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"strano pregiudizio che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che superficiale, significhi non già di vaste dimensioni, , bensì di poca profondità, mentre profondo significa di grande profondità e non di superficie ristretta"
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Giorgio Agamben
Quando si dice lo giuro. Un saggio di Giorgio Agamben
di Gustavo Zagrebelsky
Conosciamo il giuramento come pertinente alla sfera del sacro e in seguito come istituto giuridico per lo studioso si tratta di una storia che in origine riguarda la parola.
Le cose sono molto cambiate nel corso dei secoli e oggi si vive senza un patto giurato.
In principio l´atto del giurare mette la lingua umana in relazione con quella divina
La molla intellettuale comune a molta parte delle ricerche di Giorgio Agamben è l´interesse per l´archeologia dell´essere umano, archeologia non come risalita della corrente del tempo verso le origini, ma come scoperta di principi costitutivi e fondativi: arcani, da arké, per l´appunto. C´è molta differenza tra queste ricerche e, per esempio, quella che si potrebbe dire di antropologia filosofica elementare di un Arnold Gehlen, in Italia noto soprattutto per il suo volume tradotto da Feltrinelli nel 1983, col titolo L´uomo. Qui si sviluppa un nucleo concettuale, l´idea dell´essere umano come eccesso di pulsioni che si "istituzionalizza" per tenerle sotto controllo e, su questa idea, si compone un sistema. Questo accenno serve per differenza. In Agamben, è il contrario. Egli, per così dire, segue segni e tracce, dovunque si trovino: certo nella preistoria o ultra-storia, nella storia e perfino nella "poststoria", ma anche nella filosofia, nella filologia, nella linguistica, nella teologia, nella politica, nella fisiologia, nella psicologia, nell´arte e perfino nel diritto. Insomma, un seguire le piste che conducono dovunque si possa trovare qualcosa di utile. Per muoversi così, occorre illimitata curiosità unita a eccezionale vastità del sapere. In ogni caso, sono travolte le consuete divisioni disciplinari accademiche, onde definire Agamben un "filosofo" è certo riduttivo.
Giorgio Agamben
Il sacramento del linguaggio

Quando si rompe il giuramento
È fondamentale la relazione etica che si stabilisce tra il parlante e la sua lingua
Votandosi al "logos" l´uomo decide di mettere in gioco la sua vita e il suo destino
Pubblichiamo parte di un capitolo del nuovo libro di , "Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento", che uscirà a giorni da Laterza (pagg. 107, euro 14)
I linguisti hanno spesso cercato di definire la differenza fra il linguaggio umano e quello animale. Benveniste ha opposto in questo senso il linguaggio delle api, codice di segnali fisso e il cui contenuto è definito una volta per tutte, alla lingua umana, che si lascia analizzare in morfemi e fonemi la cui combinazione permette una potenzialità di comunicazione virtualmente infinita. Ancora una volta, tuttavia, la specificità del linguaggio umano rispetto a quello animale non può risiedere soltanto nelle peculiarità dello strumento, che ulteriori analisi potrebbero ritrovare - e, di fatto, continuamente ritrovano - in questo o quel linguaggio animale; essa consiste, piuttosto, in misura certo non meno decisiva, nel fatto che, unico fra i viventi, l´uomo non si è limitato ad acquisire il linguaggio come una capacità fra le altre di cui è dotato, ma ne ha fatto la sua potenza specifica, ha messo, cioè, in gioco nel linguaggio la sua stessa natura.
Giorgio Agamben
intervista di
Andrea Cortellessa

Intervista a Giorgio Agamben
Siamo tutti sospettati
Un filosofo e le politiche della sicurezza. "I governi ci considerano terroristi in potenza"
Andrea Cortellessa
Presentando il «pacchetto sicurezza» all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, il ministro dell’Interno Giuliano Amato disse che non occorreva «tirare in ballo la filosofia». Ma che ne pensano i filosofi? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Agamben, uno tra quelli che più ha riflettuto sui dispositivi della politica.
Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?
«Come già lo Stato di eccezione, oggi la Sicurezza è divenuta paradigma di governo. Per primo Michel Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1977-78, ha indagato le origini del concetto mostrando come esso nasca nella pratica di governo dei Fisiocratici, alla vigilia della Rivoluzione francese. Il problema erano le carestie, che sino ad allora i governanti si erano sforzati di prevenire; secondo Quesnay occorre invece quella che definisce appunto "Sicurezza": lasciare che le carestie avvengano per poi governarle nella direzione più opportuna. Allo stesso modo il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori. Nell’inchiesta seguita ai disordini di Genova per il G8, un alto funzionario di polizia dichiarò che il Governo non voleva l’ordine, voleva piuttosto gestire il disordine. Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza. Ma questi controlli non possono certo prevenire i delitti: possono semmai impedire che vengano ripetuti».
Giorgio Agamben
intervistato da
Adriano Sofri

Ma per questo il linguaggio anticipa anche sempre il parlante, lo priva per così dire della sua voce (il linguaggio umano non è mai voce, come quello animale) e può diventare la sua prigione in una misura sconosciuta alle specie animali. Ma è anche la sua unica possibilità di libertà. Per riprendere l'immagine di Wittgenstein, l'uomo sta nel linguaggio come una mosca intrappolata nella bottiglia: quel che egli non può vedere è proprio ciò attraverso cui vede il mondo. Tuttavia la filosofia consiste appunto nel tentativo di aiutare la mosca a uscire dalla bottiglia.o almeno, a prenderne coscienza (g. agamben)
Ringrazio Giorgio di Costanzo che ha copiato per noi, nei commenti, quest'articolo che altrimenti non avremmo mai letto. Giorgio ci dice anche che sotto il titolo si trova una bella foto con Martin Heidegger, Giorgio Agamben e Ginevra Bompiani a Le Thor, in Provenza, nel 1968 (georgia)
Un'idea di Giorgio Agamben
a cura di Adriano Sofri
da "Reporter", sabato 9/domenica 10 novembre 1985, pp. 32 - 33
Colloquio con un filosofo filopoeta, contento dell'uscita di un suo nuovo libro, "Idea della Prosa".
Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Filologo erudito, non è però venuto a capo del problema dell'origine del suo cognome. Forse l'Armenia, gli ha suggerito una volta Gianfranco Contini. Da ragazzo andava al cinema spesso, anche due volte al giorno. Suo padre era proprietario di sale cinematografiche, sua madre era chimica. In casa c'erano libri, anche qualcuno di filosofia. Al momento dell'università, aveva già predilezioni letterarie e filosofiche spiccate, cosicché si iscrisse a legge, di cui non gli importava nulla. Ottenne almeno di fare la tesi su Simone Weil e la nozione di persona. Aveva letto con profitto il saggio di Mauss sulla persona e la maschera, un piccolo modello di storia delle categorie fondamentali della cultura occidentale. Ma sono ancora prodromi. L'incontro vero con la filosofia avviene nel '66, a Le Thor, in Provenza. Là vicino viveva René Char e Heidegger quell'estate aveva deciso di andarlo a incontrare. E, per non starsene con le mani in mano, tenne un seminario di un mese nell'albergo del paesino. Agamben era stato avvisato da un allievo di Char, suo amico. Così si unì agli altri partecipanti, cinque in tutto. Aveva ventiquattro anni e qualche buona lettura e il seminario era su Eraclito. Ma più ancora di quello che vi fu detto, Agamben fece tesoro dell'incontro con chi lo diceva e col paesaggio della Provenza.
"Ci sono tornato quest'anno, sapendo che avrei visto un paese reso irriconoscibile dal turismo, e invece ho ritrovato lo stesso albergo, ma completamente abbandonato, invaso dall'erba e con le finestre spalancate, come se fosse rimasto per vent'anni ad aspettarmi. Nel 1968 ci fu, nello stesso posto, un seminario su Hegel. Questa volta eravamo una decina, fra poeti e filosofi. Si faceva vita comune, il seminario all'aperto la mattina, i pasti insieme e lunghe passeggiate in campagna. Il seminario era assolutamente privo di ogni formalità e si fondava sull'attenta lettura dei testi. Heidegger ricordava all'inizio che in un seminario non può esserci altra autorità che la cosa stessa. A volte la lentezza del lavoro seminariale mi spazientiva, e cercavo di rifarmi durante i pasti in comune interrogando Heidegger su tutto quel che mi stava a cuore. Fra i partecipanti c'era anche Jean Beaufret, il destinatario della Lettera sull'umanesimo, un conversatore infaticabile, che Heidegger presentava come "un filosofo francese che non ha la nozione del tempo". A volte ci spostavamo nella casa di Char a L'isle-sur-Sorgue, dove una volta discutemmo a lungo su una frase di Rimbaud che affascinava Heidegger come un enigma: 'la poésie ne rythmera plus l'acion, elle sera en avance'."
Hai avuto dei maestri, dei grandi vecchi amati?
"E' strano che tu me lo chieda, perché ci pensavo proprio in questi giorni, dopo il ritorno a Le Thor. Heidegger, certo. Ma altrettanto decisivo fu a partire dal 1967 e fino alla sua morte due anni fa, l'incontro con José Bergamin e la Spagna. Certo erano entrambi molto più anziani di me, ma, in particolare nel caso di Bergamin, io li ho sentiti soprattutto come esempi e come amici. Solo dopo la morte ho cominciato a sentirli come maestri. Quello con i morti è un rapporto molto difficile, su cui Kierkegaard ha scritto pagine bellissime. I morti sono insieme gli esseri più impotenti e più potenti, più indifferenti e più amabili. In questo senso, anche quello con Benjamin è stato per me un incontro decisivo, anche se avvenuto soltanto sui libri."
Toni Negri
recensisce
Giorgio Agamben

Segnalo che questo blog ha postato una interessante intervista a Giorgio Agamben su Alias e una recensione di Alfonso Berardinelli a Che cos'è un dispositivo.
Oggi agaragar ci invia questa recensione di Toni Negri , sempre ostico e (forse) interessante, a Il regno e la gloria uscita sul Manifesto. (georgia)
Quel divino ministero per gli affari della vita terrena
L'arcano della politica non è la sovranità, ma il governo, non è il re, ma il ministro, non è la legge, ma la polizia Una lettura critica della recente produzione teorica di Giorgio Agamben a partire dal volume «Il regno e la gloria». Un ricerca filosofica che dopo la teologia politica ricostruisce la genealogia teologica del pensiero economico Un radicalismo teorico critico delle forme di resistenza che producono opere concrete perché destinate a diventare strumento del potere. Da qui la proposta dell'«inoperosità», ridotta a dispositivo etico della sottrazione
Toni Negri
Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell'economia e del governo di Giorgio Agamben (Neri Pozza, pp. 288, euro 30. Ne ha già scritto Marco Pacioni su Alias del 28 Aprile) è da considerare uno degli degli intermezzi fra l'antropologia filosofica di Homo Sacer e un quarto volume, «dedicato alle forme di vita» e al chiarimento del «significato decisivo dell'inoperosità come prassi propriamente umana e politica», che non è ancora venuto alla luce, ma sul quale qui già si comincia a lavorare e che è annunciato come prossimo venturo. In questa serie, il secondo volume, nel quale era svolta una critica ravvicinata del potere statale moderno, era Stato di eccezione. Ora, Il regno e la gloria costituisce idealmente la seconda parte di questo volume di Homo Sacer.
Alfonso Berardinelli
su Giorgio Agamben

Un grazie a Giorgio Di Costanzo che ce l'ha segnalato (georgia)
I filosofi mirano all’essenziale. Eppure succede spesso che siano prolissi.
Il carissimo Giorgio ci ha copiato, nei commenti, la lettera di Giorgio Agamben con la quale nl 1996 comunicava la sua uscita dalla casa editrice Einaudi, e le risposte di Giulio Einaudi e Vittorio BO (georgia)
Walter Benjamin
Giorgio Agamben
e la casa editrice Einaudi

Walter Benjamin
La Repubblica -, 13 novembre 1996
Lettera aperta
Caro Giulio che tristezza questa Einaudi
di Giorgio Agamben
Ecco il testo della lettera aperta che Giorgio Agamben ha inviato a Giulio Einaudi
Caro Giulio, ricordo ancora perfettamente il giorno in cui, nel lontano 1981, mi affidasti la cura dell'edizione italiana delle opere di Benjamin. Grazie a Italo Calvino, ero entrato da poco a far parte del gruppo di consulenti della casa editrice che si riunivano il mercoledì intorno al tavolo di via Umberto Biancamano1, fra i quali capitava non di rado di incontrare Primo Levi, lo stesso Italo, Franco Fortini, Cesare Cases e molti altri amici e intellettuali.
Nacquero così quelle 'Opere complete di W. Benjamin', che avevamo insieme voluto nuove rispetto all'edizione tedesca (disposte come sono in ordine cronologico e arricchite fin dal primo volume di testi inediti da me ritrovati) e che sono state considerate da critici anche stranieri come un modello di leggibilità e di rigore.
«In generale quando lavoro con gli autori che amo, il mio rapporto è un po’ retto da questa legge... una volta Feuerbach ha detto che in qualsiasi opera – opera di pensiero, di poesia, di arte –l’elemento filosofico è la capacità che quell’opera ha di essere sviluppata: il germe, il punto non detto che può essere sviluppato, ripreso. Io ho sempre un po’ seguito questo filo. Con gli autori che amo, più che imitarli, ripeterli, cerco di trovare il punto in cui possono essere sviluppati, portati a, continuati» (giorgio agamben)
Giorgio Agamben
Intervista su «Alias»

Immagine del situazionista Constant presa da Mark Wigley,
Constant's New Babylon. The Hyper- Architecture of Desire,
Rotterdam, 1998. Per immagine più grande vedere QUI.
Era tantissimo (dal 9 settembre) che volevo postarvi questa bellissima intervista a Giorgio Agamben, ma poi rimandavo sempre, perchè se c'è una cosa che odio è rifare i capoversi ai copia-incolla per evitare, in splinder, i doppi spazi, e qui, cavolo di capoversi ce n'è una valanga, ma oggi non ho nulla da fare, piove a dirotto, la torta di mele l'ho già fatta ieri, stasera farò le bracioline fritte (che sarebbe la versione toscana un po' corretta delle cotolette alla milanese) e purè di carote, di primo un risotto al radicchio rosso accompagnato da un buon barolo ... Di leggere non ne ho voglia, quindi posso anche fare i capoversi alla bella intervista dove Agamben narra anche di una sua esperienza ad un seminario in Provenza tenuto da Martin Heidegger.
A proposito di Heidegger (che sia odiato o meno cambia poco perchè sempre interessantissimo è) approfitto per segnalarvi due video con lui che parla. Io non so il tedesco e quindi ignoro del tutto di cosa stia parlando, ma comunque sia ho trovato interessante la sua vocina fragile quasi femminea. Per me i grandi pensatori, comunque essi siano, sono sempre fragilissimi.
I video sono: Martin Heidegger Critiques Karl Marx del 1969, e Heidegger And The Future: The 'Task Of Thinking'. (georgia)
Le costellazioni di Agamben
come dare figura alle emergenze etico-politiche del mondo globale, sull’asse Benjamin-Foucault-Warburg: una conversazione «biografica» con giorgio agamben, mentre torna in libreria il suo primo libro «stanze»
da Heidegger all’èra Bush, il filosofo «dell’eccezione» si racconta (suo malgrado)
I ricordi per favore no
di Roberto Andreotti e Federico De Melis
Nel febbraio di due anni fa abbiamo sequestrato per un paio d’ore Giorgio Agamben con l’idea di fargli abbozzare una sorta di autobiografia intellettuale attraverso tappe e figure, e oggi la trascriviamo, in occasione della riproposta da Einaudi del suo primo titolo Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, del 1977. La scommessa è stata di costringere alla temporalità del ricordo – sia esistenziale, sia relativo a snodi del pensiero – un filosofo ‘morfologico’ per eccellenza come Agamben, il quale ha sempre preferito ragionare fuori di cronologia, cioè per categorie e paradigmi.