubblica l’appello che riceve una caterva di aderisco acritici.
Nazione indiana ha poi pubblicato altri post:
- Fiera del libro, dietro le quinte c’è la Palestina, articolo di Stefa no Sarfati Nahmad, apparso su il Manifesto il 19 gennaio 2008.
- Domande scomode di Andrea Inglese dove viene anche segnalata l’intervista al poeta israeliano Aharon Shabtai (Manifesto 5 febbraio)
- Alcune ragioni per non firmare gli appelli di Giorgio Manganelli.
- Perché ho firmato l’appello, di Gianni Biondillo.
- Vengo anch’io? No, tu no, di marco Rovelli che ha scritto anche nel suo blog
-A cui risponde Lorenzo Galbiati che pubblica la lettera di Isabella Camera d'Afflitto.
Lorenzo ha fatto svariati post sull'argomento nel suo blog.
- La lettera Isabella Camera d'Afflitto è stata postata inizialmente da Lia, di haramlik, che per tempo aveva dato la notizia della sostituzione dell’Egitto con Israele, proprio per via della ricorrenza nazionalista. Leggere QUI. E soprattutto il documento donclusivo, datato 4 febbraio 2007, della Fiera del libro del Cairo dove è scritto che :
E ancora, su questa scia, un altro importante accordo quello siglato proprio in questi giorni al Cairo da Rolando Picchioni, segretario generale della Fondazione per il Libro la Musica e la Cultura per avere l’Egitto come ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino nel 2008.
Leggere sempre Lia QUI dove spiegava benissimo con documenti e link. Postando anche molti link utili fra cui la protesta degli scrittori arabi e dove dava la notizia dell’esclusione dell’Egitto dal salone. E' un post del 29 gennaio 2008 ore 14:24, quindi abbastanza in tempo perché i veloci aderitori dell’appello evitassero almeno di scrivere “solidarietà senza riserve” con una incredibile sequela di aderisco che sono piovuti sulla rete, e anche sui giornali, senza un minimo di ragionamento che rendesse almeno chiaro cosa signficasse quel loro senza riserve. Non c’è niente di peggio per un intellettuale che aderire senza riserve a qualcosa, se le riserve sono d’obbligo, e soprattutto se non ci si è neppure presa la briga di esaminarle.
Vi posto l'articolo di Carla Benedetti (georgia)
Perché non ho firmato l'appello per la Fiera del libro
Carla Benedetti
Penso anch'io che la cultura ebraica sia importante e che sia tutt'altra cosa dall'attuale politica del governo d'Israele. Credo anche che la Fiera del libro di Torino abbia il diritto di invitare Israele come paese ospite. Ma pur condividendo queste cose che sono scritte nell'appello pubblicato contemporaneamente qui e su altri blog, mi è stato impossibile firmarlo.
Provo a spiegarne le ragioni sperando possano servire da spunto di riflessione su quanto siano nocive le semplificazioni.
Il problema sta per me sta solo nel testo dell'appello, nel come è formulato.
1. E' troppo generico, nel senso che glissa su alcuni punti, e proprio su quelli più difficili da toccare.
2. Semplifica e parodizza le ragioni dei "boicottatori", e getta implicitamente su di loro il sospetto di "antisemitismo".
3. Trasforma una questione particolare in una questione di principio talmente generale da permettere a tutti di essere d'accordo senza entrare nel "merito doloroso" della questione.
Spiego punto per punto cosa intendo.
Su cosa glissa il testo dell'appello? Per esempio sul fatto che il 2008 è il sessantesimo anniversario dello stato d'Israele, e che pe questo la scelta degli organizzatori della Fiera di Torino è potuta apparire ad alcuni come un appoggio indiretto al governo israeliano, e non semplicemente come un omaggio alla cultura ebraica. Probabilmente questa è una valutazione sbagliata, ma perché allora non parlarne nel testo dell'appello, mostrando una maggiore consapevolezza delle ragioni della controparte?
Tanto più che circola la notizia, non so quanto fondata (ma mi sarebbe piaciuto che chi ha proposto l'appello la smentisse, se non era vera) che inizialmente doveva essere l'Egitto il paese ospite, ma che poi la direzione della Fiera avrebbe cambiato idea. Forse sotto pressione di Israele? - sospettano i boicottatori. Forse perché l'evento si sarebbe così inserito in un festeggiamento internazionale, godendo di una maggiore eco, e quindi anche di maggiori finanziamenti? Non lo sappiamo, e forse non è nemmeno importante saperlo. Però questo è ciò che pensano i "boicottatori", ciò che li spinge a sostenere che la scelta degli organizzatori della Fiera sia ingiusta o quanto meno politicamente inopportuna. Quindi da un appello in favore degli organizzatori della Fiera io mi aspetto, per poterlo firmare, che mi chiarisca questi punti in modo da convincermi razionalmente. Altrimenti a cosa fa appello? Solo a un principio?, che è talmente giusto che non c'è nemmeno da discutere?
Come dicevo, mi pare che il testo dell'appello semplifichi e parodizzi le ragioni dei "boicottatori". Infatti non nomina, neppure per smentirli, i loro argomenti. Questo è forse il vuoto più grave dell'appello, perché in questo modo lascia a chi legge la "libertà" di attribuire loro i peggiori pregiudizi, ivi compreso un antisemitismo strisciante, inconsapevole. Lo scrittore Beppe Sebaste, uno dei firmatari dell'appello, ha infatti esplicitato il sospetto, che nell'appello restava invece solo implicito: "Penso con estrema amarezza che l'antisemitismo sia cresciuto con gli stessi luoghi comuni di sempre all'interno della sinistra, e mi amareggia sconfinatamene".
Ma non è possibile che qualcuno ritenga politicamente inopportuna la scelta di Israele come paese ospite proprio nel sessantesimo anniversario della sua nascita, temere che essa rischi di celebrare indirettamente il governo di Israele e la sua agghiacciante politica di guerra, senza per questo essere antisemita? E' possibile sposare una posizione del genere senza avere in sé neanche una briciola di antisemitismo? Se pensate che sia possibile, provate a immaginare quanto possa essere insultante il pensiero che il testo dell'appello non fa nulla per impedire, e che uno dei suoi firmatari esplicita!
Io ho sempre pensato che le semplificazioni siano nocive. E che a volte vengano anche fatte ad arte per mettere a tacere altri modi di pensare e di immaginare vie alternative all'esistente. E che in genere esse funzionino come un ricatto. Lo si è visto tante volte. Ricordo che all'indomani dell'11 settembre un ministro israeliano dichiarò che bisognava fare nel mondo un'opera di divisione, come nei ristoranti dove ci sono stanze per fumatori e per non fumatori, così bisognava chiedere a ogni stato di schierarsi: o contro il terrorismo, o a favore. So bene che la vicenda di cui stiamo parlando è tutt'altra cosa, ma lo schema mentale che la sottende non è poi tanto diverso. Ciò che il testo dell'appello rischia di suggerire, per troppa genericità, è appunto un aut aut di questo tipo. O sei con l'organizzazione della Fiera di Torino oppure sei antisemita. O canti in questo coro oppure vai a unire la tua voce a quell'altro coro.
Io sono convinta che l'appello sia stato scritto con le migliori intenzioni. Si sente che è dettato dalla spontaneità e da una giusta indignazione. Però non posso firmarlo finché resta così generico da assomigliare a una stanza per non fumatori, dove tutti si possono trovare bene pur evitando di interrogarsi troppo sulle ragioni di una tragedia che dura da decenni: evitando soprattutto di inventare qualcosa di diverso da una semplice celebrazione, che faccia davvero pesare la cultura ebraica in direzione di una fratellanza, di una rigenerazione dei tessuti lacerati, in Israele e in Palestina.
Pubblicato da c.benedetti il 08-02-08 in Il primo amore.
